La fotografia Aidp

Il lavoro dopo il Covid? Il 90% delle aziende non ha dubbi: smart working modalità definitiva

Quasi il 58% tra i neo-assunti e i dipendenti chiede il lavoro agile alle aziende come pre-condizione per poter accettare o continuare il lavoro

di Andrea Carli

Smart working: 1 su 5 disposto a taglio stipendio

4' di lettura

Domanda: che volto avrà il lavoro dopo gli oltre due anni e mezzo di emergenza Covid? Risposta: per circa il 90% delle aziende quella in smart working è una modalità di lavoro definitiva.Per rendere l’idea di come è cambiata la percezione di questo strumento dopo le misure restrittive adottate per contenere la corsa dei contagi, basterebbe un dato: quasi il 58% tra i neo-assunti e i dipendenti chiede il lavoro agile alle aziende come pre-condizione per poter accettare o continuare l’impiego. È quanto emerge da una indagine Aidp (Associazione italiana per la direzione del personale) a cui hanno risposto circa 850 tra direttori del personale e aziende.

Proroga fino a fine giugno

Le norme sullo smart working introdotte a seguito dell'emergenza pandemica sono state prorogate a fine giugno di quest'anno. Il tema, tuttavia, è capire cosa ci sarà dopo. Il 37% delle aziende ha già definito una policy per il rientro al lavoro dopo tale scadenza, il 32% le sta definendo mentre il 30% è in attesa di capire se ci sarà un'evoluzione della normativa prima di prendere una decisione. Ma, come si dice, il dado è tratto e la modalità di lavoro da remoto è stata metabolizzata dalle aziende e dai lavoratori.

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Smart working soluzione metabolizzata dai lavoratori

Tant'è che il 58% circa delle aziende ha dichiarato che stanno trovando difficoltà ad assumere o trattenere i dipendenti se non viene garantitolo lo smart working e oltre l'88% ha confermato che dopo la data del 30 giugno continuerà la possibilità di lavorare in smart working e da remoto, contro solo l'11% che ha espresso un'intenzione contraria.

Si va verso modalità di impiego ibride

La prospettiva è il lavoro ibrido tra modalità in presenza e da remoto: il 38% delle aziende, infatti, ha affermato che i dipendenti potranno lavorare da remoto almeno 2 giorni a settimana e il 14% almeno 1 giorno a settimana. Negli altri casi, con percentuali minori, si va da 3 ai 5 giorni fino ad una presenza di un solo giorno al mese. Questo il quadro generale emerso dall'indagine a cura del Centro Ricerche AIDP diretto dal prof. Umberto Frigelli.

Le aziende a misura di lavoro smart

Le aziende stanno cambiando organizzazione e fisionomia per adeguarsi alla nuova modalità lavorativa ibrida. Il 30% ha già ristrutturato gli spazi fisici dell'azienda per organizzare il lavoro da remoto e la minor presenza fisica. Il 27% ci sta lavorando. Al contempo il 50% del campione ha già definito i requisiti minimi di idoneità dei locali privati quali luogo di lavoro da remoto ai fini della tutela della salute e sicurezza e il 22% l'ha previsto. «La modalità di lavoro smart - sottolinea Matilde Marandola, presidente Nazionale Aidp - è ormai entrata nel nostro nuovo dna lavorativo e i dati della nostra indagine lo certificano in modo inequivocabile. Il punto oggi non è più rispondere alla domanda sulla necessità o meno dello smart working ma capire, e in qualche modo prefigurare, un autentico modello di lavoro smart e definire un nuovo equilibrio tra le diverse modalità di lavoro».

Il nodo del diritto alla disconnessione

Anche sul diritto alla disconnessione il 42% delle aziende ha dichiarato che sono state introdotte garanzie da questo punto di vista, il 36% ci sta ragionando. Inoltre, il 46% ha intenzione di adottare suggerimenti e buone prassi specifiche per una migliore gestione del lavoro da remoto come per esempio: codici di condotta per i tempi e la partecipazione a videoriunioni, gestione della corrispondenza mail, e cosi via. La stragrande maggioranza, ossia il 75% degli intervistati ha affermato che non ha intenzione di adottare applicativi per il controllo della prestazione lavorativa da remoto.

Il “South working”

Un fenomeno che si è diffuso durante la pandemia è quello del rientro nelle regioni del Sud dei dipendenti originari di queste regioni, dalle sedi del Nord e estere delle aziende, continuando a lavorare da remoto: è il cosiddetto “South working” che negli ultimi 24 mesi ha riguardato il 27% delle aziende. Il fenomeno ha riguardato in prevalenza laureati (93% circa), appartenenti alla fascia di età tra i 18 e i 35 anni (59%), in prevalenza uomini, il 60,5% contro il 39,50% di donne. Dopo il 30 giugno il 15% consentirà ai dipendenti originari delle regioni del Mezzogiorno di continuare il lavoro in south working a fronte del 58% delle aziende che ha espresso un parere contrario. Il 28%, invece, ci sta ancora pensando.

Prevale la contrattazione individuale

Solo il 19% delle aziende ha contratti collettivi di regolazione dello smart working contro il 62% che ha dichiarato di non avere accordi il tal senso. Il 19% è ancora in fase di trattativa con i sindacati. Dal punto di vista del testo di contratto individuale sullo smart working da sottoscrivere con i lavoratori il 56% delle aziende ha già predisposto il testo mentre il 28% ci sta lavorando.

Ministro Orlando istituisce Osservatorio nazionale lavoro agile

Intanto con un decreto firmato dal ministro del Lavoro Andrea Orlando è stato istituito presso il ministero l'Osservatorio nazionale bilaterale in materia di lavoro agile. L'Osservatorio dovrà monitorare: i risultati raggiunti attraverso il lavoro agile, anche al fine di favorire lo scambio di informazioni, la valorizzazione delle migliori pratiche rilevate nei luoghi di lavoro; lo sviluppo della contrattazione collettiva nazionale, aziendale e/o territoriale di regolazione del lavoro agile; l'andamento delle linee di indirizzo contenute nel Protocollo nazionale sul lavoro agile del 7 dicembre 2021 e la valutazione di possibili sviluppi e implementazioni con riferimento a eventuali novità normative e alla crescente evoluzione tecnologica e digitale. L'Osservatorio ha la durata di un anno (salvo proroga) e svolge le proprie attività anche mediante appositi sottogruppi per aree tematiche e specifici settori; è coordinato da Pasqualino Albi.

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