le trattative

Spagna, il governo Sanchez cerca l’appoggio degli indipendentisti catalani

Per ottenere la fiducia del Parlamento, il leader socialista ha bisogno dell’astensione della Sinistra repubblicana di Catalogna: la reclusione di Junqueras complica i negoziati. Nonostante quattro elezioni in quattro anni la Spagna non è ancora uscita dal <i>bloqueo</i> politico

di Luca Veronese


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Pedro Sanchez, leader socialista spagnolo e premier incaricato

3' di lettura

Per Pedro Sanchez è il passaggio decisivo, forse possibile l’unico verso il governo. Il leader socialista inizia la trattativa con Erc, la Esquerra Republicana de Catalunya, con pochi margini: per avere il via libera del Parlamento spagnolo, deve convincere gli indipendentisti catalani ad astenersi nel voto di investitura; ma non può promettere niente che sia al di fuori della Costituzione e delle leggi spagnole, quindi niente diritto di autodeterminazione, niente diritto di decidere, niente referendum concordato sulla secessione. Anzi la secessione non si deve nemmeno nominare, neppure come ipotesi remota, perché gran parte degli elettori che hanno dato la vittoria ai Socialisti nel voto di inizio di novembre - il quarto in quattro anni, senza che la Spagna trovi il modo di uscire dal bloqueo, la paralisi politica - vogliono certo il dialogo tra Madrid e Barcellona. Ma non intendono fare concessioni alla Catalogna e men che meno, come risulta anche dai report interni al Psoe, sono disposti a rinunciare alla Spagna una e indivisibile: «Se li deludesse Sanchez consegnerebbe il Paese alla destra dei Popolari e ai fascisti di Vox. Ma anche quelli della Sinistra repubblicana hanno tutto da perdere da una svolta a destra», dice un consigliere vicino al premier incaricato.

Junqueras in carcere, trattativa più difficile
La strada di Sanchez è inoltre complicata dall’impossibilità di parlare faccia a faccia con il vero leader di Erc: dopo due anni di reclusione preventiva, in ottobre Oriol Junqueras è stato condannato a 13 anni di prigione per sedizione, assieme agli altri leader indipendentisti catalani.
Nella trattativa con Erc che si apre alla Camera bassa (alla quale parteciperanno tre negoziatori per parte), Sanchez punta tutto sul suo Piano A: un governo da formare attorno alla coalizione di sinistra dei Socialisti con Podemos, il partito anti-sistema di Pablo Iglesias; che ottenga il sostegno e quindi sui voti dei partiti regionali non secessionisti; e che nasca con il favore dell’astensione della Sinistra repubblicana catalana. In tutto il leader socialista può contare su 169 voti a favore sui 350 del Parlamento, contro i 163 delle opposizioni: non ha quindi la maggioranza assoluta di 176 seggi ma può raggiungere la fiducia nel secondo voto del Parlamento, a maggioranza semplice, se i 13 deputati di Erc si asterranno (rendendo ininfluente a quel punto l’orientamento dei cinque rappresentati della Bildu basca).

La Legge di bilancio e le rivendicazioni di Barcellona
Prima ancora che un patto di legislatura, Sanchez chiede un accordo in Parlamento per arrivare a far approvare la Legge di bilancio dopo mesi di esercizio provvisorio. La Sinistra repubblicana catalana ha invece l’unico obiettivo di arrivare a una soluzione nella crisi tra Barcellona e Madrid: meglio se con l’indipendenza, anche se la presenza dei Socialisti al governo potrebbe aprire anche possibilità meno estreme e comunque soddisfacenti, se non per il fronte secessionista, almeno per la maggioranza dei cittadini della Catalogna. «Useremo la forza dei nostri 13 deputati per cercare di risolvere un conflitto che riguarda l’intero Paese», ha detto il portavoce di Erc, Gabriel Rufian, chiedendo un negoziato trasparente per aiutare Sanchez. E fare nascere il primo governo di coalizione della storia spagnola.

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