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Il lavoro dei sogni? Pa troppo statica, tra i giovani vince il privato

Nella percezione di laureandi e neolaureati l’impiego pubblico perde il confronto con le aziende proprio mentre il Pnrr punta sul reclutamento di forze nuove. Fondamentale diventa il racconto di eccellenze e innovazioni

di Margherita Ceci

Zangrillo (Min. PA): “Opportunità misurare nostro lavoro attraverso soddisfazione cittadini”

4' di lettura

Una Pa monolitica, fissa come il posto che offre, incapace di valorizzare i propri talenti, inadatta per chi vuole fare carriera. È il ritratto che esce dal sondaggio contenuto nel rapporto FuturAp 2022 sul “futuro e l’innovazione dell’amministrazione pubblica”, condotto dall’Università Cattolica. Un ritratto lontano anni luce da quelli che sono gli obiettivi del Pnrr per la riforma della Pa: organico giovane, competente e laureato, e organizzazione più snella e digitalizzata. E che la Pa sia da svecchiare lo conferma anche il Censis nel suo 56° rapporto: l’età media dei dipendenti pubblici sfiora i 50 anni, 6,5 anni in più rispetto al 2001.

«Emerge l’urgenza di dotarsi di politiche di reclutamento capaci di evidenziare i benefici che un impiego pubblico può dare – commenta Luca Pesenti, docente di Sociologia che ha curato lo studio –. Non avevamo dati che ci dicessero chiaramente quale fosse la percezione dei giovani nei confronti della Pa, ma avevamo indizi di debolezza. Questa prima indagine dà una chiara idea di come il pubblico impiego venga visto da laureandi e neolaureati». Agli studenti ed ex studenti di tutte le facoltà è stato chiesto di indicare un punteggio da 1 (minima importanza) a 5 (massima importanza) per ogni caratteristica lavorativa proposta, prima basandosi sulla loro percezione della Pa, e poi secondo la propria idea di lavoro ideale. «Lo scopo – spiega Pesenti – era indicare alla funzione pubblica la strada da seguire per andare incontro ai giovani, che tendono invece a preferire il privato».

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Le criticità

Nel pubblico impiego, il capitale umano viene poco o per nulla considerato nella percezione del campione: il 46% ritiene infatti che valorizzare le conoscenze e le capacità del lavoratore non sia importante per la Pa, mentre l’86% ricerca questa caratteristica nel lavoro ideale. Allo stesso modo, anche gli altri elementi delle risorse umane risultano altamente ricercati ma sottostimati nel pubblico: un management di alto livello professionale e che ascolta i dipendenti è importante rispettivamente per il 65% e l’84% degli intervistati, mentre solo il 33% e il 30% ritiene di poter trovare gli stessi valori nella Pa.

La possibilità di fare carriera è fondamentale nel lavoro ideale per la quasi totalità degli intervistati (93%), ma è riscontrabile nel pubblico impiego solo a detta del 41%. Non se la passa bene neanche l’innovazione: giusto il 24% ritiene che la Pa possa essere innovativa. «I ragazzi hanno la percezione di una realtà che non valorizza i talenti e non si sa rinnovare – dice il docente –. Al pubblico impiego servono nuove competenze in cui i ragazzi sono forti, come la digitalizzazione; tema che però, come la possibilità di fare carriera, è sentito distante dalla Pa».

Il dato positivo

Tra i due mondi spunta però qualche punto d’incontro. Per l’80% del campione, la stabilità di un lavoro a lungo termine è tanto importante nel lavoro ideale quanto riscontrabile nella Pa. Dato che tuttavia rimarca l’idea stantia di luogo del “posto fisso”.

Sorprende invece l’importanza di produrre servizi utili per la comunità: rilevante nel lavoro ideale per il 55%, il 65% ritiene di trovarla nel pubblico impiego. «Questo è il dato veramente positivo in cui aspirazioni dei giovani e ruolo della Pa si incontrano. Si tratta di generazioni molto sensibili al bene comune, con ideali alti; il problema è la percezione che hanno della Pa. Questo è in parte un precipitato culturale che arriva dall’esperienza dei genitori con lo “street level”, ovvero gli sportelli, dove il cittadino si interfaccia e crea la percezione negativa. Ma la Pa negli anni non ha fatto niente per modificare questo storytelling, non ha comunicato quei mondi in cui pure è riuscita a innovarsi, come Istat, Inps o Entrate, che hanno fatto dei grandi salti in avanti. O i casi di eccellenza di Regioni in cui si è lavorato molto sull’amministrazione interna, o di comuni come Brescia, dove le politiche sociali sono state co-progettate con il terzo settore».

La nuova Pa

“Storytelling” dovrebbe essere dunque la parola d’ordine della nuova amministrazione per riuscire ad attrarre giovani competenze. Uno storytelling che abbandoni l’idea del posto fisso e racconti le eccellenze di chi lavora per il bene comune. «Gli americani fecero Top gun perché avevano bisogno di piloti, tant’è che il film fu finanziato dall’aviazione; la Pa avrebbe bisogno di fare la stessa cosa, un film che faccia vedere dove e come è capace di essere moderna, al passo con i tempi e amica del cittadino. Quella buona amministrazione che in Italia c’è, ma rimane nascosta. Da quando abbiamo lanciato Cattolica per la Pa, sono tanti i ragazzi interessati che ci chiedono di partecipare: significa che la Pa avrebbe delle carte da giocare, ma le gioca male. Mi permetto di lanciare un “mayday” per le amministrazioni che si sentono in grado di accogliere giovani in stage curriculari in direzioni generali o servizi specifici dove possano toccare con mano delle differenze qualitative: fatevi avanti, abbiamo bisogno di voi».

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