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Il governo Meloni parte dal deficit: 15 giorni per l’intesa con la Ue. I dossier più caldi

Il primo impegno dell’esecutivo sarà il programma di bilancio chiamato a far spazio al rinnovo degli aiuti contro il caro-energia e alle altre spese. Servono 30-40 miliardi ma non va aumentato il debito

di Gianni Trovati

"Recessione Italia piu' dura se la guerra si prolunga"

11' di lettura

Sull’esistenza di un’ipotetica agenda Draghi si è sviluppato in campagna elettorale un dibattito teoretico elevato quanto vano sul piano pratico. L’agenda del nuovo governo prenderà, invece, una forma definita nei prossimi giorni, una volta terminato il gioco a incastri del totoministri. Ma un dato è certo.

Ideali o reali che siano, le due agende in politica economica coincidono. Perché i successori di Mario Draghi a Palazzo Chigi e di Daniele Franco al ministero dell’Economia dovranno affrontare la stessa soverchiante urgenza gestita fin qui dal governo uscente: trovare gli strumenti per attenuare il colpo dell’impennata dei prezzi energetici su famiglie, imprese, ospedali, società di trasporti e di servizi pubblici e sugli enti locali. Con una differenza, però.

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Il governo disarcionato dalla crisi del 20 luglio aveva i soldi per farlo, grazie all’extragettito fiscale prodotto dall’incrocio fra un’inflazione in corsa e una crescita economica che comunque resisteva al caro prezzi. Ora la crescita si è spenta, come hanno avvertito, con varie sfumature, il Fondo monetario internazionale, Fitch, Moody’s, l’Ocse, la Commissione europea e, in ambito domestico, Bankitalia e lo stesso governo nella Nadef. Quindi i soldi vanno trovati. Come?

Al netto di ipotetiche coperture per ora limitate a circa 4 miliardi che si potrebbero spostare dai conti di quest’anno e di un decreto fiscale tutto da costruire, la strada è quella di rivedere il percorso del deficit per il 2023. Detta in sintesi: il nuovo inquilino di Via XX Settembre avrà due o tre settimane di tempo per concordare con l’Unione europea un nuovo obiettivo di disavanzo che apra gli spazi di una manovra altrimenti impossibile, ma senza cancellare del tutto nel programma di bilancio da inviare a Bruxelles entro fine novembre il percorso di discesa del debito portato avanti a ritmi record da Draghi. Vaste programme.

DARE E AVERE
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Che la situazione sia questa è noto ai molti che hanno rifiutato l’offerta di guidare i conti italiani in questa legislatura e anche ai piani alti della maggioranza. Lo sa per esempio Giovanbattista Fazzolari, senatore di Fratelli d’Italia fra i più ascoltati da Giorgia Meloni, che infatti è determinata a collocarlo in una casella cruciale del nuovo governo. «Dovremo vedere che cosa inventarci sull’energia – ragionava l’altro giorno Fazzolari a Palazzo Madama –. A seconda se va bene o male sul fronte europeo potremmo rischiare di dover trovare 60 miliardi nel 2023 o averne bisogno di 20 o 30; vuol dire una o due finanziarie».

I numeri veri si vedranno a breve. Ma il punto è chiaro, nonostante gli ipotetici “tesoretti” vagheggiati da qualcuno nelle scorse settimane. Il deficit al 3,4% indicato dalla Nadef per il 2023 è figlio della previsione di Iva e altre indirette ancora accelerate dall’inflazione, e di spese bloccate dalla «legislazione vigente» che al netto delle pensioni scenderebbero di 25 miliardi. Ma è difficile che l’anno prossimo la spesa sanitaria si riduca davvero di 2,2 miliardi, che quella per gli acquisti della Pa fletta di 2 miliardi o che il costo dei dipendenti pubblici scenda di un miliardo mentre è ancora da rinnovare il contratto nazionale 2019/21 della scuola che da solo produce circa 6 miliardi di arretrati.

E poi, appunto, ci sono energia e inflazione. Il rinnovo per tre mesi dei crediti d’imposta ampliati dal decreto Aiuti-ter costerebbe alle quotazioni di settembre 14,1 miliardi. Una proroga altrettanto trimestrale dello sconto da 30,5 centesimi al litro su accise e Iva di benzina e gasolio ha bisogno di 3,3 miliardi.

Circa 5 miliardi, sempre per tre mesi, sarebbero necessari a estendere l’Iva al 5% sul gas e l’abbattimento degli oneri di sistema sulle bollette. E oltre 4 sono i miliardi che servono per confermare nel 2023 il taglio al cuneo fiscale introdotto per quest’anno dal governo Draghi. Lasciar cadere una di queste misure significherebbe appesantire i conti di imprese e famiglie già schiacciati dall’inflazione. Inflazione che complica anche l’ipotesi di non iniziare a finanziare il contratto 2022/24 dei dipendenti pubblici.

Basta poco insomma per arrivare di slancio fra i 30 e i 40 miliardi, che sono 1,5-2 punti di Pil. Ma un deficit che torna verso il 5% mentre la crescita si schiaccia intorno allo zero rischia di interrompere la discesa del debito mentre i mercati sotto pressione hanno già alzato di circa 40 miliardi in tre anni la previsione della spesa per interessi rispetto ai calcoli di aprile. Al prossimo ministro dell’Economia tocca il compito di trovare la soluzione. In un paio di settimane.

Di seguito, i dossier principali.

Energia

Il primo appuntamento del nuovo governo sarà contro il caro bollette. Mentre in Europa si dovrà discutere ancora su price cap e disaccoppiamento del prezzo del gas da quello dell’energia all’ingrosso, a livello nazionale sarà necessario portare rapidamente a traguardo l’eredità lasciata dal precedente esecutivo. Innanzitutto bisognerà estendere all’ultimo mese dell’anno i crediti d’imposta per le imprese, contenuti nel decreto Aiuti ter.

Lo stesso decreto andrà convertito in legge entro il 23 novembre, sotto le pressioni per l’approvazione della legge di Bilancio. Sarà quindi necessario trovare le risorse per un quarto decreto Aiuti, per garantire fino a fine anno i tax credit alle imprese che hanno registrato aumenti almeno del 30% rispetto al 2019 (il bonus è stato innalzato al 30% per le non energivore, 40% per le altre).

Tra le ipotesi allo studio, poi, ci sarebbe una moratoria per le bollette non pagate di almeno sei mesi, per non rischiare in quell’arco temporale di vedersi staccata la luce o il gas. All’esame anche un ulteriore aumento della soglia Isee per i bonus gas e luce (che senza un intervento dal 1° gennaio 2023 tornerà a 8.265 euro rispetto agli attuali 12mila) o delle attuali aliquote del credito di imposta. Scadranno a fine anno, inoltre, l’azzeramento degli oneri di sistema e il taglio al 5% dell’Iva sul gas, misure che finora hanno particolarmente attutito l’impatto dei rincari in bolletta.

Previdenza

Il dopo Quota 102. Sarà questa la vera spina nel fianco previdenziale per il nuovo governo di centrodestra che si formerà nei prossimi giorni. Il prossimo 31 dicembre si chiuderà il canale d’uscita con almeno 64 anni d’età e 38 di contribuzione, introdotto solo per quest’anno dall’esecutivo Draghi alla conclusione della sperimentazione triennale di Quota 100.

Perciò, in assenza di nuovi interventi, dal 1° gennaio 2023 si tornerà alla legge Fornero in versione integrale. Un’eventualità che la Lega e i sindacati vogliono assolutamente scongiurare aprendo possibilmente la strada alla cosiddetta Quota 41: la possibilità di uscire dal lavoro con 41 anni di versamenti a prescindere dall’età anagrafica.

Questa misura non è indicata dal programma comune del centrodestra, che però prevede il ricorso a forme di flessibilità in uscita. Ma, secondo le stime dell’Inps, Quota 41 costerebbe non meno di quattro miliardi il primo anno (circa dieci miliardi a regime). Un onere che non appare compatibile con il quadro di finanza pubblica delineato dalla Nadef. Che di fatto lancia l’allarme sull’impennata della spesa pensionistica (+7,9% il prossimo anno) soprattutto a causa dell’indicizzazione degli assegni al caro vita da far scattare a gennaio.

Povertà e lavoro

Sostituire il reddito di cittadinanza «con misure più efficaci di inclusione sociale e di politiche attive di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro». È uno degli obiettivi fissati da Fratelli d’Italia nel suo programma elettorale, che dovrebbe portare a un restringimento della pltaea attuale dei beneficiari del reddito.

Il sussidio anti-povertà introdotto dal primo Governo Conte (sostenuto da M5S e Lega) raggiunge 1,15 milioni di famiglie (considerando reddito di cittadinanza e pensione di cittadinanza per gli over 67), con un numero di persone coinvolte che supera i 2,5 milioni, per oltre il 60% al Sud e nelle Isole. Il reddito e la pensione di cittadinanza sono finanziati a regime con 8,7 miliardi di euro all’anno.

La misura ha trovato una prima copertura nel decreto istitutivo ed è stata poi rifinanziata diverse volte, l’ultima con la legge di Bilancio per il 2022. L’anno nel quale è costata di più è stato il 2021, quando sono stati spesi 8,82 miliardi. La questione sul tavolo del nuovo Governo è in che modo ridisegnare il sussidio. Come aiuto per l’inserimento al lavoro la misura non ha funzionato, dato che, su 920mila beneficiari indirizzati ai servizi per il lavoro, a giugno 2022 solo 173mila risultavano occupati (dati Anpal). In Italia, però, sono in povertà assoluta circa 5,6 milioni di persone (Istat).

Sanità

Il Covid fa meno male, ma resta una minaccia per anziani e fragili. Ecco perché ora che il virus è tornato a circolare in maniera prepotente è fondamentale portare a termine la campagna vaccinale per over 60 e fragili: al momento le somministrazioni, anche se in risalita, procedono troppo lentamente (in media 25mila al giorno) e risulta protetto solo il 18% della platea. Mancano all’appello insomma quasi 14 milioni di italiani. Perciò il nuovo governo guidato dal centrodestra, che in passato ha ascoltato le sirene dei no vax, avrà prima di tutto questa grana da affrontare. La campagna dovrà essere sostenuta con un’accelerazione che porti a vaccinare almeno il 70% della platea di over 60 e fragili entro dicembre.

L’altra grana da affrontare in manovra è la carenza del personale: mancano medici e infermieri, come si è visto durante la pandemia. E la carenza potrebbe aggravarsi perché già dal prossimo anno cominceranno ad aprire le prime strutture (case e ospedali di comunità) della nuova sanità del territorio disegnata dal Pnrr e servirà personale per farle lavorare. Per questo una delle prime misure da affrontare potrebbe essere il tetto sulle assunzioni del personale in vigore da oltre 15 anni e che prevede che le Regioni non possano spendere più di quanto fatto nel 2004 togliendo poi l’1,4 per cento.

Investimenti

I tempi sono stretti. Il prossimo appuntamento con le scadenze del Pnrr è a fine anno. Entro il 31 dicembre, infatti, l’Italia dovrà dimostrare di aver centrato i 55 obiettivi necessari a incassare dall’Europa la terza rata da 21,8 miliardi (19 al netto della quota di prefinanziamento già ottenuta) e i margini di discussione con la Ue sono zero. Di questi obiettivi, Draghi ne lascia 29 già raggiunti. E con l’inizio del prossimo anno si riaprono questioni fondamentali che pesano sull’attuazione del Piano.

Per non bloccare il Pnrr nel 2022 e per affrontare i ritardi che pure, inevitabilmente, ci sono stati il governo uscente è infatti intervenuto per far fronte ai maggiori costi generati sulle opere del Pnrr dai rincari delle materie prime e dell’energia. Il problema è che il decreto Aiuti (Dl 50, articolo 26) – che ha stanziato 10,5 miliardi – considera il 2022 un anno straordinario, compresa la revisione dei prezzari di luglio che decade a fine anno.

Dal 1° gennaio 2023 si ricomincia da capo: non ci sono né fondi, né meccanismi di revisione dei prezzi. Sarà la legge di bilancio a dover stanziare risorse per le opere in corso e per le nuove gare se, nuovamente, non si vorranno bloccare le opere. Due, invece, le partite che sul Pnrr il nuovo esecutivo potrà giocare in Europa. La prima già instradata è il potenziamento del gracile Repower Eu fino a farne un vero e proprio capitolo (nuovo) del piano.

La seconda partita è stata per ora accennata dal ministro delle Infrastrutture uscente, Enrico Giovannini, e dal commissario Ue, Paolo Gentiloni: la possibilità di ottenere proroghe per specifici progetti che – carte alla mano – si può dimostrare abbiano avuto cause oggettive di ritardo. Con gli extra costi la strada non dovrebbe essere proibitiva.

Fisco

Sbandierata la flat tax in campagna elettorale, i partiti di maggioranza devono ora accordarsi sulle mosse fiscali. A partire dal concetto stesso di flat tax, che nelle proposte del centrodestra non appare univoco (né “puro”). Fratelli d’Italia caldeggia l’estensione della tassa piatta per le partite Iva fino a 100mila euro di fatturato e sugli incrementi di reddito rispetto all’anno precedente, con la prospettiva di ampliarla alle famiglie. Anche la Lega parte da lì, per arrivare a regime a una flat tax per tutti, che però di “flat” ha poco: l’aliquota varia, per certi intervalli di reddito, in modo continuo. Mentre Forza Italia propone un passaggio intermedio con tre aliquote (5, 23 e 33%) e a regime una flat tax al 23 per cento.

Queste le promesse elettorali. Ma la materia è scottante, come dimostra anche l’affossamento del Ddl delega sulla riforma fiscale, avvenuto il mese scorso al Senato dopo quasi due anni di lavoro. E ora? Si dovrà ripartire tenendo presente i vincoli: i conti di finanza pubblica e l’effetto redistributivo dell’imposta sul reddito. «Non è il momento per dare seguito alle promesse elettorali», ha avvertito il presidente degli industriali, Carlo Bonomi, «bisognerà semmai pensare a una riforma organica del fisco».

Nell’immediato le risorse vanno convogliate sulle urgenze, sul caro bollette. Ma si guarda anche al taglio del cuneo. A fine anno scade lo sgravio contributivo del 2% per i lavoratori con redditi fino a 35mila euro (che vale 25-30 euro mensili): per confermarlo servono circa 3,5 miliardi, ma il centrodestra punta a misure più robuste, in linea con le proposte di Confindustria.

E cioè: taglio strutturale da 16 miliardi, per dare a quella stessa fascia di italiani circa 1.223 euro annui. Si pensa a un percorso graduale, ma vanno reperite le coperture. A finanziare i tagli potranno contribuire le risorse derivanti dalla lotta al sommerso, che si conosceranno solo con gli allegati alla NaDef sull’andamento dell’evasione fiscale e contributiva.

Agevolazioni

Dopo un anno sulle montagne russe – dalla stretta antifrodi alle ultime modifiche “sblocca cessioni” – con la manovra di bilancio si metterà mano ancora una volta alle regole sui bonus edilizi.

L’esecutivo Draghi ha già previsto proroghe fino al 2024 (per quasi tutti i bonus ordinari) e al 2025 (per il superbonus su condomìni ed edifici plurifamiliari, con riduzione della percentuale fino al 65%).

Ma la cronaca degli ultimi mesi dimostra che il sistema non è in equilibrio: le agevolazioni sono tantissime e spesso hanno regole poco coerenti; il blocco delle cessioni ha mandato in tilt molti contribuenti e molte imprese; il costo per le casse pubbliche è pesante.

Certo, chi difende il 110% ne rimarca il sostegno al Pil. Ma, dal fronte opposto, è sempre più forte la voce di chi si chiede se abbia senso che lo Stato copra l’intero costo dei lavori in un periodo di emergenza bollette e inflazione. Per dare un parametro, valgono 56,3 miliardi le detrazioni previste a fine lavori per gli interventi del solo 110% in versione “eco” asseverati all’Enea al 30 settembre.

L’ipotesi fatta trapelare da Fratelli d’Italia è una riduzione del superbonus intorno all’80%, salvando il 110% per i lavori già avviati e magari prevedendo aliquote ridotte per le seconde case (l’ipotesi circolata è 65%). È un intervento che potrebbe essere abbinato al riordino dei bonus ordinari (50% ristrutturazioni; ecobonus; sismabonus; bonus mobili e giardini).

Bisognerà poi decidere cosa fare dei bonus in scadenza il 31 dicembre 2022, per i quali finora non si è parlato di rinnovo: il superbonus per unità monofamiliari e indipendenti; il bonus facciate; la detrazione del 75% per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Mai come ora privati e imprese hanno bisogno di regole con un orizzonte pluriennale che non debbano essere riscritte con le prossime leggi di bilancio.

Riscossione

Chiamiamoli condono, sanatoria o definizione agevolata. Ma consentire una via d’uscita dai debiti fiscali (e non solo) affidati alla riscossione è uno dei capisaldi nell’agenda del prossimo governo di centrodestra. Il programma elettorale parla chiaro: «Pace fiscale e “saldo e stralcio”: accordo tra cittadini ed Erario per la risoluzione del pregresso». La traduzione in pratica potrebbe essere modulare e contraddistinta da più fronti e tempi intervento.

La maggiore urgenza – come dimostra anche il tam tam politico – è rappresentata dalle cartelle esattoriali. Da un lato, la forte pressione di rincari energetici e inflazione su famiglie, imprese e professionisti potrebbe comportare difficoltà crescenti nel saldare i conti anche di piani di dilazione o della rata 2022 della rottamazione-ter. Dall’altro lato, c’è un non riscosso pari a 1.100 miliardi di euro.

La strada stretta dei tempi per un segnale immediato, unita al quadro di finanza pubblica, sembra suggerire una serie di misure che partono dal solco di quanto già sperimentato. Tra le ipotesi, c’è un mix di stralcio “puro” del debito pregresso iscritto a ruolo (l’ultima operazione simile è stata varata nel 2021 fissando l’asticella a 5mila euro, ma solo per redditi non oltre i 30mila euro) e di saldo e stralcio. In questo caso, sarà dirimente la soglia al di sotto della quale il debito verrà cancellato senza pagare e quella da cui, invece, bisognerà comunque pagare anche se in forma ridotta (fino a un 20%).

Per gli importi più elevati nel mirino c’è una nuova rottamazione: le maggiori imposte contestate andrebbero versate tutte, ma sanzioni e interessi sarebbero forfettizzati. Con più tempo per pagare rispetto alle tre edizioni della rottamazione: fino a dieci anni. Nel calderone di una pace fiscale “modulare” potrebbero rientrare anche le liti tributarie. Per ora è in corso la sanatoria solo per le controversie in Cassazione. Su come intervenire ulteriormente il dibattito è destinato a riaprirsi entro la legge di Bilancio.

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