Studenti e ricercatori

Il grande balzo cinese dai corsi del mandarinato al primato web

di Stefano Carrer

2' di lettura

Come successo in altri casi, un’idea di origine americana ha trovato terreno fertile in Cina, dove i Mooc (Massive open online courses) sono decollati non solo per un contesto di mercato favorevole - dalle dimensioni all’impegno serio verso la cultura come mezzo per affermarsi nella vita - ma per l’approccio del governo che ne ha stimolato lo sviluppo, intervenendo nella loro regolamentazione fino a fissare target annuali su quanti corsi Mooc di alta qualità dovessero esse prodotti ogni anno, con una sorta di bollino di riconoscimento nazionale (condizionati a requisiti prefissati e a valutazioni da parte di commissioni del ministero dell’Educazione).

Numeri in forte crescita

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Introdotti nel 2013, nel giro di sette anni sono arrivati al numero di circa 15mila su una dozzina di differenti piattaforme, con una partecipazione che ha interessato quasi 270 milioni di persone, secondo dati forniti da alcuni media locali che sottolineano il primato mondiale raggiunto dal Paese e l’“esportazione” di oltre 200 corsi sviluppati da una ventina di università cinesi.

Joshua Kobb, vice rettore della Zejiang University International Business School, ha citato stime più conservative (12.500 Mooc per 200 milioni di partecipanti) e ne intravede le possibilità di una forte espansione ulteriore in seguito all’epidemia da coronavirus che sta già facendo da spinta l’intero settore dell’e-learning . Quest’anno il semestre primaverile è iniziato online in buona parte delle università cinesi: sono in molti a fare la facile previsione di una ulteriore espansione dei Mooc in un Paese dove da subito sono stati calibrati sulle esigenze dell’apprendimento universitario più di quanto accada in altre nazioni.

I grandi atenei

La dinamica è stata anticipata di qualche mese a Hong Kong, dove da novembre le dimostrazioni di massa avevano portato alla sospensione delle lezioni “fisiche”, determinando il passaggio online degli insegnamento, con una prevalenza dei Mooc e un orientamento ormai spiccato verso il concetto di “classe virtuale” sincronizzata e in tempo reale.

La prestigiosa università Tsinghua, che si vanta di aver dato vita alla prima e più diffusa piattaforma Mooc (XuetangX), in seguito all’epidemia ha aperto al pubblico una vasta serie di risorse online, tra cui 1.900 Mooc, oltre a creare corsi “clone class” (due classi virtuali identiche, una alla Tsinghua e una nell’istituzione “gemellata”, con identici contenuti e lo stesso professore della Tsinghua) condivisi con l’università di Wuhan (epicentro della crisi) e di zone remote del Paese.

È stata la Hunan University a offrire per prima l’educazione online nel 1998, innovando rispetto a una tradizione (risalente al sistema degli esami del mandarinato) che privilegiava senz’altro l’apprendimento passivo e nozionistico, con scarsa interazione, dentro ampie strutture fisiche.

A spronare una netta evoluzione rispetto a questo storico modello sono state le ultime generazioni studentesche, a loro agio con le tecnologie e i servizi on-demand. E-learning e Mooc, peraltro, secondo molti osservatori non hanno ancora raggiunto il loro pieno potenziale in quanto l’educazione superiore in Cina resta molto regolata: l’effetto-coronavirus, in questo senso, potrebbe favorire una relativa deregulation, ampliando gli spazi di autonomia delle istituzioni accademiche più attive nell’applicazione delle nuove tecnologie all’educazione.

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