L'occupazione due anni dopo

Il lavoro cresce nelle costruzioni. Nuovi ristori ai settori in crisi

Degli oltre 500mila posti creati nel 2021, 150mila sono nelle costruzioni. Alloggio e ristorazione perdono 19mila posizioni

di Valentina Melis e Serena Uccello

Lavoro povero, all'11,8% guadagnare non basta per vivere

5' di lettura

Nuovi fondi per turismo, cultura, discoteche e locali. Contributi a fondo perduto per il settore dei matrimoni e della ristorazione. Cassa integrazione scontata fino a marzo per agenzie e tour operator, alberghi, ristoranti, bar e mense, parchi divertimento, musei. Il decreto Ristori-ter varato dal Governo guarda ai settori che ancora faticano ad agganciare la ripresa, complice anche la quarta ondata della pandemia di Covid-19.

In un contesto di generale recupero dell’occupazione, infatti, ci sono comparti che ancora sono distanti dal ritrovare i livelli pre-pandemia. Alcuni per una crisi iniziata già prima dell’esplosione del Covid, come il tessile (che aveva aumentato l’utilizzo degli ammortizzatori sociali già nel 2019). Altri per ragioni congiunturali, come il livello ridotto di consumi legato alla situazione sanitaria: turismo, ristorazione, spettacolo, intrattenimento. Il mercato del lavoro appare trainato, invece, dalle costruzioni, dal terziario professionale, dal commercio.

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LAVORO: IL BILANCIO NEI SETTORI RISPETTO AL PRE-PANDEMIA
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Il quadro di ripresa

I dati diffusi dal ministero del Lavoro e dalla Banca d’Italia («Il mercato del lavoro, dati e analisi», nota 7 del 17 gennaio 2022), anche se ancora provvisori, certificano che nel 2021 sono stati creati 597mila nuovi posti di lavoro. È il saldo fra i contratti attivati e quelli cessati l’anno scorso. Da giugno 2021, il numero di contratti attivati - si legge - è tornato «sui livelli prevalenti prima dello scoppio della pandemia». Certo, prevalgono i contratti a termine, con 363mila nuovi posti, ma anche i contratti a tempo indeterminato registrano un saldo positivo di 277mila. C’è il segno meno per l’apprendistato: il saldo tra attivazioni e cessazioni è negativo per 43mila posti.

Chi assume e chi no

La stessa tendenza è fotografata dall’Inps, che fornisce anche un quadro dettagliato della variazione delle posizioni di lavoro dipendente nei diversi settori economici, almeno fino a settembre dell’anno scorso. Se si confrontano i dati di settembre 2021 con lo stesso mese del 2019, si nota che il maggiore contributo alla crescita, rispetto alla situazione pre-pandemia, arriva dalle costruzioni, che guadagnano ben 150mila posti di lavoro. A far segnare il pieno di contratti contribuiscono certamente i bonus per l’edilizia: la sfida per il mercato del lavoro sarà preservare questi posti anche nel lungo periodo.

Fanno segnare un risultato positivo anche il terziario professionale (+107mila posti) e il commercio (+91.500 posti).

Guardando invece a chi fa ancora fatica, alberghi e ristorazione registrano un crollo dei posti a tempo indeterminato (oltre 73mila in meno), e il buon andamento delle altre forme contrattuali non basta a procurare un saldo positivo: la perdita fra settembre 2021 e settembre 2019 è di oltre 19mila posti.

Il tessile-abbigliamento calzature lascia sul terreno 12mila posti, finanza e assicurazioni ne perdono 10mila (per la diminuzione dei contratti stabili) e per le attività di intrattenimento e culturali il saldo è negativo per 3.500 posti. Questi dati, peraltro, fotografano solo la realtà del lavoro dipendente e non tengono conto, ovviamente, degli eventuali rapporti in nero, che pure avranno subito un contraccolpo rispetto alla fase pre-pandemia.

Il decreto Ristori-ter non ha ripristinato la Cassa Covid, ma consente - in una serie di settori - di usare la cassa integrazione e il Fondo di integrazione salariale senza contributo addizionale (quello previsto a carico delle aziende in caso di utilizzo) fino al prossimo 31 marzo.

I comparti in difficoltà

Alberghi e ristorazione

I prossimi 30 giorni cruciali per agganciare la ripresa

Turismo, alberghi e ristorazione pagano un prezzo ancora elevato al protrarsi della pandemia. Se la ripresa della mobilità nelle estati del 2020 e del 2021 ha consentito di limitare i danni, la nuova battuta d’arresto dei viaggi dall’autunno in poi e la ridotta frequentazione dei ristoranti, rischiano di riportare il livello degli occupati sotto la soglia del 2019. Prima della pandemia, lavoravano nel turismo, negli alberghi e nella ristorazione 3,5 milioni di persone.

«Se entro i prossimi 30 giorni non supereremo la quarta ondata dell’epidemia - spiega la presidente di Federturismo Marina Lalli - non imboccheremo la via della ripresa nel 2022. Per mantenere nelle nostre aziende i lavoratori, che sono formati e che non vorremmo perdere, sarebbero necessari sgravi contributivi consistenti anche gli assunti». In affanno la ristorazione collettiva, che ha sì lavorato nella sanità e nella scuola ma è ridimensionata nelle mense aziendali per il ricorso allo smart working. Su 96mila addetti (l’82% donne), 8mila sono stati in cassa integrazione fino a dicembre 2021 e ora rischiano il posto. «Rispetto ai livelli prepandemia - spiega Carlo Scarsciotti, presidente di Angem, l’associazione della ristorazione collettiva - il comparto mense aziendali segna un calo del fatturato del 25%: serve ancora un sostegno».

Abbigliamento

La moda non salva ancora il tessile ma attenua la crisi

Un settore che deve fronteggiare alcune criticità di lungo periodo e contemporaneamente la crisi contingente di questi ultimi due anni. E soprattutto che registra un doppio passo: da un lato quello saldo del sistema moda, dall’altro quello più affaticato della filiera del tessile. È il comparto tessile-abbigliamento-calzature che tra settembre 2021 e settembre 2019 segna un saldo negativo di 11.651 posti di lavoro. «In realtà rispetto a quello che prevedevamo - dice Carlo Mascellani, responsabile Relazioni Industriali di Confindustria Moda - è un flessione tutto sommato contenuta. Per fortuna non c’è stata l’implosione paventata, timore che ha indotto il Governo a interventi di sostegno. Questo ci fa pensare che quando finirà la quarta ondata le nostre aziende saranno pronte per sfruttare al meglio la ripresa».

Il comparto nel 2017, segnando la prima dinamica positiva +0,1%, aveva chiuso il ciclo negativo determinato dalle delocalizzazioni e dalla concorrenza asiatica sulle produzioni di fascia bassa. Avviato il recupero, è arrivato lo stop del Covid. Uno stop con un impatto diverso: da un lato ci sono i risultati positivi delle multinazionali del lusso, dall’altro le difficoltà del tessile determinate dalla prolungata chiusura dei negozi e dalla flessione dei consumi. Da qui l’atteggiamento cauto delle imprese sia sul fronte di produzione e investimenti, sia sul fronte dell’occupazione.

Cultura e spettacoli

Per rilanciare l’occupazione incentivi a domanda e offerta

La chiusura prolungata nei mesi scorsi di cinema, teatri, librerie ora presenta il conto al mercato del lavoro, segnando come per il settore Cultura una prevedibile flessione dell’occupazione.

«Il nostro sistema - spiega infatti Andrea Cancellato, presidente di Federculture - conta circa 800mila lavoratori, ma si tratta di una platea assai variegata: accanto a una piccola percentuale di lavoratori stabili, alle dipendenze magari di enti e istituzioni, ci sono lavoratori che hanno situazioni contrattuali più precarie e poi un vastissimo bacino di liberi professionisti. Certamente i ristori hanno aiutato e aiutano, ma per raggiungere tutti serve un intervento che incida sulla domanda e sull’offerta». A questo proposito Andrea Cancellato ricorda il documento presentato al Governo con una serie di proposte che vanno dall’introduzione della detraibilità delle spese culturali, all’Iva al 4 per cento per tutti i comparti, al pari di quanto accade per l’editoria, sino al rifinanziamento del fondo della cultura. Fino all’allargamento del mecenatismo culturale: «La legge 106/2014 prevede un credito d’imposta del 65% per le contribuzioni private ad alcune categorie di soggetti (enti lirici e istituzioni musicali, gestori di beni culturali pubblici) ma esclude altre categorie. Un suo ampliamento renderebbe lo strumento un forte incentivo al finanziamento di tutta la filiera culturale, (mostre, festival)», si legge infatti nel documento.

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