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Il Kirghizistan torna nel caos, si apre un’altra crisi per Mosca

Invalidati i risultati delle elezioni parlamentari di domenica, che avevano escluso i partiti dell’opposizione dal Parlamento: ma ora i dimostranti reclamano il potere

di Antonella Scott

La grande manifestazione nella piazza centrale di Bishkek, la capitale del Kirghizistan

2' di lettura

Dopo la Rivoluzione dei tulipani del 2005, dopo i drammatici disordini che nel 2010 rasentarono la guerra civile, il Kirghizistan è piombato ancora una volta nel caos politico. Confermandosi un Paese relativamente più libero e pluralista, nel confronto con le altre repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale, ma terribilmente instabile.

A due giorni dalle elezioni parlamentari di domenica scorsa, contestate dai partiti dell’opposizione, è molto difficile capire chi abbia il controllo della situazione. Dopo aver gridato al golpe e denunciato le manovre sovversive delle forze politiche di opposizione, il presidente Sooronbai Jeenbekov ha permesso ieri alla Commissione elettorale di invalidare un voto in cui i risultati ufficiali avevano assegnato il 25% dei consensi ciascuno ai due partiti più vicini al presidente, Birimolik e Mekenim Kyrghyzstan. Escludendo completamente dal Parlamento i partiti di opposizione: secondo gli osservatori internazionali sono «credibili» le accuse di compravendita e manipolazione del voto.

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La rivolta esplosa lunedì ha visto i manifestanti fare irruzione nella “Casa Bianca” di Bishkek, sede del Parlamento, di uffici governativi e dell’amministrazione presidenziale. Alcuni detenuti di alto profilo, tra cui l’ex presidente Almazbek Atambayev - ex alleato di Jeenbekov, accusato poi di corruzione - sono stati liberati, mentre diversi governatori regionali si sono dimessi. E non sono più apparsi in pubblico i membri del governo: i politici dell’opposizione intendono creare un consiglio di coordinamento per arrivare a definire un governo provvisorio. Affermano ormai di avere in mano il potere, malgrado il Parlamento stia cercando di convocare una sessione d’emergenza e il presidente Jeenbekov - che ha proseguito la linea di riavvicinamento alla Russia avviata dal predecessore - si sia detto pronto a incontrare i leader dei 16 partiti presenti al voto.

Le sue concessioni, tuttavia, potrebbero non essere più sufficienti: in un’intervista esclusiva alla Bbc, al telefono da una località segreta, nella serata di martedì Jeenbekov si è detto pronto a farsi da parte, «pronto a dare la responsabilità a leader forti»: il presidente non ha però voluto chiarire esattamente a chi si riferiva. Potrebbero essere bastati due giorni per far capitolare il suo regno: «Il primo obiettivo dei dimostranti - ha detto Jeenbekov alla Bbc - non era annullare il risultato delle elezioni, ma rimuovermi dal potere». Cosa che il presidente sembra disposto a fare «per risolvere la questione».

Dopo aver proclamato l’indipendenza dall’Urss nel 1991, in 15 anni il Kirghizistan ha assistito alla cacciata di due presidenti: Askar Akayev nel 2005 e Kurmanbek Bakiyev nel 2010. E ora Mosca, già alle prese con la gestione della crisi in Bielorussia e con la guerra in Nagorno-Karabakh, vede nascere nell’”estero vicino” un nuovo focolaio: in Kirghizistan la Russia mantiene una base militare. Ieri l’ambasciata russa a Bishkek ha invocato una soluzione «legale» del confronto, definendo prioritaria la stabilità interna e la salvaguardia della popolazione.

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