arredo

Il lato magico degli specchi conquista il designer

di Sara Deganello

3' di lettura

Broken Mirror è il primo specchio di Gufram, marchio piemontese nato nel 1966 e legato alla storia del design radicale italiano. Ad aprirsi su una superficie specchiante è una breccia su un muro di poliuretano, sbozzato a mano e ricoperto da una speciale vernice brevettata dall’azienda, il Guflac. È firmato dal duo newyorkese Snarkitecture composto da Daniel Arsham e Alex Mustonen, che per la prima volta collaborano con una realtà italiana.

Charley Vezza, global orchestrator, nonché proprietario, di Gufram, descrive così la genesi del progetto: «Ho incontrato gli Snarkitecture due anni fa nel loro studio di Brooklyn. Ci siamo chiesti: cosa possiamo fare insieme? Abbiamo scambiato idee, giocato con i prototipi e siamo arrivati a questo specchio, che è un perfetto prodotto Gufram. L’azienda realizza icone in cui la funzione non è così evidente, e lo specchio rappresenta un tipico cortocircuito: strano che non sia stato fatto prima». Come il fatto che sembri marmoreo e in realtà al tatto è soffice. «Ricorda i Sassi di Piero Gilardi del 1968. Parte dalla sensibilità di Snarkitecture ma sembra davvero un’evoluzione dello spirito radicale di Gufram. E poi è un gioco ottico: noi lo chiamiamo “il portale per un nuovo mondo”. Il nome, Broken Mirror, è stato scelto per esorcizzare i sette anni di sfortuna che capitano se rompi uno specchio. Non a caso le serie limitate, nera e bianca, sono prodotte ciascuna in 77 pezzi».

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Specchi, un tocco magico alla casa

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È una prima volta nel regno degli specchi anche il progetto La plus belle di Philippe Stark per Flos, il cui prototipo è stato presentato a Euroluce. Il designer francese ha raccontato così come ha concepito l’idea: «Immaginate la strega che chiede al suo specchio: “Specchio, dimmi chi è la più bella”. Al buio, questo non funziona. Al buio non esiste niente, neanche i quesiti. Flos ha acceso la luce intorno allo specchio ed ecco apparire Biancaneve». Gli specchi luminosi, ovali, in tre diverse misure, con il più grande che arriva a una lunghezza di due metri, sembrano davvero un varco verso mondi fatati.

L’azienda finlandese Artek ha in catalogo due specchi disegnati nel 1939 dal suo co-fondatore Alvar Aalto: 192A e 192B. Essenziali, rettangolari o quadrati, con la sola cornice in betulla naturale o laccata bianca. Quest’anno, chiamando Daniel Rybakken, un designer norvegese del 1984 che si era occupato finora solo di illuminazione e di luce naturale, ha voluto virare verso una maggiore complessità. Il risultato è la serie 124°, dalla misura dell’angolo d’inclinazione in cui si incontrano due specchi uniti insieme, montati alla parete: è un pezzo tra l’arte e la tecnologia, come nella migliore filosofia Artek, e che nella sua semplicità sorprende e incuriosisce. Non riflette infatti quello che ci si aspetta, frontalmente, ma ciò che ci sta accanto.

Si richiama invece alle lavorazioni della tradizione lo specchio Redor del duo Zanellato Bortotto per la Nilufar Gallery di Milano, che durante l’ultimo Salone del mobile lo ha inserito all’interno della mostra “Joaquim Tenreiro Michael Anastassiades”. È ispirato ai caratteristici specchi muranesi, reinterpretati però in chiave contemporanea. Da parete, in vetro argentato, è decorato con un raffinato motivo a losanga, e una corona di foglie colorate.

Tonelli design produce complementi d’arredo in vetro saldato dal 1988: non mancano specchi nel suo catalogo. Le novità portate quest’anno al Salone del mobile enfatizzano la natura illusoria del riflesso. Aperture, di Karim Rashid, come dice il nome, “apre” un vano portaoggetti nella profondità dello specchio, che montato a 20 centimetri dalla parete sembra quasi sospeso nel vuoto. Anche Doors di Matteo Ragni gioca con la prospettiva, essendo composto da tre lastre di vetro sovrapposte a scalare, dalla più grande alla più piccola: una vera e propria porta per altre dimensioni.

Infine Ozma, di Viola Tonucci, la cui la parte centrale, in metallo dorato, può essere estratta per diventare un centrotavola riflettente, la cui idea rimanda ai vassoi con l’acqua per la divinazione. L’accesso a mondi futuri, o diversi, rimane un leitmotiv, sullo sfondo. D’altra parte, il nome Ozma è un omaggio dichiarato a “Il mago di Oz”.

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