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Il Giro d’Italia ambasciatore di pace parte dall’Ungheria di Orban

Venerdì 6 riparte la Corsa Rosa con poche speranze per i corridori azzurri. Occhi puntati su Carapaz e Almeida, ma Van Der Poel potrà dire subito la sua già dalla prima tappa

di Dario Ceccarelli

(Foto LaPresse)

5' di lettura

Meno male che c'è. Puntuale come il rifiorire della primavera, con quei piovaschi repentini che lustrano i prati, riparte il Giro d'Italia. È una buona notizia. In questi tempi di pandemie ondivaghe e venti bellici crescenti, sapere che questo venerdì 6 maggio la carovana rosa si rimette in moto. Ci fa stare più tranquilli. Vuol dire che, pur con molti scossoni, la vita va avanti.

Il Giro infatti, dalla prima edizione del 1909 (vinta da Luigi Ganna), non ha mai marcato visita. Solo le due guerre mondiali l'hanno fermato. Ma dopo è subito ripartito. La prima volta, nel 1919, quando Costante Girardengo, l'”Omino di Novi”, indossò la maglia rosa dalla prima all'ultima tappa in uno scenario segnato dalla Grande Guerra. Anche Luigi Pirandello lo celebrò: “Ah, Girardengo! Grazie a lui abbiamo dimenticato gli orrori del conflitto”.

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Anche nel 1946, il Giro ripartì subito. Diventando nella memoria il “Giro della Ricostruzione”. Con partenza e arrivo a Milano alla fine su ottanta iscritti lo conclusero solo in quaranta. Gino Bartali, “Uomo di ferro,” si prese la rivincita su Fausto Coppi, il “Campionissimo” ultima maglia rosa nel 1940. A entrambi la guerra aveva “mangiato “ sei anni di carriera. Coppi finendo prigioniero in Africa. Bartali aiutando in Italia gli ebrei ad espatriare nascondendo i documenti nel telaio della sua bicicletta.

Il Giro e la grande Storia

Da qui, da un'Italia ferita ma felice di ricominciare, ripartì una rivalità mai dimenticata. Il Giro d'Italia ha sempre saputo cogliere i piccoli e grandi movimenti della Storia diventando un perfetto contenitore di scioperi, manifestazioni e proteste. Una ribalta unica, a volte perfino abusata, per far sentire in diretta la voce degli ultimi, degli sfrattati, dei licenziati, dei dimenticati dall'agenda dei politici.

Anche quest'anno il Giro passerà purtroppo vicino alla Storia. Per una strana coincidenza organizzativa (l'Ungheria aveva ottenuto il via nel 2020, ma poi tutto è slittato per la pandemia) la corsa rosa debutterà infatti da Budapest, città dell'Europa dell'Est, poco lontano dai luoghi di un conflitto che, parlando di sport, sembra ancora più assurdo e fuori dal tempo. Così, anche se l'Ungheria di Viktor Orbàn si è ben guardata dal condannare l'aggressione russa all'Ucraina, il Giro d'Italia potrà ribadire il suo ruolo di ambasciatore di pace. Un ruolo che è nel suo Dna visto che mescola atleti di ogni Paese e di ogni continente.

Naturalmente per gli organizzatori della corsa c'è anche un ritorno economico (circa 9 milioni). Come ogni volta, questa è la 14esima, che il Giro d'Italia va all'estero. Un Giro globalizzato, lungo 3410 km su 21 tappe, che parte da Budapest e arriva a Verona domenica 29 maggio. Pensate che in questa edizione, atteso come i Maneskin, c'è anche un corridore eritreo, Biniam Girmay, 22 anni, il primo africano a vincere una classica del Nord, la Gand Wevelgem in Belgio. Si farà notare soprattutto negli sprint.

Giro d’Italia: seconda tappa a Yates, Van der Poel ancora in rosa

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Un po’ di pronostici

Ma che corsa sarà questo 105esimo Giro d'Italia? Chi lo vincerà? È difficile? Chi sono i big? E gli italiani? Partiamo dall'ultima domanda. La risposta è facile: siamo messi male. Il nostro uomo di punta, anche se fa di tutto per nascondersi (“viaggio a fari spenti”) è l'inossidabile Vincenzo Nibali, 37 anni, siciliano di Messina. È alla sua undicesima corsa: due volte l'ha vinta (2013 e 2106) e sei volte è salito sul podio. Tanti bei ricordi ma lo “Squalo” da tempo non morde. In questo Giro farà “il battitore libero” per l'Astana cercando, con la sua esperienza, di dare una mano al colombiano Miguel Angelo Lopez, tra i favoriti al podio di Verona.

Allora direte: chi sono i big? Risposta facile: tutti stranieri e non tutti i migliori della piazza. Il favorito numero uno è Richard Carapaz, 28 anni, già vincitore nel 2019 e poi oro Olimpico su strada a Tokyo. L'ecuadoregno è favorito sia dal percorso molto duro sia perchè corre per l'Ineos, lo squadrone inglese più potente del mondo con un budget di circa 50 milioni. Il rivale di Carapaz è il portoghese Joao Pedro Almeida, 23 anni, sesto nel 2021 e quarto nel 2020 dopo aver tenuto 15 giorni la maglia rosa. Almeida, leader dell'UAE Team, è la seconda opzione di questo Giro. Poi ci sono gli altri big: Tom Dumoulin (primo nel 2017), Richie Porte, Mikel Landa, Simon Yates, Roman Bardet e via scendendo.

Italiani in ritardo

Tornando agli italiani. Possiamo citare Giulio Ciccone, ma viene da una brutta primavera e nelle ultime edizioni si è sempre ritirato. Qualche speranza è riposta in Lorenzo Fortunato, 26 anni, l'anno scorso primo sullo Zoncolan. Però alla fine del Giro è arrivato con 42 minuti di ritardo. Fortunato di nome, ma non di fatto. Qualcuno spera ancora in Domenico Pozzovivo, 39 anni, ma insomma... Per le tappe abbiamo Diego Ulissi (già 8 vittorie) , Davide Formolo e Alessandro De Marchi, nel 2021 per alcuni giorni protagonista in rosa.

Tra i giovanissimi occhi puntati su Edoardo Affini, Giovanni Aleotti e Alessandro Covi, Per gli sprint puntiamo su Nizzolo, ma dovrà vedersela con specialisti come Ewan, Cavendish e Demare, oltre al già citato Biniam Girmay. Restando sui big stranieri va citato Matthieu Van Der Poel, figlio d'arte, e nipote del leggendario Raymond Poulidor. Il belga, ancora primo al Fiandre, ha già un obiettivo: conquistare subito la maglia rosa nella prima tappa che da Budapest (195 km) arriva a Visegrad. Un tracciato sempre mosso con un finale in lieve salita. Ce la può fare, ma deve stare attento agli sprinter.

Un altro da segnalare è lo spagnolo Alejandro Valverde, 42 anni, vecchio leone con gli artigli ancora affilati. È un Giro difficile? Sì, perchè ci sono un sacco di montagne, con ben cinque arrivi in salita. Il primo già alla quarta tappa che arriva sull'Etna a 1700 metri. Nel finale, di salite si farà una indigestione. A cronometro ci sono solo 26,5 km divisi in due tappe: la seconda, a Budapest, e l'ultima di Verona. Anche per questo motivo la nostra unica stella, Filippo Ganna, preferirà andare al Tour de France dove già alla prima tappa, la cronometro di Copenaghen, può subito puntare alla maglia gialla.

Morale della favola: sarà una corsa dura, che andrà spesso sulle nuvole. Si salirà sul Blockhaus, a Cogne, a Castelmonte e sulla Marmolada. Ma la tappa da evidenziare col pennarello è la Salò-Aprica. È la 16esima con il mitico Mortirolo e Santa Cristina. Ci sarebbe piaciuto, su queste rampe, vedere come se la sarebbero cavata le altre stelle (Pogacar, Roglic, Bernal) che andranno invece al Tour de France. Il Tour, questa è la realtà, è un grande aspirapolvere che risucchia tutto e tutti e mette ancora più in evidenza la crisi del nostro ciclismo.


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