Italia e leadership

Il grande fossato tra governo e mondo politico

La pandemia ha dato il colpo di grazia al populismo, che aggrava i problemi invece di risolverli

di Sergio Fabbrini

(ANSA)

4' di lettura

In Italia, la politica sta scivolando verso l'irrilevanza, sia a livello locale che nazionale. Le elezioni amministrative di domenica e lunedì scorsi sono lì a dimostrarlo. In quelle elezioni, più della metà degli elettori non si è presentata ai seggi, come se votare fosse considerata un'attività socialmente inutile. Nei comuni (grandi o piccoli), l'indifferenza verso chi ha governato o chi governerà è diffusa. Ma anche a livello nazionale la politica non se la passa bene. Basti pensare che l'esito di quelle elezioni amministrative, contrariamente a ciò che avveniva nel passato, non ha avuto alcuna incidenza sul governo nazionale. Certamente, chi è uscito sconfitto dalle elezioni (Matteo Salvini) ha subito abbaiato (richiedendo ai ministri del suo partito di non partecipare ad una riunione del Consiglio dei ministri), ma poi si è ben guardato dal mordere (cioè dal mettere in discussione il governo).

E comunque, il premier Mario Draghi gli ha fatto notare che «il governo va avanti (perché) la sua azione non può seguire il calendario elettorale (ma deve seguire) quello concordato con l’Europa per le riforme». Come spiegare tale distanziamento tra la politica e il governo?

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Esso è dovuto a ragioni sia contingenti che strutturali. Tra le ragioni contingenti, come è stato rilevato da diversi studi empirici, c’è la qualità particolarmente bassa dei rappresentanti politici emersi con il ciclo elettorale iniziato nel 2013 (dopo la crisi che portò al quasi-tracollo finanziario del Paese nel 2011). Quelle elezioni, e poi soprattutto le elezioni del 2018, condussero all’ascesa di politici populisti, specialisti della rabbia ma dilettanti del governo. Un’ascesa sostenuta da una società incattivita dalla prolungata crisi finanziaria, ma anche da settori di classe dirigente (con i loro media nazionali) che pensavano di poter usare il populismo per lavarsi la coscienza (ovvero coprire le loro responsabilità per il declino italiano). Una volta avviatosi, un ciclo politico tende ad auto-riprodursi ed estendersi, selezionando politici simili dalle circoscrizioni comunali al Parlamento europeo. Non si tratta di discutere gli intenti personali dei singoli rappresentanti, ma di valutare l’impatto sistemico della loro rappresentanza. Privi di competenze, poveri di esperienze, ignari delle complessità, quei rappresentanti si sono dimostrati drammaticamente incapaci ad affrontare le sfide del governo del Paese (a cominciare dalla gestione dell’interdipendenza monetaria e fiscale dell’Eurozona), oltre che le sfide del governo dei comuni (a cominciare dalla Capitale). In democrazia, i voti contano, le risorse pesano, ma senza le competenze non si va da nessuna parte. La pandemia ha dato il colpo di grazia al populismo, mostrando che esso aggrava i problemi invece di risolverli. Un esito per il quale nessuno può dichiararsi incolpevole, sia in quella società che oggi non va a votare che in quella classe dirigente che oggi si è aggrappata a Mario Draghi.

Tra le ragioni strutturali, come è stato dimostrato anche qui da diverse ricerche, c’è l’inadeguatezza del nostro sistema istituzionale. Le crisi funzionano sempre come cartina di tornasole, mostrando virtù e vizi di un Paese. Nel nostro caso, la pandemia ha mostrato che i secondi sono abbondanti, mentre le prime scarseggiano. Non disponiamo di un sistema territoriale che possa promuovere, insieme alle differenze regionali, una politica nazionale per rispondere a minacce collettive. Di fronte alla pandemia, ogni regione è andata per la sua strada, con governatori (e sindaci) che hanno agito come caudillos delle pampas piuttosto che come attori di uno stato articolato. La pandemia ha mostrato anche che non disponiamo di un sistema parlamentare che possa garantire autonomia operativa al governo e capacità di controllo al legislativo (basato ancora su un bicameralismo barocco). Naturalmente, non è facile rispondere a una pandemia, né si può negare il ruolo avuto dal governo nel favorire una politica solidaristica a livello europeo. Tuttavia, il governo ha scavalcato frequentemente il parlamento, usando strumenti ai limiti della legalità. Come se non bastasse, l’improvvisazione era divenuta la cifra della sua azione. Pur con eccezioni, abbiamo assistito all’apoteosi dei chiacchieroni. Invece di lavorare a un piano attendibile per la ripresa post-pandemica, ci si è dedicati a organizzare stati generali dell’economia simili ad un festival di Sanremo. Un sistema istituzionale debole, condizionato da rappresentanti populisti, non poteva produrre governi in grado di ricostruire l’Italia post-pandemica. Anche qui, nessuno nella società e nella classe dirigente può dichiararsi incolpevole per la persistenza di tale debolezza istituzionale. Così, la politica delle chiacchiere ha dovuto accettare di mettere il governo delle competenze al riparo da sé stessa. Ecco perché i critici del governo Draghi possono abbaiare, ma non mordere. Se il governo Draghi venisse licenziato, infatti, chi sarebbe in grado di realizzare i piani di intervento, di rispettare la loro sequenza temporale, di raggiungere gli obiettivi di riforma, condizioni per ricevere (scaglionati) i fondi di Next Generation EU (senza i quali non ci rimetteremmo in piedi)?

In conclusione, il distanziamento tra la politica e il governo ha ragioni sia contingenti che strutturali. Esso costituisce un problema grave da risolvere prima possibile. Se il ciclo politico populista si chiuderà con il governo Draghi, è però necessario che la politica apra un nuovo ciclo post-populista, basato sulla modernizzazione dello stato e su una qualità europea delle sue leadership.

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