ITALIA

Il labirinto di 587 progetti (non solo) «green»

Alla cabina di regia continuano ad arrivare ipotesi di interventi non coordinati. Il rischio è che il percorso si incagli e diventi una assalto alla diligenza per avere fondi

di Manuela Perrone

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(Imagoeconomica)

Alla cabina di regia continuano ad arrivare ipotesi di interventi non coordinati. Il rischio è che il percorso si incagli e diventi una assalto alla diligenza per avere fondi


3' di lettura

«La transizione ecologica dovrà essere la base del nuovo modello di sviluppo su scala globale. Per avviarla sarà necessario intervenire sia sul lato della domanda sia sul lato dell’offerta». Nelle linee guida per il piano italiano di ripresa e resilienza trasmesse dal Governo al Parlamento - l’unico documento ufficiale sinora sfornato - quella relativa allo sviluppo sostenibile è una delle tre direttrici strategiche indicate, accanto a modernizzazione del Paese e inclusione sociale e territoriale. La «rivoluzione verde e transizione ecologica» è conseguentemente la seconda delle sei missioni in cui il piano si articolerà (dopo digitalizzazione e prima di infrastrutture per la mobilità, istruzione e formazione, equità e salute).

Bisognerà però aspettare almeno l’inizio del 2021, se non addirittura la scadenza di aprile, per capire quali progetti concreti sostanzieranno il Recovery Plan italiano, occasione unica per rialzare la testa dopo il flagello Covid-19. Per ora dai diversi ministeri ne sono planati ben 587 sul tavolo del Ciae, il Comitato interministeriale per gli affari europei scelto come cabina di regia politica. In questi mesi andranno vagliati, accorpati, sfoltiti. Ma l’ottica “verde” «dovrà attraversare tutto il piano trasversalmente», come ribadisce al Sole 24 Ore il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa. Anche perché la Commissione Ue ha stabilito che il 37% dei fondi (quasi 209 miliardi complessivamente disponibili per l’Italia, di cui 81,4 in sussidi e 127,4 in prestiti) dovrà essere speso per il green. E «un investimento è green - ricorda Costa - se migliora un indicatore verde, come l’impronta idrica, l’impronta di carbonio, le emissioni inquinanti, il grado di circolarità dei prodotti, la quota di energia rinnovabile, senza peggiorare gli altri».

Qual è il contesto di partenza? L’Italia, che pure ha registrato progressi nella riduzione delle emissioni di gas clima-alteranti, dovrà accelerare. L’obiettivo è quello fissato dal Green Deal europeo: raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Un traguardo che aiuterà anche la riduzione dell’inquinamento locale: il 3,3% degli italiani vive in aree dove vengono superati i limiti delle sostanze inquinanti nell’aria stabiliti dalle direttive europee. Compito del Governo sarà allora quello di realizzare «un ampio programma di investimenti» per decarbonizzare il settore energetico, ridefinire «drasticamente» il settore dei trasporti, migliorare la qualità dell’aria e potenziare le fonti rinnovabili. Si ritiene inoltre prioritario aumentare l’efficienza energetica degli edifici pubblici e privati e degli insediamenti produttivi, nonché incentivare «una gestione efficace delle aree verdi». Altri interventi dovranno riguardare la promozione dell’economia circolare e una gamma di misure per accrescere la resilienza ai cambiamenti climatici, come la gestione integrata del ciclo delle acque e dei rifiuti. Senza dimenticare, naturalmente, la riqualificazione del territorio e gli investimenti per la riconversione delle imprese verso modelli di produzione sostenibile, approfittando dei progressi tecnologici.

Si apre adesso la partita più complicata: tradurre questi princìpi in progetti che superino l’esame di Bruxelles. Tra i criteri stringenti di ammissibilità c’è proprio la quantificazione dei costi e degli impatti economici, ambientali e sociali di ogni proposta. Quelle che comportano basso consumo di suolo e favoriscono l’uso efficiente e sostenibile di risorse naturali avranno più chance. Il ministero dell’Ambiente ne ha presentati una ventina, ma Costa sottolinea come i pilastri siano tre: «Economia circolare, impianti idrici e depurazione delle acque, lotta al dissesto idrogeologico, che da sola metterebbe in piedi cantieri sostenibili in tutta Italia, creando posti di lavoro e ponendo in sicurezza il territorio».

Molti progetti green sono proposti anche dal ministero dello Sviluppo economico, come la proroga e il rafforzamento del piano Transizione 4.0, la proroga del superbonus 110% per favorire le riqualificazioni energetiche e antisismiche, un piano nazionale di rilancio dell’industria siderurgica sostenibile affiancato da una strategia dell’idrogeno (logico pensare al futuro dell’ex Ilva di Taranto) e un pacchetto di interventi sulla rete elettrica nazionale. Non mancano iniziative specifiche sull’economia circolare. E fondi per le imprese che ottengono le certificazioni ambientali.

Per il momento si tratta di idee in incubazione, ma restituiscono il senso della direzione che l’Esecutivo intende intraprendere. Sempre che il percorso non si incagli e non si trasformi nell’assalto alla diligenza temuto da molti. Il premier Giuseppe Conte non perde occasione di ricordare che adesso «si deve correre» e che il suo Governo dovrà essere giudicato proprio sulla capacità di presentare e attuare i progetti. In caso di fallimento, allora sì che «dovremo andare a casa con ignominia». I dubbi riguardano gli atavici mali italiani, come la difficoltà di spesa. Ma Costa vede rosa: «Con il Dl Semplificazioni abbiamo cercato di ovviare ad alcuni blocchi burocratici e passaggi farraginosi. E il ministero è a disposizione degli enti locali che potrebbero avere difficoltà nella progettazione».

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