I sei mesi a palazzo chigi

Il governo draghi e le Èlite troppo deboli

Il quadro. Una supplenza tecnico politica che si fa carico di debolezze strutturali del Paese

di Sergio Fabbrini

(AP)

4' di lettura

Il governo Draghi ha compiuto sei mesi di vita. Ha raggiunto gli obiettivi di breve periodo (accelerazione del processo di vaccinazione e predisposizione di un Piano nazionale di ripresa e resilienza come richiesto dalle istituzioni europee), ottenendo la prima tranche (25 miliardi di euro) dei finanziamenti europei di Next Generation EU. Ha anche avviato il percorso per raggiungere gli obiettivi di medio periodo (la riforma dei concorsi pubblici, la semplificazione amministrativa, la revisione del processo penale). In tre anni, con lo stesso Parlamento, l’Italia è passata da un governo (Conte I) che voleva portarla fuori dall'Eurozona ad un governo (Conte II) che l'ha riportata al centro dell'Eurozona e quindi ad un governo (Draghi) che la sta rendendo il Paese leader dell'Eurozona. Come spiegare tale oscillazione? La debolezza del suo “sistema delle élite” può aiutare a capire.Cominciamo dalla politica.

L’oscillazione del Parlamento italiano è dovuta alla difficoltà, del nostro sistema di rappresentanza, a fare da filtro tra le esigenze dei cittadini e quelle del sistema decisionale. Quel sistema non ha prodotto una élite politica strutturata e preparata. L’élite politica non nasce per caso, avrebbe ricordato lo scienziato politico Giovanni Sartori (1924-2017), ma è il risultato dell'interazione tra sistema di partito, sistema elettorale e sistema di governo. Priva di partiti strutturati e di leggi elettorali competitive, la democrazia elettorale ha finito per promuovere (nelle elezioni del marzo 2018) una maggioranza di “rappresentanti per caso”. Politici impreparati a comprendere (prima ancora che a gestire) la complessità del governo di un Paese interdipendente con gli altri Paesi dell'Eurozona. Una situazione preoccupante, dato che siamo il secondo Paese industriale dell'Eurozona e uno dei sette Paesi più industrializzati al mondo. Di qui, l’attivazione di un establishment, di cui l’Italia (per fortuna) dispone, costituito di tecnici ma anche di politici competenti, coagulatosi intorno al governo Draghi. Un establishment consapevole dell'interdipendenza in cui operiamo, oltre che preparato a governarla. Per il sociologo americano Charles Wright Mills (1916-1962), l’establishment è generalmente un’aggregazione non-partigiana o trans-partigiana che si attiva per preservare lo statu quo. Nel caso italiano, lo statu quo consiste nell’interdipendenza dello stato costituzionale (Art. 11 della Costituzione, “l'Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”). Non a caso, tale establishment ha assunto come punto di riferimento la Presidenza della Repubblica, la massima espressione dello stato costituzionale ma anche l’istituzione più europeizzata di quest'ultimo. Tuttavia, una democrazia non può funzionare così. Eppure, tra le oligarchie del passato e i dilettanti del presente, l’Italia non dispone ancora delle condizioni istituzionali per fare emergere le nuove élite politiche dell'interdipendenza. Come fare?

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Allarghiamo lo sguardo. Le cose non sono diverse in altre sfere sociali, economiche ed istituzionali. Troppe di esse sono condizionate da oligarchie e corporazioni che contrastano l'affermazione di élite competitive. In molte sfere, il merito individuale, in quanto criterio per la selezione (e legittimazione) di chi esercita posizioni di influenza, vale spesso come il due di picche. Eppure, la nostra Costituzione (Art. 34) afferma che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” e di ciò che ne segue. In Italia, invece, è l'appartenenza correntizia, oppure la prossimità politica o ancora il cognome che si porta il criterio usato per scegliere i membri del Consiglio superiore della magistratura o i capi delle Procure della Repubblica, i professori universitari o i primari ospedalieri, i dirigenti dell’amministrazione pubblica o i manager privati e pubblici. Per noi, il merito individuale viene sempre dopo. Il risultato è la preservazione di una “classe dirigente” chiusa in sé stessa, spesso culturalmente provinciale, impossibilitata a guidare il Paese nel processo di interdipendenza. Una “classe dirigente” nell’accezione proposta dal pensatore sociale Gaetano Mosca (1858-1941), cioè un gruppo di individui preoccupati primariamente di preservare la propria posizione di potere (la propria condizione di “classe”). Naturalmente il merito individuale è socialmente condizionato (come ha spiegato Michael Sandel nel suo ultimo contributo), così come dovrà avere accenti diversi nelle varie sfere di attività collettiva. Tuttavia, esso costituisce il più efficace antidoto alla sclerosi corporativa (e alla sua logica conservativa). Il disconoscimento del merito individuale è funzionale alla preservazione dei poteri oligarchici, anche se il suo riconoscimento non deve condurre a comportamenti personali di arroganza e superiorità. L’Italia difetta di élite sociali democratiche, emerse da sfide competitive interne e soprattutto esterne. Sono quelle sfide che promuovono, attraverso il ricambio delle élite, l’innovazione e l’apertura. Come arrivare ad un nuovo “sistema delle élite”?

Insomma, il governo Draghi supplisce alla debolezza di chi avrebbe dovuto guidare il Paese nel sistema dell’interdipendenza, ma non era in grado di farlo. Il successo del governo Draghi è necessario per rilanciare l’Italia, ma non è sufficiente per trasformarla in un Paese capace di usare l’interdipendenza e non già di subirla. Occorre andare alla radice del problema.

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