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Il governo dell’economia e la sindrome populista

di Sergio Fabbrini

Nelle sale operative di Mts, dove si forma lo spread

4' di lettura

Senza una buona politica non si potrà raddrizzare una cattiva economia. Tra politica ed economia c’è un nesso inevitabile. È singolare che quel nesso sia riconosciuto dai banchieri centrali (si veda la relazione del 31 maggio del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, oppure i numerosi interventi del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi), molto di meno dai politici con cariche di governo. Chi non ha riconosciuto quel nesso è finito male. Sono finiti male i governi tecnocratici che hanno ritenuto che l’economia determinasse la politica, per poi scoprire che la seconda (se viene trascurata) si rivolta sempre contro la prima. Ma sono finiti male anche i governi populisti che hanno ritenuto che la politica determinasse l’economia, per poi scoprire che la seconda (se viene trascurata) si rivolta sempre contro la prima. Purtroppo, la sindrome populista tiene prigioniero l’attuale governo italiano. Esso considera un’inconvenienza il nostro debito pubblico, esattamente come i governi tecnocratici considerano un’inconvenienza l’opinione pubblica. Che cosa dovrebbe fare, quel governo, per liberarsi dalla sindrome che lo attanaglia? Almeno tre cose.

Primo. I leader del governo (a cominciare dal ministro Matteo Salvini) dovrebbero prendere atto che il Paese non può permettersi di vivere in una campagna elettorale permanente. Nei prossimi giorni inizia il Semestre europeo, cioè il processo di coordinamento delle politiche di bilancio dei Paesi dell’Eurozona, finalizzato a predisporre leggi finanziarie nazionali compatibili con la condivisione di una moneta comune. Non si può entrare in questo processo come il governo italiano entrò in quello dell’anno scorso. Allora (giugno e luglio 2018) prese impegni insieme agli altri governi nazionali che furono poi smentiti ingiustificabilmente nei mesi successivi (ottobre e novembre 2018).

Il risultato fu l’isolamento dagli altri governi nazionali, seguito da un dietro-front un po’ patetico (seppure camuffato dalla propaganda). Non si può ripetere tale vicenda anche quest’anno. Non si possono avanzare, giusto per fare un esempio, proposte di flat tax per una vasta platea di contribuenti, senza precisare nello stesso tempo i tagli della spesa necessari per compensare le minori entrate. Se poi si continua a promettere di non alzare l’Iva e di non introdurre patrimoniali, dove si pensa di trovare le risorse per sostenere una manovra di bilancio di quasi 50 miliardi di euro? Come ha ricordato due giorni fa Olivier Blanchard al Festival dell’Economia di Trento, non ci può essere crescita per un Paese con alto debito pubblico e bassa reputazione politica. Con le sue proposte, il ministro Salvini potrà attrarre gli elettori verso il suo partito, ma sicuramente allontanerà gli investitori dall’Italia. Possiamo permetterci di continuare a non fare i conti con il nostro debito pubblico?

Secondo. I leader del governo (a cominciare dal ministro Salvini) dovrebbero prendere atto che le elezioni europee del 26 maggio scorso non sono andate secondo le loro aspettative. La Lega è risultato il primo partito italiano, ma il suo 34 per cento non avrà influenza sulla formazione della maggioranza del Parlamento europeo. La promessa fatta dai due leader del governo italiano (ovvero che le elezioni avrebbero spazzato via i vecchi partiti europei e creato le condizioni per dare vita ad una Commissione europea sostenuta da forze sovraniste) è stata smentita dai risultati elettorali.

La nuova Commissione non sarà in discontinuità con quella attuale, né è prevedibile che i governi nazionali (che gestiscono collegialmente l’Eurozona) saranno disponibili a concedere al governo italiano la possibilità di non rispettare le regole comuni. Già la lettera inviata all’Italia dalla Commissione europea pochi giorni fa, in cui si fa notare che il debito pubblico italiano potrebbe divenire insostenibile, la dice lunga sulla tolleranza europea nei confronti dei nostri squilibri contabili. Non solo non ci sarà una palingenesi sovranista dell’Unione europea, ma il nuovo centro europeista potrebbe risultare (per via dell’influenza al suo interno dei liberal-democratici del nord Europa) ancora più rigoroso, paragonato a quello precedente, sul rispetto dei conti pubblici nazionali. Possiamo permetterci di non fare i conti con il nuovo contesto europeo?

Terzo. I leader del governo (a cominciare dal ministro Salvini) dovrebbero prendere atto che le scelte di bilancio sono destinate a generare reazioni non solo a Bruxelles, ma anche nei mercati finanziari. Se si afferma che «gli italiani hanno votato la Lega e non lo spread», allora vuol dire che non si comprende la complessità dei sistemi finanziari che condizionano un’economia avanzata come la nostra.

Lo spread non è manipolato dagli «gnomi di Zurigo» che ce l’hanno con la Lega, ma è l’esito di interazioni finanziarie che coinvolgono una molteplicità di attori ed interessi (a cominciare da quelli di milioni di risparmiatori). Il livello dello spread dipende dalla credibilità del governo nazionale, dalla sua capacità di rassicurare coloro che dovrebbero prestarci i soldi per pagare il nostro debito, dalla sua consapevolezza delle implicazioni transnazionali delle scelte nazionali. Possiamo permetterci di non fare i conti con la complessità impersonale del sistema finanziario?

Naturalmente, in tutti e tre i casi, la soluzione non è l’accettazione dello statu quo. In una democrazia, le preferenze della maggioranza elettorale vanno riconosciute, così come non si deve accettare come «necessariamente razionale» la governance dell’Eurozona, oppure pensare che «la dittatura dei mercati» è inevitabile. Si può cambiare. Ma per costruire l’alternativa allo statu quo occorre riconoscere la realtà che esso esprime. E quindi perseguire una strategia di riforma sostenuta da alleanze con i Paesi che possono aiutarci (per interesse e visione) ad implementarla. Insomma, occorre riscoprire la buona politica se si vuole raddrizzare la cattiva condizione della nostra economia. L’Italia non potrà ripartire economicamente, se la politica non supererà la sindrome populista.

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