Scenari globali

Il lascito di Glasgow, tra futuri finanziamenti e transizioni da compiere

di Klaas Lenaerts e Simone Tagliapietra

(Reuters)

5' di lettura

Dopo la Cop26, qual è il prossimo passo per l’azione globale per il clima? Mentre il dibattito sul fatto che Glasgow abbia rappresentato un successo oppure un fallimento progressivamente svanisce, questa è la domanda fondamentale che dobbiamo porci oggi.

Il punto di partenza può essere misurato in 2,4 gradi centigradi: questo è l’aumento della temperatura globale sopra i livelli pre-industriali che il pianeta otterrebbe entro la fine del secolo se i Paesi si attenessero agli obiettivi di riduzione delle emissioni del 2030 che hanno presentato a Glasgow.

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Questa non è una buona notizia per il mondo, perché la scienza ha chiarito in modo inequivocabile che per evitare le conseguenze più drammatiche del cambiamento climatico, l’umanità deve contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi.

Le prospettive diventano più rosee una volta che prendiamo in considerazione gli impegni a lungo termine di neutralità carbonica o climatica per la metà del secolo che sono stati fatti da ormai moltissimi Paesi, da ultimo l’India, proprio a Glasgow. Promesse che porterebbero il mondo a 1,8°C nel 2100. Tuttavia, questo scenario dovrebbe essere trattato con cautela, poiché la maggior parte di questi impegni non sono attualmente sostenuti da chiari piani di implementazione.

In questo contesto, la prima priorità climatica per il 2022 deve essere quella di colmare il divario delle emissioni globali, assicurando che gli Ndc (Nationally determined contribution) siano potenziati a un livello compatibile con la traiettoria di 1,5 gradi. Il “Patto per il clima di Glasgow” concordato dai 197 Paesi alla Cop26 fornisce una solida base perché questo accada, dato che il documento pone una forte enfasi sull’obiettivo di 1,5 gradi, piuttosto che su quello dei 2 gradi, entrambi inclusi nell’Accordo di Parigi. Inoltre, riconoscendo il divario delle emissioni globali che emerge dagli attuali impegni per il 2030, il documento invita i Paesi a tornare con obiettivi rafforzati per il 2030 già entro la fine del 2022, in occasione della Cop27. L’Unione europea, gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno spinto per questa data anticipata perché il 2025, quando gli Ndc dovrebbero normalmente essere rivisti secondo le procedure dell’Accordo di Parigi, è troppo tardi per dimezzare le emissioni in questo decennio, come richiesto in uno scenario di 1,5 gradi.

Mentre il “Patto per il clima di Glasgow” fornisce la base istituzionale per il 2022 per ottenere risultati su questo fronte, una consegna effettiva non dovrebbe però essere data per scontata. Per esempio, l’Australia e la Nuova Zelanda hanno già detto che non rivedranno i loro impegni per il 2030, che attualmente sono visti come ampiamente inadeguati. Potrebbe quindi essere difficile persuadere i ritardatari, a cui questo appello è rivolto in primo luogo, a scalare i loro impegni nel 2022.

Due azioni complementari potrebbero contribuire a incentivare i Paesi a migliorare i loro impegni per il 2030 e, soprattutto, la loro azione per il clima nei prossimi anni: i finanziamenti internazionali e gli accordi dal basso verso l’alto, specifici per settore. Pur non avendo ottenuto risultati definitivi, Glasgow ha fatto avanzare la discussione in questi spazi. Basandosi su questi progressi, l’azione globale per il clima può portare risultati sostanziali nel 2022.

I Paesi sviluppati più ambiziosi sull’azione climatica dovrebbero usare il 2022 per convincere i propri pari a rafforzare il loro impegno, anche attraverso i lavori dei prossimi G7 e G20. Questo implica, in particolare, che si dia finalmente seguito ai 100 miliardi di dollari di sostegno all’anno entro il 2020 che sono stati promessi ai Paesi in via di sviluppo durante il vertice di Copenhagen nel 2009, per aiutarli a mitigare e adattarsi al cambiamento climatico. A seconda di come viene misurato il “sostegno” – in particolare di come vengono trattati i prestiti – l’ammanco può essere oggi stimato tra i 20 e gli 80 miliardi di dollari all’anno. Il “Patto per il clima di Glasgow” si limita a sollecitare i Paesi ricchi a fornire i 100 miliardi di dollari promessi, e a raddoppiare i finanziamenti destinati all’adattamento nei prossimi anni. I Paesi sviluppati, a cominciare dagli Stati Uniti, dovrebbero urgentemente mantenere la loro promessa e aumentare i loro finanziamenti internazionali per il clima. È poi particolarmente importante segnalare la questione delle perdite e dei danni. La Cop26 è andata molto vicina alla creazione di una Glasgow loss and damage facility per convogliare i finanziamenti dalle nazioni ricche ai Paesi piu poveri che già soffrono delle conseguenze del cambiamento climatico. Tuttavia, l’iniziativa è stata respinta dai Paesi sviluppati. La questione delle perdite e dei danni rappresenta una pietra miliare della giustizia climatica internazionale, e questo punto dovrà essere messo in cima all’agenda climatica del 2022.

Alcuni dei risultati più notevoli della Cop26 sono stati raggiunti al di fuori del quadro dell’Accordo di Parigi, con numerosi accordi conclusi da diversi gruppi di Paesi. Per esempio, alcuni di quelli più ricchi di foreste hanno firmato per fermare la deforestazione entro il 2030, con oltre 16 miliardi di euro di finanziamenti pubblici e privati promessi per facilitare questo. Più di 100 Paesi hanno aderito all’impegno degli Stati Uniti e dell’Ue di ridurre le emissioni di metano del 30% tra il 2020 e il 2030. Alcuni Paesi si sono impegnati a eliminare gradualmente il carbone entro il 2030 o il 2040. Un certo numero di piccoli produttori (ma alcuni con grandi riserve) di petrolio e gas hanno detto che smetteranno di rilasciare nuove licenze di perforazione dopo il 2040 e il 2050, rispettivamente. Questi accordi specifici per settore rendono gli impegni più concreti e “modulari”. Permettono cioè ai Paesi di creare il proprio percorso verso una maggiore sostenibilità, che può funzionare meglio date le loro diverse circostanze e livelli di ambizione. E permettono di coinvolgere gli attori che alla fine dovranno realizzare le azioni per il clima: le autorità locali, il settore privato e la società civile. I Paesi leader potrebbero voler considerare l’adesione e incoraggiare gli altri a farlo prima della prossima Cop alla fine del 2022.

Chiudendo la conferenza di Glasgow, Patricia Espinosa ha detto che alla Cop26 le parti hanno costruito «un ponte tra le ammirevoli promesse fatte sei anni fa a Parigi e le misure concrete che l’evidenza scientifica richiede e le società di tutto il mondo richiedono». Il segretario esecutivo della Convenzione ONU sul clima ha ragione: la Cop26 è stata un passo importante nella lotta globale contro il cambiamento climatico. Tuttavia, la conferenza non è riuscita a colmare il divario delle emissioni globali. Basandosi sui risultati di Glasgow, il mondo ha una reale opportunità di attraversare il ponte nel 2022.

Da un lato, le nazioni ricche hanno una chiara responsabilità nell’anno a venire: tener fede al loro impegno di 100 miliardi di dollari di finanziamenti per il clima per sostenere i Paesi in via di sviluppo e agire per proteggere le comunità vulnerabili. Questa è la chiave per dare sostanza al principio fondamentale dell’Accordo di Parigi delle responsabilità comuni, ma differenziate e per assicurare la giustizia climatica internazionale.

D’altra parte, e anche su questa base, i Paesi ritardatari hanno la responsabilità di rivedere i loro impegni di riduzione delle emissioni per il 2030 e le loro azioni politiche, prendendo anche in considerazione gli accordi settoriali specifici firmati a Glasgow e, si spera, ulteriormente ampliati nei mesi successivi.

È solo intraprendendo prontamente queste azioni nel corso del 2022 che i paesi dimostreranno alla fine che Glasgow era un vero progresso, piuttosto che un “bla bla bla”.

Ricercatori del think-tank Bruegel di Bruxelles

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