politica & borse

Il grafico che spaventa le Borse: indice del populismo al record dagli anni ’30

di Morya Longo

3' di lettura

Negli uffici di alcuni hedge fund londinesi gira un grafico: un indice, elaborato da Bridgewater Associates, che stima la forza del populismo (o meglio dei partiti anti-sistema) in giro per il mondo. Ebbene: secondo questo indicatore, il populismo ha un consenso al record dagli anni ’30. Mai, negli ultimi 80-90 anni, i partiti anti-establishment hanno avuto un consenso così elevato e così diffuso in tutto il mondo industrializzato come oggi. Sebbene oggi il concetto (vago, indefinibile e probabilmente opinabile) di populismo sia ben diverso da quello degli anni ’30 (la stessa Bridgewater sottolinea che oggi è decisamente meno aggressivo e meno estremo rispetto a un tempo), il trend è chiaro e inequivocabile. Questo spaventa le Borse, che amano poco le sorprese. E tiene i listini europei, dove il rischio elettorale è più imminente, sulle spine: così le Borse, pur positive quest’anno, restano sottovalutate rispetto a quelle americane.

Bene inteso: il termine populismo è vago e comprende fenomeni tra loro ben differenti. Bridgewater include in questo concetto tutti i partiti o movimenti politici che nella storia hanno avuto alcune caratteristiche simili: per esempio quasi tutti attaccano l’establishment politico dominante, si schierano contro le banche e le grandi corporazioni, in molti casi hanno componenti nazionaliste, spesso chiedono misure protezionistiche e hanno ideologie contrarie all’immigrazione. Guardando alla storia del passato, Bridgewater inserisce in questo concetto partiti e uomini politici molto diversi tra loro: da Mussolini, Hitler e Franco, fino a personaggi che nella storia hanno lasciato ben altre impronte come il presidente americano Roosvelt. Analizzando però le caratteristiche comuni di 18 di questi personaggi nella storia e osservando i movimenti politici di oggi (pur con tutte le approssimazioni del caso), lo studio di Brodgewater giunge a una conclusione ben precisa: il fenomeno dei partiti anti-sistema è diffuso oggi come allora.

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Questo, come detto, sta tenendo le Borse sulle spine. Non perché il populismo per forza debba far male ai listini azionari. Lo dimostrano tre casi più o meno recenti, individuati dal Sole 24 Ore e non inclusi nello studio di Bridgewater, in cui la Borsa si è preoccupata a torto. Quando vinse Ronald Reagan (considerato in precedenza poco affidabile) la Borsa di Wall Street perse il 20% per poi riguadagnare il 145% nei 6 anni successivi. Quando i sondaggi davano il “populista” Lula in vantaggio per diventare presidente del Brasile nel 2002, lo «spread» dei titoli di Stato brasiliani rispetto a quelli statunitensi superò i 2.000 punti. Però poi, con Lula presidente, il Brasile ha conosciuto una lunga luna di miele con gli investitori. E con l’economia. Idem per Donald Trump, più di recente: le Borse spesso si preoccupano, ma poi reagiscono in maniera diversa da come loro stesse sembravano indicare prima delle elezioni in cui vince un “populista” o un politico poco gradito dagli investitori.

Nel caso europeo del 2017, però, c’è un’incognita in più. Inedita: l’atteggiamento spesso anti-euro di molti partiti classificabili genericamente come populisti. La rottura dell’euro fa paura ai mercati finanziari perché potrebbe causare svalutazioni molto veloci delle future monete nei Paesi più deboli: questo andrebbe a ridurre il valore (per chi investe da oltreconfine) delle azioni, delle obbligazioni, dei depositi, degli immobili di quel Paese. Questo, dunque, disincentiva oggi molti investitori a comprare azioni oppure obbligazioni europee e - soprattutto - dei Paesi più deboli. Per questo la Borsa di Milano è una delle più lente. Per questo i BTp italiani hanno uno spread di 200 punti rispetto ai Bund tedeschi. L’indice di Bridgewater lo spiega bene. Il rischio che il populismo vada al Governo è ritenuto minimo (a partire dalla Francia), ma l’apprensione sul mercato c’è.

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