verso il voto

Il Governo «impone» la doppia preferenza di genere nel sistema elettorale regionale

In Liguria e in Puglia si applicheranno norme approvate soltanto a fine luglio, cioè a meno di due mesi dal voto. Ma la scelta di intervenire sulle leggi elettorali in prossimità al voto si scontra con la regola chevieta di modificare i sistemi elettorali nell’anno che precede le votazioni

di Nicola Canzian e Giulio Enea Vigevani

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In Liguria e in Puglia si applicheranno norme approvate soltanto a fine luglio, cioè a meno di due mesi dal voto. Ma la scelta di intervenire sulle leggi elettorali in prossimità al voto si scontra con la regola chevieta di modificare i sistemi elettorali nell’anno che precede le votazioni


4' di lettura

Le prossime elezioni regionali di settembre confermano, ancora una volta, la tendenza italiana all’instabilità delle leggi elettorali. In Liguria e in Puglia, infatti, si applicheranno norme approvate soltanto a fine luglio, cioè a meno di due mesi dal voto.
La causa è la stessa in entrambi i casi: fra le regioni che andranno alle urne a settembre, Puglia e Liguria erano le uniche a non aver ancora adeguato i loro sistemi elettorali alla legge nazionale del 2016 sull’equilibrio della rappresentanza nei consigli regionali.

Questa legge dovrebbe secondo la Costituzione prevedere solo principi generali. In verità, fissa una serie di regole dettagliate (forse eccessivamente), fra cui ad esempio che i candidati di un sesso non siano più del 60% del totale e che la preferenza, se prevista, sia duplice e debba essere riferita a candidati di sesso diverso. Proprio per questo, il Governo aveva sollecitato entrambe le regioni a provvedere in tempo per le elezioni di settembre.La Liguria ha dato seguito all’invito il 21 luglio, approvando una nuova legge elettorale. Non si è però limitata alla sola questione delle pari opportunità ma è andata ben oltre: con l’occasione, il consiglio regionale ha deciso di modificare ulteriori aspetti del sistema elettorale e, in particolare, ha abolito il listino regionale bloccato.

Il consiglio regionale pugliese, invece, non è riuscito a intervenire in tempo. In questo caso si sarebbe trattato di introdurre la doppia preferenza per candidati di sesso diverso, visto che la legge elettorale della Puglia prevede già dal 2015 il limite del 60% di candidati di un sesso nelle liste, sanzionando la violazione con una decurtazione dei contributi al gruppo consiliare. L’ostruzionismo delle minoranze, contrarie a un emendamento che avrebbe reso più stringente l’obbligo di rispettare le proporzioni fra quote di candidati (si ipotizzava di escludere le liste non rispettose delle quote fra candidati), ha però fatto naufragare il tentativo. Il Governo ha quindi deciso di esercitare i poteri sostitutivi eccezionali previsti dalla Costituzione (art. 120) e il 31 luglio ha adottato un decreto legge con cui ha direttamente introdotto la doppia preferenza di genere nel sistema elettorale della regione.

Pur nella diversità delle vicende, in entrambi i casi l’intervento a ridosso della tornata elettorale è stato giustificato dall’urgenza di assicurare la parità di accesso fra donne e uomini alle cariche elettive. Nessuno dubita dell’importanza di questo fine, che del resto è oggi previsto da più disposizioni costituzionali; e ciò soprattutto se si tiene a mente che si tratta di un problema ancora oggi di grande attualità, stante la radicata sotto-rappresentazione delle donne nelle assemblee elettive, specie a livello regionale. Ma anche le migliori intenzioni possono portare a risultati quantomeno discutibili.

Sul piano del metodo, la scelta di intervenire sulle leggi elettorali in stretta prossimità al voto si scontra con la regola, di origine sovranazionale, che vieta di modificare i sistemi elettorali nell’anno che precede le votazioni (in questo senso si esprime il “Codice di buona condotta in materia elettorale” adottato dalla Commissione di Venezia nel 2002). Ma previsioni simili sono sancite anche in carte costituzionali (in Grecia) e in statuti regionali (in Abruzzo). Norme di questo tipo esprimono un basilare principio di civiltà giuridica: un intervento a ridosso delle elezioni è in sé sospetto e può incidere sulle strategie delle forze politiche, specie in sistemi che si fondano su alleanze, oppure può anche determinare una difficoltà nella presentazione delle candidature e delle liste, con il rischio di escludere alcuni attori politici.

Le ragioni della parità di genere possono giustificare interventi dell’ultimo minuto? Se anche si volesse ritenere di sì, non ci si può però nascondere che nel caso della Liguria le buone intenzioni dell’equilibrio fra i sessi sono state l’occasione per giustificare un intervento di radicale riscrittura delle regole a pochissima distanza dal voto. E ciò non fa bene alla causa delle pari opportunità e, soprattutto, apre la strada a ricorsi che potrebbero mettere in discussione la legittimità delle elezioni. Il caso della Puglia, invece, non presenta particolari problemi di contenuti: le norme introdotte dal Governo riguardano la sola doppia preferenza e non incidono sui meccanismi di presentazione delle liste o di ripartizione dei seggi fra i partiti.

Ciò che solleva perplessità, però, è proprio l’intervento a gamba tesa del Governo, che ha fondamenta forse non del tutto solide. Davvero la mancata previsione della doppia preferenza pone a rischio l’unità giuridica della Repubblica? In fondo, la legge elettorale pugliese già prevedeva il meccanismo delle quote di candidati e dunque aveva in qualche modo dato una forma di attuazione al principio di accesso paritario alle cariche. E non è quanto meno anomalo, in una Repubblica fondata sulle autonomie, che il Governo cambi le leggi elettorali pochi giorni prima del termine per la presentazione delle liste?I tempi emergenziali che siamo costretti a vivere ci stanno abituando a sottovalutare le forme, le regole, le procedure. Questa tendenza non vale solo per la materia sanitaria ma sembra estendersi in molti altri settori. Così, la stabilità della legge elettorale o il corretto riparto delle competenze tra Stato e regioni appaiono come fisime da giuristi cavillosi, mentre quello che conta è solo il risultato, specie se il percorso per raggiungerlo è lastricato di buone intenzioni. Ma così ci si dimentica dove queste strade, a volte, possono portare.

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