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Il lavoro ibrido aumenta le performance, ma vanno ridefinite le best practice

L’obiettivo è rispondere alle esigenze di flessibilità dei dipendenti e alle necessità di manager e imprenditori creando processi agili e produttivi

di Gianni Rusconi

(AFP)

4' di lettura

I modelli di lavoro ibridi costituiranno una parte integrante delle future dinamiche aziendali, per venire incontro sia alle esigenze di flessibilità dei dipendenti, sia ai requisiti di manager e imprenditori e per abilitare processi più agili e produttivi. L’assunto è noto e lo ribadiscono da tempo diversi studi in materia. Una ricerca recente di Idc, per esempio, ha evidenziato come nel corso del 2021 più del 40% delle imprese abbiano accettato l’hybrid working come nuova forma di operatività per la propria organizzazione e come entro il 2023 l’accelerazione digitale e l’estrema mutabilità dei mercati spingeranno il 70% delle organizzazioni a implementare questa modalità.

Il passaggio a un impiego continuo e sicuro di persone, dati e applicazioni anche da remoto richiede, come osservano gli autori del rapporto, alcuni particolari requisiti da soddisfare, primo fra tutti il mantenimento del contesto tra le esperienze (dei lavoratori) e il luogo dove si svolge l’attività professionale in modo tale che i dipendenti possano portare il proprio lavoro ovunque e portare sé stessi al proprio lavoro.

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E qui nasce, a giudizio degli esperti, il problema. Quale? Il fatto che possa risultare difficile garantire la parità tecnologica e colmare perfettamente il divario tra i dipendenti che si spostano tra casa, ufficio, sedi satellite e sedi dei clienti. Molte organizzazioni sono quindi chiamate a ridefinire alcune specifiche best practice legate all’organizzazione del lavoro e, nondimeno, a ripensare alcune tattiche di leadership per supportare con successo il lavoro ibrido

Fra le sfide da affrontare e superare, gli analisti di Idc ne hanno identificate quattro. La prima riguarda il coinvolgimento tra i dipendenti in remoto e quelli in presenza, che deve essere quanto più efficace possibile: le imprese, in tal senso, devono fornire linee guida che aiutino i lavoratori a svolgere al meglio le rispettive funzioni, concentrandosi sul miglioramento dello sviluppo delle competenze umane e su una più ampia distribuzione di metodologie agili all'interno dell’organizzazione.

Garantire la parità tecnologica per supportare la collaborazione e la produttività in un ambiente ibrido è un altro passaggio obbligato. Il management è dunque chiamato a colmare eventuali carenze in dotazioni digitali per i dipendenti che lavorano in remoto, investendo in primis in dispositivi, connettività e applicazioni basate sul cloud e strizzando l’occhio ad intelligenza artificiale e tool di automazione.

Per i manager aziendali, invece, il compito è quello di guidare i team ibridi in un modo che possano aumentare le performance nel tempo, impegnandosi in una leadership dall’alto verso il basso per supportare una strategia flessibile al variare delle condizioni aziendali.

L’ultimo step da compiere è infine quello di promuovere la condivisione anche con l’azienda nel suo complesso, e non solo con i manager di riferimento, andando a costruire una cultura che sia inclusiva e in grado di durare.

Il concetto di “future of work”, insomma, sarà definito da un approccio lavorativo in grado di supportare il cambiamento via via che la società e le aziende impareranno ad affrontare le nuove sfide, e quelle che si dimostreranno sufficientemente preparate per capitalizzare le opportunità in una situazione incerta come l’attuale saranno anche quelle che stabiliranno il prossimo futuro del lavoro.

Ma il lavoro ibrido, così come configurato, quali e quanti vantaggi porta in dote all’organizzazione? A questa domanda ha provato a rispondere un’indagine svolta da Citrix e dall’istituto di ricerca OnePoll su un campione di 400 impiegati con responsabilità decisionali in Italia. Molti degli indicatori emersi dallo studio propendono per “celebrare” il lavoro flessibile come una risorsa.

Il 71% degli intervistati, per esempio, è dell’idea che continuerà a essere praticato nella propria azienda, mentre il 25% conferma come sia già stato adottato come misura permanente e il 46% come la propria azienda si stia attrezzando con strumenti, attrezzature e modelli di management affinché lo diventi. Solo nel 16% dei casi, invece, questo modello resterà in vigore per alcune particolari categorie di lavoratori e solo nel 3% vi si rinuncerà completamente alla fine della pandemia a favore di un ritorno al 100% in presenza degli addetti.

L’esperienza di hybrid work maturata fino a oggi, si legge ancora nella nota che accompagna lo studio, è legata soprattutto al miglioramento della produttività. L’87% del campione pensa in proposito che i nuovi modelli di lavoro abbiano migliorato o potrebbero migliorare le performance e favorire la crescita della propria azienda, mentre il 47% ne loda la capacità di far esprimere meglio la creatività e i talenti.

La quasi totalità degli intervistati è altresì convinta che una miglior esperienza di lavoro possa contribuire ad incrementare le proprie prestazioni, nel solco di una tendenza ormai affermata che vede le nuove generazioni di worker avere una concezione della giornata lavorativa del tutto o quasi sganciata dal classico modello “9-18”.

La strada del lavoro ibrido è quindi segnata, peccato però che solo il 24% delle aziende interpellate abbia indicato l’esperienza di lavoro delle proprie persone come una delle principali priorità in agenda, segno che sul tavolo ci sono oggi questioni più operative e stringenti a cui dedicare attenzione e risorse.


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