il nostro paese in europa

Il labirinto e le priorità dell’Italia

di Andrea Goldstein


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3' di lettura

Se l’economia mondiale sembra ormai piena di “strane regole” - inflazione bassa anche quando la disoccupazione è in calo, tassi d’interesse persino negativi che lasciano poco margine per reagire a una possibile recessione, eccesso di risparmi globali rispetto alle opportunità d’investimento - che interesse ha l’Italia ad applicare quelle tradizionali? Va tuttora perseguito, magari con maggiore perseveranza, l’obiettivo di accumulare avanzi primari per rassicurare i mercati finanziari, molto sensibili a rigurgiti spendaccioni del Paese G20 con il secondo più elevato rapporto tra debito pubblico e Pil? Oppure la terza economia dell’Eurozona deve spendere tutte le non certo abbondanti risorse politiche di cui dispone per ottenere maggiore flessibilità fiscale, unica strada per rilanciare la domanda aggregata?

In ambedue le posizioni, che per comodità (e chiedendo scusa per le semplificazioni) possiamo rispettivamente associare a illustri commentatori del Sole come Codogno-Galli e Pagani, ci sono elementi di verità, ma è evidente che il dibattito deve uscire dal vicolo cieco tra la Scilla dell’austerità e la Cariddi del rilancio keynesiano. Se l’Italia si dibatte tuttora nella più profonda crisi economica della sua storia moderna, mentre il resto d’Europa (salvo la Grecia) l’ha ormai abbondantemente messa alle spalle, significa che le regole di Maastricht, pur tuttora stupide, non spiegano tutto.

Al contempo, l’anti-ciclicità della politica fiscale ha sicuramente avuto un impatto pesante sulla capacità di spesa in conto capitale (anche alla luce della rigidità di quelle correnti, protette da considerazioni politiche rispetto alle quali poco possono fare tecnici e spending review). Benvenute pertanto le proposte di sfruttare i margini consentiti da tassi reali storicamente bassi, ma occhio a non considerare un risparmio la minore incidenza della spesa per interessi resa possibile dalle politiche monetarie accomodanti della Bce – il vero risparmio sarebbe quello generato da un calo dello stock di debito pubblico, che invece resta orientato verso l’alto.

Per trovare una via di uscita dal labirinto, è necessario ritornare inesorabilmente alle basi dell’economia. Moli poderose di studi ci insegnano che, per crescere in maniera sostenibile, le nazioni hanno bisogno di istituzioni pubbliche solide che, senza essere dispotiche e oppressive, indirizzino i comportamenti individuali verso il rispetto di norme condivise. L’esempio paradigmatico è l’evasione fiscale: per sconfiggerla meglio rafforzare la fiducia verso lo Stato, piuttosto che moltiplicare le sanzioni. Più in generale, meglio mettere la società al servizio della collettività che sollecitare gli istinti dell’egoismo.

Per quanto riguarda le politiche, è l’Europa il terreno di gioco e sta a noi italiani scegliere con accuratezza la squadra da schierare, le partite da disputare per vincere e quelle in cui accontentarsi di non perdere e le strategie da adottare. Fuor di metafora, per un Paese ancora manifatturiero che invecchia rapidamente, politica industriale e migrazioni sono i temi su cui insistere in via prioritaria. Il presidente francese Emmanuel Macron offre in questo momento una sponda, certo non disinteressata come mai può esserlo la Francia, che vale la pena sfruttare. Da un lato apre all’immigrazione qualificata per coprire le necessità del settore produttivo, seguendo la strada intrapresa da tempo da vari Paesi non-europei, nella consapevolezza che l’inserimento attraverso il lavoro è la miglior strada per l’integrazione dei migranti. Certo, è importante che questa misura apparentemente liberale non venga a scapito dell’accoglienza di chi fugge da guerre che si protraggono nell’indifferenza dell’Occidente (pensiamo non solo alla Siria, ma anche allo Yemen e all’intero Sahel). Dall’altro, e ancora più pertinentemente, il leader francese invita l’Europa a guardare al disavanzo fiscale con maggiore serenità («il dibattito sul 3% è di un altro secolo», ha dichiarato all’«Economist») e a investire nel cloud, nell’intelligenza artificiale, nel 5G – la Pinta, la Niña e la Santa María del XXI secolo. Settori in cui Cina e Stati Uniti stanno costruendo i propri national champion, la cui ascesa l’Europa non può accontentarsi di combattere, ma cui deve riuscire a contrapporre i propri.

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