Boko haram e la crisi dei migranti

Il jihadismo internazionale attecchisce nella parte settentrionale della Nigeria

di Giovanni Diana *

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7' di lettura

Da cosa fuggono le persone che dalla regione del Sahel, la fascia subsahariana che separa il Maghreb dall’Africa centrale, attraversano il deserto per raggiungere la Libia e la ricca Europa? I flussi migratori che attraverso la rotta libica si riversano sulle coste italiane nascono spesso in quest’area, che va dalla Mauritania all’Eritrea e comprende anche il Niger, dove il governo di Roma ha inviato un contingente militare per addestrare le milizie locali. E poi c’è la Nigeria: qui il gruppo jihadista Boko Haram, presente soprattutto nello Stato del Borno, punta a creare uno Stato islamico nella parte settentrionale del paese, ricongiungendosi alle popolazioni etnicamente affini di Niger, Ciad e Camerun. Tutta la striscia saheliana è percorsa da est a ovest da antiche tensioni etnico-religiose che spesso sfociano in sanguinosi conflitti civili. La partita si gioca sulla s tabilizzazione della Libia, tema al centro dell’incontro di Parigi il 29 maggio. Ma la road map sulla Libia discussa a Parigi non è stata firmata dai partecipanti al vertice ma solo approvata informalmente. La roadmap era stata presentata nel settembre scorso all’Onu dal rappresentante speciale per la Libia Ghassan Salamé. A partire dall'organizzazione di elezioni per la fine del 2018.

Le zone di guerra nel Sahel sono presidiate da gruppi armati di ribelli, terroristi e trafficanti che gestiscono la tratta dei migranti e introducono illegalmente le armi. Le autorità sono assenti o profondamente corrotte. Milioni di sfollati si accalcano nelle zone franche, rassegnati a un esodo che sembra la sola via di salvezza. Scrutano atterriti verso Nord, al di là dell’oceano di deserto che dovranno attraversare per non perdere di vista l'unico barlume di speranza rimasto: l’Europa. Ma la strada verso il Vecchio Continente è lastricata di insidie, dalle torture che i migranti devono patire per mano dei trafficanti di uomini, fino al tragico atto finale della traversata del Mediterraneo. Pochi di essi immaginano che una volta approdati sulle coste europee i loro sogni si infrangeranno contro nuove barriere, questa volta erette dalla politica.

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Quattro studentesse del Government Girls Technical College, sfuggito all'attacco di Boko Haram / AFP PHOTO / AMINU ABUBAKA

Il Sahel è una polveriera pronta a esplodere. E se l'Europa non interverrà per tempo, le schegge di questa deflagrazione la investiranno in pieno. Negli ultimi anni, poi, la regione ha vissuto sulla sua pelle la diffusione dell’integralismo islamico. Situazioni del genere, dunque, non esistono solamente in Medio Oriente ma anche in Africa.

Le forze dell'esercito del Niger sono impegnate da un mese nelle operazioni contro Boko Haram all'interno del territorio nigerianoCredit: ERIC DESSONS / JDD/SIPA / IPA

Secondo molti analisti, l'Africa è destinata a diventare il fulcro del jihadismo internazionale. Da tempo, in vista di una inevitabile sconfitta territoriale in Siria e Iraq, lo Stato Islamico ha adottato la strategia di rispedire i foreign fighters nei loro paesi di origine, congelando momentaneamente il progetto della ricostruzione del Califfato. Intanto gli apparati del terrore vengono trasferiti in territori più fertili e meno sorvegliati dalla comunità internazionale. Come spiega il rapporto “Jihad in Sahel”dell’Ispi, la diffusione del fondamentalismo in questa regione è stata incoraggiata dalle monarchie del Golfo, su tutte Qatar e Arabia Saudita, che con i loro investimenti stanno foraggiando la costruzione di mosche e e di madrasse (scuole coraniche). Questi luoghi sono i centri di diffusione del jihadismo, dove gli imam salafiti fanno proseliti ed esortano i fedeli a insorgere contro i loro governanti in combutta con l’Occidente.

REUTERS/Emmanuel Braun/File Photo - S1BETXAZYVAA

Il gigante nigeriano e la minaccia Boko Haram
Ecco cosa c'è dietro l'emergenza umanitaria nello Stato del Borno

Uno dei Paesi dell’Africa occidentale dove il jihadismo ha già attecchito da tempo è la Nigeria. Con 180 milioni di abitanti (di cui oltre la metà è composta da bambini) è di gran lunga il paese più popoloso d’Africa. Grazie agli affari delle grandi compagnie petrolifere attraverso la vendita del greggio - di cui possiede vasti giacimenti nella regione del Delta del Niger - negli ultimi anni l'economia nigeriana è diventata la prima del Continente Nero, superando il Sudafrica. Ma le enormi trasformazioni cui va incontro la Nigeria generano anche apprensione da parte della comunità internazionale. Un elemento preoccupante è la crescita demografica impetuosa che sta investendo il Paese e che galoppa a ritmi frenetici: le previsioni dicono che entro il 2030 la popolazione nigeriana toccherà quota 260 milioni di abitanti. Un colosso che da solo eguaglierà la popolazione di Italia, Germania, Francia e Regno Unito messe assieme.

Da sempre al suo interno coesistono due realtà opposte, divise etnicamente e caratterizzate da uno squilibrio economico. Il divario è tra un Sud più agiato, a maggioranza cristiana, che beneficia della ricchezza derivante dal greggio; e un Nord povero e incolto, dove predominano i musulmani dediti alla pastorizia e all’agricoltura

Da circa 15 anni nello Stato settentrionale del Borno si è installato Boko Haram. Si tratta di un’organizzazione terroristica di matrice islamista che semina terrore nella regione, depredando villaggi e mettendo alle corde le tribù locali con terribili attentati. Fondato nel 2002 come movimento di opposizione all’occidentalizzazione nel Paese, Boko Haram - che letteralmente significa “l'educazione occidentale è proibita” - è diventato negli anni uno dei gruppi più oltranzisti e spietati della galassia jihadista. A pagare il prezzo più caro della presenza di questa piaga è la popolazione civile. Dal 2009 i miliziani di Boko Haram hanno causato oltre 30mila morti e 2,5 milioni di sfollati interni (dati Iom) soprattutto nello stato del Borno. Un'emergenza umanitaria a tutti gli effetti.

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L'oscurantismo è uno dei tratti distintivi del fondamentalismo più intransigente. E Boko Haram ha scioccato il mondo intero con le sue scorrerie ai danni di alcuni istituti femminili. Due delle quali hanno avuto un’eco mediatica particolare. La prima risale al 2014, quando i jihadisti presero d’assalto una scuola a Chibok, nello Stato del Borno, rapendo 270 giovani studentesse. Quest’episodio rimase nelle pagine della stampa internazionale per molto tempo, anche grazie al successo riscosso dalla campagna per la liberazione delle vittime# BringBackOurGirls. Ottantadue di esse sono state rilasciate nel maggio 2017, ma solamente dopo tre anni di trattative estenuanti, che sono costate al governo la liberazione di alcuni capi jihadisti e il pagamento di un lauto riscatto. La seconda, nel febbraio scorso, a Dapchi, nello Stato dello Yobe, dove questa volta i terroristi hanno sequestrato 111 ragazze della Government Girls Science and technical School. Ad oggi, la vicenda rimane fumosa. Non è chiaro se e quante ragazze siano state rapite e quante invece siano riuscite a darsi alla fuga. Nonostante i grandi progressi fatti negli ultimi tempi dal presidente nigeriano Muhammadu Buhari nella lotta a Boko Haram, la minaccia non è ancora stata debellata e tiene in un perenne stato di terrore la popolazione locale. Amnesty International qualche giorno fa ha denunciato che militari dell'esercito e della task force civile hanno stuprato ex prigioniere dei campi satellite. Lager in cui, secondo l'organizzazione umanitaria, le donne sono continuamente abusate: nella base di Giwa negli ultimi due anni sono morti 32 fra neonati e bambini e 5 donne. È dal 2015 che l'esercito nigeriano ha sottratto i territori alle milizie di Boko Haram, ma le condizioni sono rimaste disumane.

ANSA

Il rebus della gestione dei migranti
Dopo l’esito del voto del 4 marzo la gestione dei migranti diventa un rebus. A causa della sua posizione strategica, il Niger è stato individuato come lo snodo chiave in cui intervenire, onde azzerare la tratta dei migranti che porta alla Libia. Perciò, nel 2014 è nata la G5 Sahel Joint Force, formata dai paesi del Sahel, sotto l’egida dell'Onu, dell'Ua (Unione Africana) e con la partecipazione di Stati Uniti, Francia e Italia. “Boots on the ground”, dunque, con il duplice obiettivo di sradicare il fondamentalismo dalla regione e arginare i flussi migratori, stabilizzando in questo modo la polveriera del Sahel. Il contributo dell'Italia nella missione in Niger, che a gennaio ha ottenuto il via libera del parlamento, è, come ha spiegato il premier uscente Paolo Gentiloni, «consolidare gli assetti di controllo del territorio e delle frontiere e rafforzare le forze di polizia locali». In parole povere, si tratta di addestrare le milizie locali nella lotta ai jihadisti e nel contrasto dei traffici illegali. A causa delle dichiarazioni di esponenti del governo nigerino, che hanno negato il via libera di Niamey a una presenza di militari italiani sul loro territorio, la missione vive una fase di stallo.

Senza contare poi che esiste una questione che riguarda i diritti umani: spesso i migranti in Libia finiscono dentro dei veri e propri lager, dove vengono tenuti in condizioni disumane e sottoposti a torture indicibili. Una tragedia nella tragedia, più volte documentata e messa in evidenza dalle associazioni umanitarie. All’interno dei centri di detenzione in Libia, infatti, non è garantito il rispetto dei diritti umani.

A inizio marzo 2018, in una direttiva interna al suo ministero il responsabile del Viminale uscente Marco Minniti ha scritto che i flussi continuano a «sottoporre il sistema nazionale di accoglienza a una significativa pressione», nonostante il calo considerevole degli arrivi che si è registrato dall'estate del 2017. La conseguenza è che l'azione dei rimpatri per chi non ha diritto all'asilo diventa “prioritaria”.

Per i molti nigeriani presenti in Italia questa linea suona come una sentenza. Già a fine gennaio 2017, a un mese dal suo insediamento agli Interni, Minniti aveva indirizzato una circolare urgente a tutte le questure del Paese, in cui chiedeva alle forze di polizia uno sforzo per «rintracciare cittadini nigeriani in posizione irregolare sul territorio nazionale». Poco dopo si sarebbe scoperto che Roma e Abuja avevano stipulato un accordo bilaterale che incentivava i rimpatri dei clandestini nigeriani. La questione sollevò subito molte polemiche, molte voci di protesta si levarono dal mondo delle organizzazioni umanitarie, secondo le quali l'operazione voluta da Minniti in fretta e furia assumeva i contorni di un rastrellamento di persone su base etnica. E quindi di una discriminazione razziale che non teneva conto della storia personale di ogni singolo individuo.

I migranti nigeriani rappresentano solamente una porzione di quella che sarà una questione decisiva del XXI secolo, tanto per l'Europa quanto per l'Italia. Il futuro dell'Ue si gioca anche sul successo dell'intervento in Africa e sulla gestione dei flussi migratori. Un'opinione molto diffusa è che «l'Europa ha dormito per troppo tempo sul problema dei migranti». A dirlo è il presidente dell'Europarlamento Antonio Tajani, mettendo in evidenza anche lo squilibrio tra le risorse messe sul piatto per la Turchia (sei miliardi di euro per bloccare la tratta balcanica) e “le briciole”destinate invece a Libia e Italia per placare i flussi del Mediterraneo (Corriere della Sera, 18 marzo).

Sul fronte dei migranti Roma è stata abbandonata a se stessa. E nel voto del 4 marzo, gli italiani hanno rovesciato le carte in tavola votando in massa per i partiti cosiddetti populisti o “anti-sistema”, che non gradiscono la gestione dei migranti adottata finora. Al di là degli aberranti messaggi di vicinanza a Traini, un problema legato all'immigrazione in Italia esiste sotto due risvolti: sicurezza e lavoro. E sta ridefinendo gli equilibri politici e socio-culturali del Paese. La soluzione sembra tanto ovvia quanto distante: continuare a garantire protezione a tutte le persone che scappano da guerre, carestie e persecuzioni etnico-religiose, come nel caso dei nigeriani in fuga da Boko Haram. Una salvaguardia è garantita dall'art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951, la carta che definisce lo status di “rifugiato”, e deve rimanere un diritto inalienabile. A farsi garante del sostegno ai rifugiati può e deve essere solo l'Europa. Attraverso una strategia unitaria e condivisa, che non ammetta deroghe su accoglienza e ricollocamenti.

Allievo dell’ottava edizione del Master in Giornalismo Politico-economico e informazione multimediale della Business School24 del Sole 24 Ore - Lavoro nell’ambito del Laboratorio di tecniche narrative per lo storytelling digitale

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