Macroeconomia

Il Governo prevede un calo della crescita: aumento del Pil verso il 3%

Inflazione e invasione dell’Ucraina penalizzano le stime dell’esecutivo. Possibili ulteriori ritocchi al ribasso

di Gianni Trovati

Ue: "La guerra pesera' sul Pil, salta la stretta sul debito"

3' di lettura

Il doppio colpo portato dall’inflazione prima e dall’invasione russa in Ucraina poi schiaccia le stime governative sulla crescita di quest’anno intorno alla quota del 3%: un livello ancora vivace ma lontano dal 4,7% fissato come obiettivo nel programma di finanza pubblica dell’ottobre scorso, quando la salita dei prezzi stava muovendo i primi passi.

Al ministero dell’Economia si stanno chiudendo i conti del quadro macroeconomico tendenziale, che nel Documento di economia e finanza in preparazione per l’approdo in consiglio dei ministri la prossima settimana rappresenta la base su cui si costruisce il nuovo obiettivo programmatico e si fissano i livelli di deficit e debito per quest’anno e per i prossimi tre.

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L’incognita della durata della contrazione

I modelli macroeconomici di via XX Settembre hanno fin qui restituito una dinamica del Pil 2022 poco sopra il +3%; ma c’è ancora spazio per qualche revisione e il numero finale potrebbe attestarsi poco sotto. Non va dimenticato del resto che il rimbalzone realizzato nel 2021 (+6,6%) si è tradotto anche in un’eredità da record in termini di crescita acquisita per quest’anno, indicata dall’Istat al 2,3%. Quanto si riuscirà a spingere il consuntivo lontano da questo dato di partenza dipende dall’entità della contrazione in corso e soprattutto dalla sua durata; un’incognita che fra gli addetti ai lavori sta già alimentando il dibattito su una possibile nuova «recessione tecnica», quella che si verifica quando due trimestri consecutivi portano il segno meno accanto al dato del Pil.

Sul tema i punti interrogativi dominano. Ieri Fitch, in linea con le ultime indicazioni dell’Ocse, ha calcolato in 1,5 punti di Pil il freno tirato sulla crescita dell’Eurozona, che quindi per l’agenzia di rating arriverebbe al 3% invece del 4,5% ipotizzato prima. Per l’Italia la stima scende dal 4,3% al 2,7%,. E tutti gli scenari sono soggetti a «forti rischi al ribasso», come sottolinea la nota congiunturale di Ref diffusa ieri in cui accanto a inflazione e Ucraina si ricorda la ripresa dei contagi che in Cina produce nuovi lockdown e torna a inceppare le catene globali del valore, a differenza di quel che accade da noi dove i governi tendono a considerare ufficialmente chiusa la pandemia almeno nella sua declinazione economica.

Le osservazioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio

Non è secondario che Ref faccia parte insieme a Prometeia, Cer e Oxford Economics del panel di istituti di ricerca indipendenti che affianca l’Ufficio parlamentare di bilancio nel processo di validazione dei numeri di finanza pubblica proposti dal governo. Proprio ieri l’Upb ha mandato al governo le proprie «osservazioni» sul quadro macro tendenziale proposto dal ministero dell’Economia per il Def in arrivo; a conferma del fatto che il confronto è entrato nel vivo, e potrebbe condurre a una limatura al ribasso delle prime stime di via XX Settembre.

I numeri in costruzione mostrano in ogni caso che il prezzo pagato al duplice shock esogeno dalla crescita italiana, indicata al +4,2% tendenziale e al +4,7% programmatico grazie all’effetto espansivo attribuito alla manovra nell’ultima Nota di aggiornamento al Def, si prospetta decisamente superiore ai 7 decimali di Pil ipotizzati inizialmente dall’Istat; come del resto ha confermato ieri lo stesso presidente dell’Istituto di statistica Gian Carlo Blangiardo a SkyTg24.

Su queste premesse è in via di definizione la nuova curva di deficit e debito, in un lavoro nel quale però più delle calcolatrici conta la politica, chiamata a trovare l’equilibrio fra l’esigenza di mantenere il percorso di discesa del debito e quella di dare un nuovo stimolo all’economia per non allontanare troppo i ritmi di crescita da quelli sperati prima del doppio shock.

In attesa del consiglio europeo

Su questa decisione, e quindi sulle dimensioni dello scostamento dai vecchi obiettivi che per quest’anno indicavano un deficit al 5,6% del Pil, peseranno le decisioni attese dal consiglio europeo di giovedì e venerdì. Lì si capirà se oltre al nuovo giro di deroghe sui limiti agli aiuti di Stato da Bruxelles arriveranno davvero nuove leve comuni, o se l’Italia dovrà in larga parte cavarsela da sola. Contando però anche su qualche notizia che almeno per la finanza pubblica ha un segno positivo.

Perché tra i tanti compiti del Def c’è anche quello di gestire le coperture dei due decreti energia approvati fin qui, circa 5 miliardi tra i fondi Mef bloccati nel provvedimento di febbraio e le maggiori entrate Iva usate dal decreto della scorsa settimana per una quota degli sconti sul carburante; ma potrà farlo anche con la spinta di un’inflazione che corre verso il 6% e affatica l’economia reale, ma nello stesso tempo gonfia il Pil nominale su cui si calcola il rapporto con deficit e debito.

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