L’ANALISI

Il giorno di Trump, presidente imprevedibile di un’America spaccata

di Mario Platero


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(AFP)

4' di lettura

Il cambiamento di oggi alla guida degli Stati Uniti d’America non sarà soltanto un tradizionale trasferimento dei poteri: con Donald J. Trump alla guida del Paese avremo un nuovo presidente, imprevedibile, un nuovo modo di governare, pragmatico e “businesslike” e un nuovo modo di gestire la comunicazione, attraverso un contatto diretto col pubblico.

Le cerimonie inaugurali sono cominciate ieri mattina. Trump si è recato al Cimitero di Arlington per deporre una corona di fiori al Milite Ignoto. Ha offerto un pranzo a mezzogiorno nel suo albergo a Washington, ha fatto una breve apparizione al concerto che si è tenuto sulla spianata che collega l’Obelisco al monumento a Lincoln. Alla serata non hanno partecipato alcune delle grandi star globali del mondo dello spettacolo. C’è stato un movimento di un certo successo per boicottare la cerimonia inaugurale di Trump, considerato lontano dagli ideali progressisti sul piano dei diritti civili, che pervadono il mondo artistico. Fra gli artisti c’erano comunque Toby Keith, Jennifer Holliday, The Piano Guys, Lee Greenwood, RaviDrums, 3 Doors Down e i Frontmen of Country.

Oggi invece ci sarà l’appuntamento con la solennità, la grande suggestiva cerimonia al Campidoglio, le emozioni, il giuramento, il discorso, il passaggio formale e pacifico dei poteri con impeccabile puntualità dopo 220 anni. Ma per avere una chiave di lettura di come saranno i primi cento giorni di Donald J. Trump, il costruttore outsider arrivato contro ogni previsione a Washington e alla Casa Bianca non si dovranno mai predere di vista quelle tre direttrici: l’imprevedibilità di Trump, il tentativo di gestire il governo in modo efficente con presupposti aziendali e una rivoluzione mediatica che vuole eliminare l’intermediazione,, secondo alcuni l’intrusione dei media, nei fatti di governo.

Questo passaggio, questa straordinaria liturgia della democrazia americana, è cominciata esattamente alle 9.30 di questa mattina a Washington, con un caffè. Barack Obama è stato chiamato alla sua ultima funzione ufficiale nella sua residenza: accogliere il Presidente Donald Trump con la First Lady Melania e il Vice Presidente Mike Pence con la moglie Karen per un primo benvenuto nella loro nuova residenza. Si sono trovati nella Sala Blu della Casa Bianca, appunto per un caffè, con una delegazione del Congresso, i famigliari e alcuni dei più fedeli funzionari.

Alle 10.30 in punto Obama e Trump sono saliti sulla limousine presidenziale per recarsi in processione al Campidoglio dove si terrà la cerimonia di giuramento. A quel punto tutti saranno già ai loro posti, i vertici del Congresso e tutti i parlamentari, con l’eccezione di un gruppetto che ha deciso di contestare la cerimonia, la Corte Suprema, i capi delle più importanti agenzie federali, il corpo diplomatico e il pubblico. I bassi indici di gradimento per Donald Trump, fra i peggiori per un periodo di transizione, sembra che troveranno conferma nel pubblico atteso per l’inaugurazione, circa 8-900mila persone. La prima investitura di Barack Obama raccolse addirittura 1,8 milioni di persone, un record che polverizzò l’1,2 milioni di persone che vennero per assistere al giuramento di Lyndon Johnson.

Dopo il giuramento sulla Bibbia nelle mani di John Roberts, Giudice Capo della Corte Suprema, Trump pronuncerà il suo discorso, darà corpo alle promesse di «rifare l’America Grande», lo slogan che lo ha trascinato alla vittoria dopo una partenza in svantaggio ancora prima delle primarie. Nel pubblico gli ex Presidenti in vita e consorti, Jimmy Carter, George W. Bush e Bill Clinton con Hillary, oltre a Barack e Michelle Obama. Poi la separazione: Barack e Michelle andranno via per primi, saliranno su un’altra macchina, per la prima volta “normale” e partiranno per un breve viaggio in California prima di rientrare a Washington dove rimarranno un paio d’anni, fino a quando la figlia Sasha non avrà finito la scuola superiore. Donald e Melania Trump saliranno invece sulla loro nuova vettura presidenziale, scenderanno lungo la Pennsylvania Avenue fino alla Casa Bianca, dove parteciperanno alla parata presidenziale.

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Non c’è dubbio che la suggestione dell’inaugurazione è molto forte. Resta il fatto che Trump rispetto ad altri parte in svantaggio, cosa che potrebbe consentirgli di fare meglio del previsto. Del resto, occorre ricordarlo, tutte le previsioni fatte su Trump finora hanno fallito. Ma non si può ignorare che domani circa un milione di persone in stragrande maggioranza donne, marceranno nella Capitale per protestare le parole, il tono negativo, l’atteggiamento paternalistico di Trump nei loro confronti. Non si può ignorare che John Lewis, uno dei grandi leader del movimento per i diritti civili, un compagno di battaglia di Martin Luther King, abbia deciso di non recarsi alla cerimonia di giuramento.

Il Paese resta diviso. La California ha ingaggiato l’ex procuratore generale Eric Holder per difendere le sue prerogative progressiste contro possibili interferenze del governo federale. Se siamo arrivati a questa situazione lo dobbiamo in buona parte alla retorica molto aggressiva di Trump. È stata quella retorica forse l’ingrediente chiave della vittoria del Presidente repubblicano anche perché la gente in genere ma soprattutto gli americani delle grandi pianure, del sud, dell’America rurale non sopporta più gli eccessi della correttezza politica e l’atteggiamento di superiorità intellettuale in arrivo dalle grandi zone metropolitane delle due coste. Nella loro saggezza i padri fondatori hanno creato degli spazi perché alcune di queste tensioni si confrontassero prima di esplodere. E mentre Trump si avvierà alla parata dovrà riflettere fino a che punto gli converrà essere imprevedibile, fino a che punto i suoi manager, (Rex Tillerson, segretario di Stato) imprenditori, (Wilbur Ross, al Commercio) e banchieri (Steve Mnuchin al Tesoro), potranno davvero essere una squadra di successo. Non è automatico applicare tecniche aziendali quando in consiglio di amministrazione siedono 535 membri del congresso (come ricordava Carlos Gutierrez ex segretario al Commercio con Bush ed ex capo della Kellog), di cui la metà vogliono che tu fallisca. E non è saggio costruire un’opinione pubblica che si abitua soltanto a digerire dei tweet senza pensare. Queste tre direttrici insomma potranno aiutare o rendere le cose difficili per Trump. Tutto dipenderà dall’equilibrio con cui saprà gestire la sua presidenza.

Nel frattempo, mentre sarà alla parata, un centinaio di persone avrà lavorato per cinque intensissime ore al trasloco delle due coppie presidenziali e intorno alle 15.30 Donald e Melania saranno accolti nell’ingresso principale al portico meridionale il capo degli uscieri della Casa Bianca, Angella Reid con un saluto semplice, sempre quello da 200 anni: «Benvenuto nella sua sua nuova casa, Signor Presidente».

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