ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa partita sul gas

Il governo lavora a un piano energia: ecco le cinque mosse dal carbone al gas

Da dove partiamo: a fronte di una produzione domestica “marginale” di 3 miliardi di metri cubi di gas, che rappresenta solo il 4% dell’approvvigionamento, l’Italia nel 2021 ha importato 73 miliardi di metri cubi di gas, 30 miliardi dalla Russia

di Andrea Carli

Gas, firmata intesa tra Italia e Congo

4' di lettura

Un piano in (almeno) cinque mosse, da sviluppare in tempi brevi, considerata la mossa di Gazprom che, in attesa del nuovo pacchetto di sanzioni, ha deciso di giocare in contropiede e di chiudere il rubinetto del gas a Polonia e Bulgaria. La motivazione ufficiale? Non hanno pagato in rubli. La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha parlato di «ennesimo tentativo di ricatto da parte della Russia». Insomma, bisogna cercare alternative, e trovarle quanto più velocemente possibile.

Da dove partiamo

La questione si pone anche per l’Italia. Qui si parte da una produzione domestica “marginale” di 3 miliardi di metri cubi di gas, che rappresenta solo il 4% dell’approvvigionamento. Nel 2021 il Paese ha importato 73 miliardi di metri cubi di gas, 30 miliardi dalla Russia. Gli afflussi di gas naturale dalla Federazione hanno rappresentato il 40% delle importazioni dell’Italia. Da aprile il paese ha dimezzato l’utilizzo di gas russo rispetto al 2021, passando dal 42% al 21 per cento.

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La partita sul gas

Un completo stop al gas russo, ha spiegato il ministro dell’Economia Daniele Franco nella premessa al Def, «causerebbe ulteriori aumenti dei prezzi, che influirebbero negativamente sul Pil e spingerebbero ulteriormente al rialzo l’inflazione. In tale scenario la crescita media annua del 2022 potrebbe scendere sotto il 2,3% ereditato dal 2021». Di qui l’obiettivo: programmare una nuova politica energetica per ridurre la dipendenza dalla Russia. Riempire entro l’inverno gli stoccaggi di 12 miliardi di metri cubi (più 4 di emergenza) per far fronte ai mesi freddi e il prima possibile, nell’arco di due-tre anni, liberarsi della dipendenza dalla Russia. Ed è una priorità per il governo Draghi.

Si punta anche sul carbone per emanciparsi da Mosca

Ed ecco allora che si va delineando la prima mossa. Nel nuovo maxi-decreto Aiuti atteso sul tavolo del Consiglio dei ministri lunedì 2 maggio dovrebbe entrare un pacchetto energia. Il piatto forte di questo filone è lo snellimento degli iter autorizzativi per la produzione da eolico e fotovoltaico, ma i riflettori sono accesi anche sugli impianti a carbone la cui produzione potrebbe essere mandata a regime (massimizzata a tempo determinato). In particolare, si va verso una deroga di almeno sei mesi per massimizzare l’utilizzo delle centrali a carbone in Italia, senza rinunciare al percorso di decarbonizzazione, una volta venuta meno l’emergenza. Sono quattro le centrali sotto i riflettori (Brindisi, Civitavecchia, Fusina e Monfalcone), con la possibile - conseguente - revisione delle tappe della decarbonizzazione. Per assicurare che le 4 centrali ancora attive vengano mandate a regime, oltre alle misure già introdotte con l’ultimo decreto energia, ci sarà anche una deroga alle autorizzazioni ambientali per incrementare l’utilizzo del combustibile fossile. L’obiettivo è “risparmiare” circa 3 miliardi di metri cubi di gas, che non verrebbero “bruciati” per produrre elettricità. Il tutto sarebbe in linea con le indicazioni del premier Mario Draghi: nell’informativa alle Camera del 25 febbraio scorso, il capo del Governo ha delineato la possibilità di tornare sulla produzione a carbone per affrancarsi dal gas russo. E il momento sembra essere arrivato, certo in uno spazio temporale circoscritto: «si tratterebbe di uno sforzo di due anni, non più», assicurano autorevoli fonti di governo.

Gli accordi con Paesi fornitori di gas, Nord Africa in primis

Un’altra mossa, o tesserina del puzzle che il governo sta mettendo in piedi per emanciparsi da Mosca, guarda agli altri paesi fornitori. «I dati Istat - si legge ancora nel Def - evidenziano il ruolo dell’Algeria, unico paese a mostrare valori comparabili con quelli russi (4,5 miliardi di euro, pari al 22,8% dell’import settoriale italiano); a seguire, l’Azerbaijan, il Qatar (1,8 miliardi di euro ciascuno) e la Libia (circa 600 milioni di euro), altri potenziali mercati da cui attingere per diversificare gli approvvigionamenti».

Sullo sfondo, dunque, gli accordi che hanno preso forma nell’ambito del cosiddetto “tour del gas” africano del Governo con Congo, Angola, Egitto, Mozambico, Algeria e Qatar. In una recente relazione sulle conseguenze del conflitto tra Russia e Ucraina nell’ambito della sicurezza energetica, il Copasir ha messo in evidenza la necessità di perseguire la diversificazione delle forniture, puntando decisamente sull’Africa, purché però si attui un «modello di partnership che assicuri stabilità, pace e sviluppo ai Paesi fornitori», altrimenti l’approvvigionamento sarebbe precario, visto che molti Stati africani sono esposti a gravi instabilità che potrebbero compromettere i progetti, anche per il «protagonismo ostile e assertivo di potenze come la Cina e la Russia che da tempo coltivano mire espansionistiche e coloniali in quel quadrante». È auspicabile, secondo il Comitato, la costruzione di un gasdotto che attraverso la Spagna e la Francia aumenti i livelli di gas provenienti dall’Algeria.

I parchi eolici galleggianti

Più in generale, per sganciarsi dalla dipendenza energetica da Mosca, le strade che l’Italia sta sondando passano anche dalla geotermia e dai parchi eolici galleggianti. Non ci sarebbe invece alcuna ipotesi di nominare un commissario all’energia, una richiesta degli operatori nel campo delle rinnovabili.

Il gnl e il viaggio di Draghi negli Usa

Dal Qatar, che è il primo fornitore in Italia di gas naturale liquefatto (gnl), ed Egitto si prevede possano arrivare con Eni 3 miliardi di metri cubi aggiuntivi nel 2022 e 5 miliardi nel 2023, altri 5 miliardi giungerebbero dal Congo nel 2023-2024. Nuovi flussi aggiuntivi sarebbero dagli Stati Uniti, come ha promesso il presidente Joe Biden all’Unione europea. In occasione del viaggio di Draghi negli Stati Uniti il 10 maggio, e in particolare del bilaterale con Biden alla Casa Bianca, si affronterà anche questa questione.

I nuovi rigassificatori

Il Gnl per essere immesso nella rete deve essere trattato nei rigassificatori. Per far fronte alla crisi si prevede la realizzazione “urgente” di rigassificatori galleggianti oltre le 12 miglia nautiche dalla costa, ma anche di impianti fissi a terra. I presidenti delle Regioni dove saranno localizzati i nuovi rigassificatori saranno nominati Commissari straordinari per l’autorizzazione delle opere. Saranno aumentate di 6 miliardi di metri cubi le quantità trattate nei tre impianti esistenti a Panigaglia, al largo di Rovigo e Livorno. Snam sta trattando per altre due strutture galleggianti. «Il primo semestre del 2023 la prima nave sarà operativa», ha annunciato il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, indicando una capacità di 5 miliardi di metri cubi l’anno e, come possibili destinazioni, Piombino, Taranto, Brindisi o l’alto Adriatico.

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