SALE IN ZUCCA

Il lavoro c’è: orientiamo i giovani a trovarlo

di Giancarlo Mazzuca


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(Kadmy - stock.adobe.com)

2' di lettura

Se a livello globale Mario Draghi, confermando il congelamento dei tassi deciso dalla Bce sino alla fine dell'anno, continua a lanciare ripetuti allarmi, neppure nel Belpaese è calato il livello di guardia con la Confindustria che, la settimana scorsa, nell'ultimo rapporto del suo centro-studi, ha ribadito la “crescita zero” per tutto il 2019 e ha così sollevato reazioni contrastanti tra il cinquestelle Di Maio ed il leghista Salvini. La recessione non sta dunque mollando la presa come ha sottolineato anche Standard and Poor's che ha appena tagliato di nuovo le stime di crescita piazzando l'Italia all'ultimo posto: maglia nera d'Europa.

La mancata crescita si riflette naturalmente sul fronte occupazionale e non è soltanto un problema di “quantità”, con un prevedibile aumento dei disoccupati, ma anche di “qualità”. E' sufficiente, al riguardo, andare a rileggersi il secondo rapporto Excelsior di Unioncamere che si riferisce al 2018. Cosa emerge in particolare? Che il 26% degli oltre quattro milioni e mezzo di contratti che il sistema produttivo ha reso disponibili si è volatilizzato perché sul mercato non sono stati trovati i candidati con i requisiti giusti. Una cifra enorme tenendo conto di quanto passa il convento: se già nei dodici mesi precedenti si era toccato il picco del 21% di offerte del lavoro inevase, i dati dell'ultimo anno debbono fare riflettere ancora di più. Ci sono professioni particolarmente richieste come insegnanti di lingue, analisti e progettisti di “software”, specialisti di saldature elettriche, elettrotecnici, agenti assicurativi che, in sei casi su dieci, restano nel libro dei sogni non per mancanza di domanda ma perché non si trovano giovani o meno giovani che hanno il “know how” giusto per occupare quei posti.

Non saprei come definire tutto questo: “harakiri” collettivo? O masochismo allo stato puro? Certo è che, soprattutto in tempi di crisi, è assurdo dilapidare un simile patrimonio di opportunità sprecate per mancanza dei requisiti giusti. È come se il “made in Italy” gettasse al vento un suo insospettabile tesoretto: oltre quattro milioni di posti lavoro “bruciati”. Cosa fa la scuola per orientare meglio le nuove leve assecondando le esigenze del mercato del lavoro? Come si muove il governo gialloverde per interpretare nel modo giusto questi “numeri”? Qui non si tratta, magari addossando colpe inesistenti alle imprese, di arrampicarsi ancora sugli specchi per trovare altre opportunità di lavoro, qui si tratta solo di orientare meglio i giovani a seconda delle varie esigenze. I dati dell'Unioncamere parlano chiaro: riusciranno finalmente ad aprire gli occhi gli inquilini del Palazzo?

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