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Il lato oscuro dello smart working: in crisi trasporti, mense e servizi agli uffici

Ancora oggi a 3,5milioni di lavoratori operano da casa. Ma l’«esodo» colpisce duramente un indotto fatto di ristorazione, pulizie e facility management

di Michela Finizio

Il lavoratore in smart working non ha diritto al buono pasto

Ancora oggi a 3,5milioni di lavoratori operano da casa. Ma l’«esodo» colpisce duramente un indotto fatto di ristorazione, pulizie e facility management


3' di lettura

Il rientro di settembre, con la ripresa dopo le ferie e la riapertura delle scuole, dimentica alcuni settori che resteranno fermi (o quasi) anche nelle prossime settimane. E, forse, continueranno a essere duramente colpiti per tutto il 2020. Sono i lavoratori che operano nell’indotto degli uffici che sono stati svuotati dallo smart working su larga scala a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19. Trasporti locali, mense aziendali, manutentori, addetti alle pulizie, magazzinieri. Per questi comparti la crisi generata dal lockdown è stata solo l’inizio: l’estrema prudenza con cui continueranno a essere gestiti i rientri nei luoghi di lavoro per evitare i contagi sarà, di fatto, una minaccia per la continuità dei conti di queste aziende, tranne per chi non ha saputo radicalmente rinnovare il proprio business.

QUATTRO SETTORI SOTTO LA LENTE
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Prima della pandemia il tempo dedicato mediamente dagli italiani agli spostamenti casa-lavoro risultava essere di un’ora e 30 minuti al giorno e la distanza media percorsa era di 49 chilometri al giorno. Per un totale di 22,4 milioni di occupati che quotidianamente si muovevano con i mezzi pubblici per raggiungere il luogo di lavoro (dato Istat 2019).

La crisi dei trasporti locali

Milioni di spostamenti casa-lavoro sono stati cancellati durante il picco dell’emergenza (rispetto ai 570mila smart workers pre-Covid). Oggi il ministero del Lavoro stima ancora 800mila dipendenti privati in attività da casa. Ma il dato è sicuramente sottostimato, visto che si tratta delle sole comunicazioni aziendali pervenute a Roma. A questi vanno poi sommati i dipendenti della Pa (per il 50% in attività da remoto fino al 31 dicembre), con cui si arriva a 3 milioni e mezzo di persone in smart working. «Nei prossimi mesi - dichiara la presidente dell’associazione dei direttori del personale Aidp, Isabella Covili Faggioli - lo smart working sarà confermato in tantissime aziende, fino a quando saremo usciti definitivamente dall’emergenza pandemica. La nostra previsione è che per circa il 20/30 per cento delle imprese sarà strutturale, ovviamente con livelli di diffusione molto diversi da quelli sperimentati in emergenza e con differenze settoriali molto marcate».

Due miliardi di passeggeri in meno

Finora, secondo le stime dell’Anav, l’associazione delle aziende di trasporto pubblico locale aderente a Confindustria, la riduzione media di passeggeri trasportati nel periodo gennaio-agosto, rispetto allo stesso periodo del 2019, è stata pari a circa due miliardi di unità (il 60% circa). Per l’ultimo quadrimestre dell’anno, tenuto conto del riavvio delle attività didattiche e del distanziamento obbligatorio sui mezzi, si attende un ulteriore calo nell’ordine del 30% circa (pari a 510 milioni di spostamenti). Un impatto che, sui ricavi delle aziende del settore, si traduce in perdite da mancati biglietti per 1.300 milioni a fine agosto e che potrebbe arrivare a un miliardo e 700mila euro in tutto il 2020. A queste cifre, poi, l’Anav ricorda che bisogna aggiungere 150 milioni di oneri connessi al rimborso dei titoli di viaggio non utilizzati previsto dall’articolo 215 del decreto Rilancio. «Nel medio periodo - afferma Giuseppe Vinella, presidente di Anav - è necessario ripensare il ricorso generalizzato allo smart working, che pure ha assolto un funzione importante nella gestione dell’emergenza, ma ora rischia di diventare un ulteriore strumento di crisi per interi settori dell’economia. Non solo dei trasporti, ma per le nostre città, già duramente colpite dall’assenza di turisti».

Mense e servizi per gli uffici

Lo smart working prolungato, inoltre, si potrebbe tradurre in 340 milioni di pasti in meno serviti dalle mense aziendali nel 2020: l’osservatorio Oricon ricorda che ci sono ancora 61mila lavoratori in esubero o in cassa integrazione (su 96mila) nella ristorazione collettiva, per lo più donne e con un’età media intorno ai 50 anni, quindi difficili da ricollocare. A giugno la ristorazione aziendale segnava un calo del 68% del fatturato. I ricavi dell’intero comparto, secondo le previsioni più ottimistiche, passeranno dai 4 miliardi del 2019 a poco più di 2,7 nel 2020 (-34%).

L’impatto sugli immobili

Intorno al mondo degli uffici, infine, ruotano altri 300mila addetti che lavorano nei servizi immobiliari (facility management), un settore in piena crescita prima della pandemia. Scenari immobiliari ha stimato una flessione tra il 5 e il 10% del fatturato per queste realtà, anche se il calo delle attività è stato minore di quello che ci sia aspettava grazie a una forte accelerazione nella modernizzazione dei servizi, soprattutto quelli centrati sulla ventilazione e qualità dell’aria, predisposizione di segnaletica dispenser, rinnovo del layout degli spazi di lavoro, controllo degli accessi, limitazione dei contatti con i fornitori esterni e aumento le pulizie previsti dai capitolati.

Imprese di pulizia, le sanificazioni compensano (in parte)

Proprio le imprese di pulizie, infine, stimano un calo del 15% sul fatturato 2020. L’Anip che le rappresenta fa sapere quasi tutte le associate hanno avuto problemi derivanti dallo stop delle imprese e dalla riduzione delle presenze nei luoghi di lavoro, solo in parte compensati dal boom delle sanificazioni: la quasi totalità ha dovuto ricorrere agli ammortizzatori sociali.

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