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Il giro di vite di Leonardo, niente contratti con controparti indagate

L’annuncio del cambio di passo è stato dato ieri nel corso della quinta edizione del Compliance Council di Leonardo, appuntamento annuale del management di Piazza Monte Grappa

di Stefano Elli

(NurPhoto via AFP)

4' di lettura

L’annuncio del cambio di passo è stato dato ieri nel corso della quinta edizione del Compliance Council di Leonardo, appuntamento annuale del management di Piazza Monte Grappa. Da ieri in Leonardo per congelare rapporti d’affari con controparti dirette o indirette non sarà più sufficiente il «gate», la barriera, del decreto di rinvio a giudizio emesso da un Gip. Basterà l’apertura di un fascicolo penale da parte di un pm.

Reati gravi

Naturalmente tutto questo varrà per ipotesi di reati gravi quali la corruzione (privata e pubblica), la concussione, i reati associativi e quelli legati al riciclaggio. Altra stretta riguarda i contratti legati al sistema dei gruppi di pressione: le cosiddette lobby. «L’articolo 346 bis del codice penale - ha spiegato Andrea Parrella, Group General Counsel di Leonardo - non esclude l’imputazione eventuale della società in caso di traffico di influenze illecite, e questo anche per attività svolte all’estero. Pertanto le società del gruppo Leonardo non potranno sottoscrivere contratti di Lobbying».

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L’incontro

L’incontro di ieri, alla presenza di duecento manager di prima e seconda linea (un altro migliaio da remoto), cui hanno partecipato, oltre al Ceo di Leonardo Alessandro Profumo, il suo presidente Luciano Carta, i presidenti delle due fondazioni Med-Or e Leonardo CdM, rispettivamente Marco Minniti e Luciano Violante, oltre al presidente dell’Anac, Giuseppe Brusia, è stato anche l’occasione sia per per fare il punto nave sui traguardi raggiunti dal gruppo sul tema della compliance sia sui vent’anni (compiuti a giugno) della legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti.

L’intervento di Profumo

Sul primo tema Profumo ha sottolineato come «la funzione compliance riveste un ruolo fondamentale e pervasivo perché concorre quotidianamente a proteggere e rafforzare quello che è l’asset di maggior valore per un’azienda: il suo buon nome e la sua reputazione.– E Profumo ha aggiunto: «In questo senso, Leonardo, con il percorso intrapreso in questi anni, è pienamente in linea con l’impegno europeo, che proprio recentemente, in occasione della Settimana Internazionale della Democrazia non solo ha richiamato gli Stati Membri alla responsabilità sui temi dei diritti umani, ma ha anche ribadito l’urgenza di una legislazione uniforme in materia di compliance aziendale. Leonardo, ben consapevole di questa urgenza, – ha sottolineato Profumo – sta già monitorando tutta la catena del valore dell’attività di impresa, tenendo conto anche della criticità generalmente insita in alcuni processi e relazioni. Da qui il rafforzamento del nostro Trade Compliance Programme. Ciò ci ha spinti a intensificare e velocizzare i nostri controlli etico/reputazionali. E posso dire che ci siamo riusciti, senza mai abbassare i nostri standard di verifica».

Carta: «Alla 231 serve un tagliando»

Quanto alla 231 del 2001, la norma che disciplina e sanziona la responsabilità penale delle imprese e degli enti, il presidente di Leonardo, l’ex direttore dell’Aise Luciano Carta si è chiesto se non sia giunto «il momento di farle un “tagliando” alla norma. apportando quelle modifiche che, secondo alcuni osservatori, potrebbero essere estese all’impiego di nuove tecnologie, come ad esempio l’intelligenza artificiale, nella progettazione e nell’implementazione di strategie di compliance». Più in generale Carta ha rammentato che «prevenire il reato è un beneficio innanzitutto per l’impresa. Non soltanto perché se essa dimostrerà di aver adottato un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo al mitigare il rischio-reato, potrà godere di una piena esclusione della responsabilità. Oppure di una attenuazione delle sanzioni nel caso tale adempimento sia intervenuto successivamente alla contestazione del delitto–. E Carta ha aggiunto – La prevenzione del reato è anche – e in questo consesso permettetemi di dire soprattutto – un beneficio, perché l'impresa virtuosa si presenta sul mercato con caratteristiche di competitività».

La corruzione contamina

«La corruzione – ha proseguito Carta –è un reato che, assieme a quelli ambientali, societari, finanziari e in materia di salute e sicurezza sul lavoro, più frequentemente comporta la chiamata in causa della responsabilità dell’ente - altera e contamina il sistema. E al contempo determina una grave caduta di credibilità e affidabilità agli occhi degli investitori, in particolare stranieri. Tutto questo si traduce in una perdita di opportunità e, di conseguenza, di competitività».

Premialità anticipata

Dal canto suo Parrella, entrando nello specifico, ha delineato i punti specifici nei quali la norma potrebbe essere migliorata. «Premetto che si tratta di un’ottima legge - ha chiarito Parrella al Sole 24 Ore - che ha visto lo Stato abdicare a una serie di attività che oggi vengono invece erogate dalle aziende. Sarebbe opportuno però che la norma evolvesse verso sistemi di premialità anticipata. Oggi la 231 dice: io autorità giudiziaria ipotizzo che un manager abbia commesso un reato e, contestualmente, porto a giudizio l’azienda per la non adeguatezza dei modelli organizzativi predisposti per impedire quel reato. Se alla fine, io giudice, verifico che il modello organizzativo dell’azienda era virtuoso la assolvo. Ebbene - dice Parrella - non sarebbe male se funzionasse anche ex ante: nel momento cioè in cui scoppia una patologia, se la società si presenta spontaneamente di fronte all’autorità giudiziaria, collabora attivamente, e dimostra sin dall’inizio la validità dei propri modelli organizzativi, ebbene questo dovrebbe potere portare all’esclusione di una sua responsabilità ex ante».

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