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Il governo accelera sulla fusione Imu-Tasi in chiave anti-evasione

Il governo accelera sul ritorno alla tassa unica in chiave antievasione

di Gianni Trovati


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(Adobe Stock)

3' di lettura

Nel ricco capitolo che il decreto fiscale in arrivo promette di dedicare alle tasse locali si fa largo anche l’unificazione di Imu e Tasi. Il ritorno della tassa unica sul mattone è uno degli snodi del provvedimento, e può essere affrontato dal governo anche nella chiave anti-evasione che dovrebbe tessere il filo rosso di tutto il decreto.

Perché la tassa unica si porterebbe con sé la semplificazione delle aliquote, e quindi la possibilità di far partire davvero il modello pre-compilato da spedire ai contribuenti, promesso fin dal 2011 ma finora impantanato nelle circa 300mila variabili che caratterizzano l’Imu-Tasi. In questo modo dovrebbe essere riassorbita almeno la parte più superficiale del tax gap sull’imposta immobiliare, 5,1 miliardi in tutto secondo il Rapporto sull’evasione fiscale allegato all’ultima Nadef.

Prove di fusione sono in cantiere anche per i tributi minori dei Comuni, dalla tassa per l’occupazione del suolo pubblico all’imposta sulla pubblicità. Ma la coesistenza in questo campo di tributi e canoni complica il lavoro.

Anche la riunificazione dell’imposta sul mattone è una questione banale solo in apparenza. Perché nasconde più di un’insidia politica, al centro anche delle riunioni tecniche al Mef. Oggi la somma di Imu e Tasi può arrivare al 10,6 per mille, tranne che nei Comuni a cui da quattro anni, per un’intricata vicenda contabile dovuta all’esenzione fiscale dell’abitazione principale, è stato consentito di applicare una super-Tasi aggiuntiva fino allo 0,8 per mille. In quei casi, quindi, la doppia tassa sul mattone può chiedere fino all’11,4 per mille.

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Dove porre allora il tetto della nuova Imu? Su un terreno politicamente ipersensibile come quello delle tasse sulla casa ogni decimale rischia di infiammare polemiche infinite, anche perché l’ipertassazione del mattone avviata dal 2012 non è certo estranea alla lunga crisi dei valori immobiliari che continua a caratterizzare l’Italia mentre il resto d’Europa ha avviato la ripresa già da anni. Per questa ragione l’idea è quella di mantenere il limite dell’imposta unica al 10,6 per mille, per prevenire l’accusa di aumenti di tasse. Per chiudere i conti servono però circa 280 milioni per compensare i quasi 300 Comuni che oggi applicano la Tasi maggiorata. La cifra in sé non è ciclopica: ma nei tavoli tecnici di questi giorni al Mef ogni milione conta.

Il tema promette comunque scintille. Perché della «nuova Imu» si è occupata a lungo anche la Lega, con il Ddl portato avanti da Alberto Gusmeroli che puntava a unificare le tasse sul mattone non per fusione, ma per abolizione secca della Tasi. Ma la mossa costerebbe 1,1 miliardi. Che ora appaiono decisamente troppi per gli spazi stretti di Via XX Settembre.

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L’Imu riunificata punterebbe invece sulla semplificazione. Non solo per l’addio al paradosso della doppia tassa sullo stesso immobile. Oggi la libertà assegnata ai Comuni di introdurre aliquote su misura per le più disparate tipologie di immobili e proprietari ha prodotto oltre 300mila forme di tassazione diverse.

Nel nuovo quadro, in base alle ipotesi studiate fin qui, i Comuni potrebbero diversificare il trattamento all’interno di una griglia piuttosto rigida di casi, per esempio gli immobili utilizzati dagli inquilini come abitazione principale oppure i negozi dei centri storici, per limitare a poche decine le variabili possibili. La mossa potrebbe aprire la strada al bollettino precompilato per tutti, e aiutare i controlli antievasione. Oggi in Italia manca all’appello poco meno del 27% del gettito potenziale, ma la forbice fra entrate attese e incassi reali si allarga al Sud fra il 38% della Campania e il 43% della Calabria. Sono le Regioni dove tutti i tax gap aumentano, e dove l’efficienza amministrativa zoppica di più: ma anche dove sono più diffuse le case abbandonate da famiglie emigrate altrove nei decenni. Almeno questa evasione “spontanea”, è l’idea, dovrebbe ridursi.

Ma la chiave di volta è quella dei controlli e dell’efficacia nella riscossione. E qui interviene la riforma della riscossione locale (anticipata dal Sole 24 Ore di ieri) che punta a offrire agli enti locali poteri analoghi a quelli oggi assegnati all’agente nazionale per i tributi erariali. In campo c’è anche l’accertamento esecutivo sui tributi locali, un potenziamento nell’accesso alle banche dati e un tetto agli aggi per superare la babele attuale.

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