Doris femminis e sergio devecchi

Il lato oscuro della Svizzera

Un romanzo e una sconvolgente autobiografia raccontano un Ticino che non ci si aspetta

di Lara Ricci


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Doris Femminis e Sergio Devecchi

2' di lettura

È una rivelazione che lascia tutti a bocca aperta quella che fa Sergio Devecchi, direttore di un istituto minorile di Zurigo, durante il convegno organizzato per il suo pensionamento: anche lui è cresciuto negli istituti. Nonostante una vita dedicata ad aiutare bambini e ragazzi abbandonati o in difficoltà, non era mai riuscito a farne parola, se non con una cerchia ristrettissima di persone. Del resto conosceva uomini che non lo avevano confessato neppure alla moglie.

«Chi non può raccontare la sua vita non esiste», ha scritto Salman Rushdie. È l’esergo straziante con cui Devecchi apre la sua autobiografia: Infanzia rubata. Nato in Ticino nel 1947 da una ventenne non sposata, questo «figlio della vergogna» è sottratto alla madre e chiuso in un istituto severissimo, dove i bambini sono «piccole macchine da preghiera con l’obiettivo di sopportare la vita prima della morte». Il solo affetto lo riceve da un’ex allieva con la sindrome di Down, purtroppo presto spedita in un ospizio: «fu lei a infondermi la dose minima di quella fiducia originaria nel mondo e negli esseri umani senza la quale nessun bambino può diventare grande».

Ai soprusi psicologici seguono quelli fisici. La solitudine è tale che le molestie sessuali sono l’unico scambio di calore umano. Una storia lacerante la sua, simile a quella di centinaia di migliaia di svizzeri innocenti imprigionati, costretti ai lavori forzati, sterilizzati, privati dei figli o dei genitori, obbligati ad abortire solo perché non erano sposati, o erano poveri, strani, figli di nomadi, ribelli, sognatori, o alcolisti. Abusi perpetrati fino al 1981, e poi a lungo minimizzati, su coloro che le autorità chiamano «internati amministrativi»: la loro sorte decisa non da un tribunale, ma da un giudice di pace, o un “notabile” del luogo, come il sindaco, il prete, un istitutore, un commerciante, un “uomo di buona volontà” (si veda il reportage sul «Domenicale» del 1-9-2013).

È ambientato negli anni ’90, in un Ticino ugualmente cupo, perverso e repressivo Fuori per sempre, della scrittrice-infermiera Doris Femminis.

All’ombra delle montagne argentee e dei ghiacciai, gli uomini vivono esistenze in apparenza dignitose e invece miserabili. Emergono dopo che Giulia, vent’anni, cerca di morire. Perché abbia ingerito tutte quelle pastiglie non riesce a spiegarlo alla psichiatra del manicomio dove l’hanno ricoverata e nemmeno a sé stessa. Attorno a questa domanda si sviluppa la trama di un romanzo il cui maggior pregio è forse di indagare un tema su cui c’è ancora molto da dire: quello degli effetti delle molestie sessuali. Forte anche della sua esperienza nei reparti di psichiatria, Femminis si inoltra nelle menti alterate dagli abusi, tarpate dalla paura. Riflette sul paradosso della coercizione ospedaliera per rendere, forse, ai malati la libertà di scegliere la propria esistenza. E sul conformismo che stringe le valli e non risparmia nemmeno i neonati.

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