Il vaccino

Il Governo stringe su Moderna per la produzione in Italia

Catalent di Anagni in pole position per realizzare il principio attivo anti Covid. Abrignani e Palù possibili consiglieri per la fondazione Enea tech e biomedical

di Marzio Bartoloni e Sara Monaci

I dati dei vaccinati al 28 agosto 2021

3' di lettura

Il Governo prova a stringere sulla produzione del vaccino in Italia. E il candidato numero uno è il siero a M-Rna prodotto dall’americana Moderna con cui il «negoziato è a buon punto», fanno sapere dal ministero dello Sviluppo economico. Dove chi segue il dossier si dice fiducioso di poter chiudere un accordo già a settembre, prima tappa per la produzione dei sieri che vedrebbero però la luce solo dal 2022.

Da Moderna per ora «nessun commento», ma la strada potrebbe essere quella già seguita con il governo canadese con il quale l’azienda ha firmato lo scorso 10 agosto un memorandum d’intesa per la costruzione di una fabbrica all’avanguardia per la produzione dei suoi vaccini. In pole position, per un accordo di questo tipo, è la Catalent di Anagni, che dovrebbe fornire i suoi stabilimenti. Il dossier è dunque in stato avanzato ma ancora non è stato chiarito appunto se l’investimento sarà «greenfield» - dunque con la creazione di un attività produttiva ex novo - o si punterà sulla riconconversione di stabilimenti già operativi.

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A pesare su questa scelta saranno anche gli incentivi per la produzione del vaccino appena licenziati dal Mise nel decreto Sostegni bis in vigore dal 25 luglio scorso: si va dal credito d’imposta sulla ricerca su farmaci e vaccini del 20% (per un tetto massimo annuale di 20 milioni) agli incentivi che gestirà la neonata Fondazione Enea Tech e Biomedical che aspetta ancora il nuovo Statuto, mentre comincia a prendere forma un possibile cda.

Tre componenti spettano al Mise, uno al Miur e uno al Ministero della Salute. Il presidente, in quota Mise, dovrebbe essere l’ex ministro dell’economia Giovanni Tria. Possibile che entri a far parte del consiglio, in quota Miur, anche l’immunologo Sergio Abrignani, componente del Comitato tecnico scientifico. E potrebbe fare il suo ingresso nella neonata fondazione anche Giorgio Palù, presidente dell’Aifa, in quota Mise.

Enea Tech e Biomedical era partita l’anno scorso con una dote iniziale di 500 milioni, da usare per start up in vari settori, quando ancora non era stato aggiunto il segmento biomedicale. A inizio estate si è aggiunta la definizione “biomedical”, con 400 milioni aggiuntivi, con l’obiettivo di usare in tutto 650 milioni per il settore biomedicale (e quindi, si può supporre, proprio per la filiera del vaccino anti-Covid). Il core business iniziale, incentrato sulle start up, è dunque cambiato e potrebbero rientrare così anche dossier avviati da Invitalia.

Tornando al vaccino anti-Covid, c’è una ristretta lista di aziende già operative in Italia che potrebbe fare da partner in questa produzione made in Italy. Quella che sembra indirizzata a sottoscrivere un accordo con Moderna, e quindi anche con il governo italiano, è la Catalent Pharma Solutions (con sede principale a Somerset, nel New Jersey), che in Italia ha sede ad Anagni (Frosinone). A fine luglio aveva già annunciato l’espansione del suo stabilimento per un investimento da 100 milioni, con l’installazione di due bioreattori (la tecnologia di base per realizzare vaccini). Lo stabilimento italiano già infiala le dosi di Astrazeneca, con una capacità di 24mila flaconi l’ora.

A questo accordo tra Moderna e Catalent sta lavorando il governo, che potrebbe trovare un modo per coprire i costi fissi di un’eventuale produzione dal 2022.

Tra le altre aziende di cui si era parlato nei mesi passati c’è la statunitense Thermo Fisher, che in Italia ha sede a Monza, dove ha già avviato l’infialatura di Pfizer dalla scorsa primavera. L’azienda farmaceutica ha stretto anche un accordo per infialatura e packaging con Moderna nel sito di Greenville, nel North Corolina. Al momento però non sembra che questo posta portare ad un accordo più ampio in Italia.

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