mind the economy

Il lavoro come vocazione. Una sfida che non riguarda solo i singoli, ma la società

Non basta “avere” una propensione: bisogna svilupparla, capirla e farla crescere. Un ruolo che spetta al singolo e, anche, alle istituzioni

di Vittorio Pelligra

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(Monkey Business - Fotolia)

Non basta “avere” una propensione: bisogna svilupparla, capirla e farla crescere. Un ruolo che spetta al singolo e, anche, alle istituzioni


6' di lettura

Entrando nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma e proseguendo lungo la navata centrale, volgendo lo sguardo a sinistra verso la quinta cappella, la cappella Contarelli, si scorge, dapprima, un dipinto raffigurante San Matteo sovrastato da un angelo e, spostando di poco lo sguardo ancora a sinistra, ci si imbatte in un altro, forse il maggiore capolavoro caravaggesco, che ci narra della «vocazione di San Matteo». Gesù appare in una stanza fiocamente illuminata dove Matteo, il pubblicano, l'empio esattore delle tasse, è intento a contare le sue monete adagiate su di un tavolo.

Leva il braccio verso di lui - la mano, la stessa dell'Adamo michelangiolesco - lo chiama a seguire un piano diverso, un progetto più grande, la sua vera vocazione, plasticamente simboleggiata da quel raggio di luce che penetra nella stanza e vince, squarciandola, l'oscurità. La scena rappresentata da Caravaggio non ci racconta della reazione di Matteo, ma noi sappiamo che la sua risposta fu pronta e la sua adesione alla chiamata totale. Il Vangelo ci parla anche di altre vocazioni: per esempio quella del giovane ricco che, invitato a vendere i suoi beni e a dare il ricavato ai poveri, girò i tacchi e se ne andò via sconsolato perché di beni ne aveva molti.

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Perché non basta “avere” la vocazione

Ecco, la vocazione non è sufficiente averla, riceverla, bisogna anche avere la volontà di seguirla, di rispondere alla chiamata. E mentre questa può dipendere solo in parte dalla nostra volontà, la risposta, invece, è totalmente nelle nostre mani. Questa differenza tra avere una vocazione e rispondere ad essa è recentemente diventata un tema centrale nella letteratura sulla psicologia del lavoro, sul benessere dei lavoratori e sulla loro possibilità di trovare un significato esistenziale profondo anche attraverso l'attività lavorativa. Imparare a vivere il proprio lavoro come una risposta ad una vocazione profonda è, infatti, condizione necessaria, anche se non sempre sufficiente, affinché l'esperienza lavorativa possa generare senso e finalità.

Bisogna affinare l'udito dell'anima ed imparare ad ascoltare per riuscire a sentire una vocazione, anche in ambito lavorativo. I dati ci dicono che tale “udito” è più sensibile in coloro che hanno un senso di identità più sviluppato, che si pongono alla ricerca di un significato esistenziale che li trascende e che orientano le loro azioni e le loro disposizioni verso un percorso di crescita e di maturazione personale. Ma, come dicevamo, sentire la chiamata non è sufficiente; occorre avere la volontà di rispondere. I dati relativi ai paesi economicamente più sviluppati mostrano che circa la metà dei lavoratori ha, in qualche momento della propria vita, percepito un'attrazione particolare verso un certo lavoro o un certo tipo di attività, ma solo una parte di questi, effettivamente, trova che l'attuale lavoro risponda compiutamente a quella vocazione.

Le opportunità favoriscono le nostre attitudini

Quali sono, allora, le condizioni che favoriscono una risposta compiuta alla propria vocazione? Il primo elemento è, certamente, l'ampiezza dello spazio delle opportunità che si offrono a ciascuno di noi. Queste opportunità dipendono dal reddito familiare, dal livello di istruzione e dalla classe sociale di appartenenza. Da questa correlazione non può che derivare un ulteriore elemento di critica a quella che in altri Mind the Economy abbiamo chiamato la retorica della meritocrazia. Lo spazio delle opportunità è, infatti, in larga misura ereditato. Ma non basta avere delle opportunità per dire che si sta rispondendo alla propria chiamata. Occorre anche che tali opportunità vengano colte nel migliore dei modi.

Mentre le opportunità rappresentano un fatto oggettivo, la capacità di cogliere le migliori ha, invece, natura soggettiva. Ciò vuol dire che ognuno ha il lavoro giusto per sé. Il secondo elemento necessario per poter rispondere alla propria vocazione è rappresentato da un matching ottimale tra persona e lavoro, tra le caratteristiche soggettive, caratteriali, relazionali, aspirazionali della persona e le caratteristiche oggettive del lavoro che siamo messi nelle condizioni di fare, della sua finalità, dei suoi modi, tempi e luoghi. Ci sono, dunque, dimensioni interne e dimensioni esterne all'individuo, che facilitano la sua risposta alla vocazione, ma alcuni di questi aspetti sono, in qualche modo, malleabili. Possono, cioè, essere oggetto di specifiche misure che possiamo adottare per accrescere la possibilità di rispondere positivamente e compiutamente alla propria vocazione. Il primo elemento attiene alla forza delle motivazioni.

Il giovane ricco del racconto evangelico aveva ricevuto la sua chiamata, aveva tutte le possibilità di seguirla ma non aveva, in fondo in fondo, una motivazione sufficientemente forte. Alcuni studi hanno messo in relazione l'intensità di questa motivazione con l'atteggiamento proattivo di un campione di disoccupati in cerca di lavoro. Una forte spinta a voler trovare e rispondere alla propria vocazione accresce, quindi, anche le probabilità di trovare quell'occupazione che meglio risponde al quel matching tra persona e occupazione che determina, a sua volta, la possibilità di rispondere alla chiamata che si è ricevuta, alle proprie passioni, alle proprie aspirazioni, al dáimōn socratico che alberga nel profondo di ciascuno di noi.

Il ruolo del job crafting

Un altro elemento che gioca un ruolo importante circa la possibilità di dare una risposta compiuta alla nostra vocazione, può essere oggetto di gestione attiva e consapevole. Si tratta del cosiddetto job-crafting, ed ha a che fare con tutti quegli aspetti relativi alle relazioni lavorative, alle mansioni, ai compiti e alle routine cognitive che ognuno di noi sviluppa come adattamento individuale alle condizioni lavorative.

Si tratta della maggiore o minore capacità che abbiamo, o che ci viene concessa dalla natura dell'organizzazione, di fare di quel lavoro il “mio lavoro”, di adattarlo quanto più possibile alle mie esigenze, alle mie caratteristiche e al mio modo di fare ed essere. Il terzo elemento, connesso a questo secondo, è relativo all'atteggiamento dell'organizzazione per la quale lavoriamo, che può essere caratterizzata da una struttura e da una cultura più o meno favorevoli ai percorsi di scoperta delle vocazioni individuali e più o meno capace di fare in modo che i propri membri cerchino di rispondere a tali vocazioni. Ma perché un'organizzazione dovrebbe impiegare tempo e risorse per progettare e implementare un ambiente fisico e immateriale di questo tipo?

La risposta sta nei dati empirici che ci mostrano come le persone che sono convinte di rispondere ad una chiamata sono più felici, ma anche più coinvolte nel lavoro, più produttive e meno interessate a cercare occupazioni alternative.Quella della vocazione è una materia delicatissima. Arriva dal profondo di ciascuno di noi, riguarda il senso della nostra vita, le nostre aspirazioni, la nostra felicità più vera. Se da una parte parlare di vocazione anche in ambito organizzativo ci aiuta a completare il quadro relativo al lavoro e alla generazione di senso, dall'altra può anche evidenziare dei rischi. Chi lavora per vocazione, infatti, è, paradossalmente, più vulnerabile di chi lavora e basta. Non sono rari i casi, tra i lavoratori più motivati, di un sovrainvestimento emotivo e psicologico.

I rischi, dal workaholism allo sfruttamento

Si dedicano risorse di tempo ed emotive eccessive al lavoro e il rischio di sviluppare una vera e propria dipendenza (workaholism) o di esaurire le energie e finire in burn-out, possono diventare molto concreti.

Non a caso questi problemi riguardano principalmente proprio i lavori cosiddetti “vocational”: l'infermiere, l'assistente sociale, lo psicologo, l'insegnante, l'assistente sociale tra gli altri. C'è anche un altro rischio ed è quello associato alle nuove forme di sfruttamento da parte dell'organizzazione per la quale lavoriamo che, proprio in virtù della nostra passione per il lavoro, può volontariamente o involontariamente, abusare indebitamente delle nostre motivazioni intrinseche.

Le forme che tale indebito sfruttamento può assumere sono, naturalmente, molteplici: dall'allungamento tacito dell'orario di lavoro, alla violazione del diritto alla disconnessione, al sovraccarico delle responsabilità, fino alle penalizzazioni nelle remunerazioni. Qualche anno fa apparve sul prestigioso Journal of Health Economics un saggio intitolato “The economics of vocation or ‘why is a badly paid nurse a good”.

L'idea di fondo era quella secondo cui solo tenendo basso il livello di remunerazione degli infermieri e delle infermiere sarebbe stato possibile attrarre verso quel lavoro le persone più motivate. Alzando le paghe, infatti, si sarebbero incentivate anche persone interessate prevalentemente al guadagno e senza nessun tipo di vocazione verso quel tipo di lavoro. “Motivati e sfruttati; sfruttati proprio perché motivati”. Questo è il messaggio che sembra emergere da modelli economici unidimensionali nei quali il lavoro è visto solo come un costo e la vocazione come un mero guadagno e tutt'e due possono essere comprati e venduti al miglior offerente. In un quadro concettuale e culturale di questo tipo, allora, il rischio di sfruttamento dei lavoratori più vocati da parte delle organizzazioni è decisamente concreto.

Trovare la propria strada, una sfida sociale

Ecco perché il tema della vocazione lavorativa pone anche una sfida alla teoria ancora troppo ancorata ad una visione dell'agente economico come insaziabile, individualista e totalmente auto-interessato, così come a quelle pratiche di progettazione e di gestione delle organizzazioni che a tali visioni si inspirano. Poter scoprire e perseguire la propria vocazione è, forse, l'augurio che si può fare ad ogni giovane che si affaccia al mondo del lavoro. Sarebbe ora di iniziare a lavorare, ognuno per la propria parte, istituzioni educative, organizzazioni, imprese e mondo della ricerca, per fare in modo che sempre più spesso questo augurio possa trasformarsi in realtà. È una questione di giustizia, ma anche, più in generale, di benessere individuale e sociale.

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