elzeviro

Il libro perfetto sul signor K

di Domenico Scarpa


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4' di lettura

«The Quintessential Franz Kafka». Così, come per le raccolte antologiche di Billie Holiday o di Fred Astaire o di Django Reinhardt, così si potrebbe reintitolare Questo è Kafka? di Reiner Stach, uscito l’autunno scorso nella Collana dei casi di Adelphi. Il sottotitolo del libro, 99 reperti, basta a indicare la generosità e l’assortimento dell’insieme, e non per nulla le recensioni hanno condiviso un accento di meraviglia. Ma qui mi concentrerò su un guizzo di delusione, pressoché indistinguibile dall’ammirazione, che mi è sembrato di cogliere in alcune di esse: lo vorrei separare e definirne la natura, mostrando che si giustifica poco.

Reiner Stach è il maggiore biografo di Kafka: tre volumi, non tradotti in italiano, usciti nell’arco di quasi quindici anni per duemila pagine complessive. Le trecentosessanta di cui si compone Questo è Kafka? sono un precipitato del lavoro principale, «precipitato» nel senso chimico o alchemico ma anche nel significato dinamico e comico del termine: perché Franz Kafka, ci avverte Stach, tiene in serbo per il suo lettore «l’effimera consolazione concessa a chi, in caduta libera, si rincuora dicendosi: “Fin qui tutto bene”». Quanto a lui – lui Stach, ma anche lui Kafka per mezzo di Stach – ha trovato ben 99 modi per cadere seguendo traiettorie mai percorse da nessuno o atterrando in zone non segnate sulle mappe letterarie. L’indice del volume è in apertura, basterà scorrerlo: i titoli delle sezioni (Segni particolari; Emozioni; Leggere e scrivere; Slapstick; Illusioni; Altrove; Riflessi; Fine) o quei titoli di singoli brani che un’occhiata arriva a cogliere: Kafka bara all’esame di maturità, Tre lettere al padre, Kafka e gli indiani, Kafka ride in faccia al presidente. Non sapevamo che Kafka e i suoi compagni di classe si fossero procurati in anticipo la versione di greco agli esami, e con uno stratagemma erotico; non sapevamo che il primo abbozzo della sua lettera al padre fosse rivolto a entrambi i genitori, e preceduto da una ulteriore lettera (oggi perduta) che già aveva prodotto sconquassi in famiglia; non sapevamo dei libretti di avventure di indiani americani che si portava sempre nelle tasche né del giorno in cui, a una conferenza solenne del solenne presidente delle Assicurazioni cui per giunta doveva l’impiego, non si trattenne dal ridere e infine sghignazzare durante l’intera cerimonia: e così via e così via, reperto su reperto fino al vertice della perfezione - imperfezione rappresentato dalla cifra 99: non curiosità, né stramberie, né tantomeno pettegolezzi, bensì la costruzione fantasiosa e oculata di un Kafka altro, mai visto prima e niente affatto «più vero del vero», ma semplicemente vero della sua verità naturale sfuggente e spesso divertente.

Una porzione cospicua di questi 99 reperti era ignota prima che Stach la recuperasse. Qui è accompagnata da fotografie, dipinti, disegni, scritture autografe («Kafka scrive in ebraico»). Un’altra quota dei reperti era invece già edita e dunque già nota: lettere, brani di diario, frammenti narrativi. Proprio di qui, dal fatto che parte del libro contenesse pagine non inedite, proviene il guizzo di delusione di cui parlavo, e che credo ingiustificato perché la scommessa consisteva appunto nel dare nuova forma all’immagine usurata di uno scrittore, adoperando tutti i materiali a disposizione, nuovi e meno nuovi, aggiungendo il minimo possibile di commento, lasciando che la figura trovasse i propri contorni nella sintesi algebrica delle sue parti componenti.

Questo è Kafka? – questo è il punto – è una fra le più belle e intelligenti invenzioni editoriali che siano comparse negli ultimi anni: e potrebbe fare scuola, potrebbe sconfiggere l’ossessione dell’inedito che affligge, istupidendoli, gli studiosi, gli editori, i mezzi di comunicazione. Nel libro di Stach (che è di Stach benché l’ottanta per cento delle parole sia altrui) si riversano anni di ricerca, certo, e trouvailles innumerevoli. Ma il suo valore è nel progetto, nel disegno, nell’indice stesso dell’opera: nella sequenza dei suoi brani che equivale a un discorso critico implicito e, perché implicito, lampante.

«È difficile argomentare contro le immagini; è tuttavia possibile scuoterne in parte il preteso monopolio grazie a immagini di segno opposto». Malgrado abbia scritto questa frase rivendicativa, Stach non si proponeva di correggere. La sua operazione non è stata antagonistica. Stach desiderava rilanciare, con geloso altruismo. Voleva compiere l’operazione che la letteratura (quella di Kafka in primo luogo) ripropone ogni qualvolta si manifesta: trasformare le vecchie apparenti risposte in vere nuove domande. Di qui il punto interrogativo che impenna il titolo.

Quel guizzo di delusione andrà convertito anch’esso in ammirazione. Il mondo formicola di buone idee editoriali, che si potrebbero rieseguire qui da noi, sui nostri scrittori: si fa con i format televisivi che tendono a creare trasmissioni tutte uguali, perché non farlo con i libri, che verrebbero invece tutti diversi, nuovi, invitanti? Molti classici italiani – antichi, moderni, contemporanei – soffrono da tempo di inerzia editoriale, e di una critica stracca e ripetitiva (a volte tale suo malgrado). Se ne potrà riparlare e non mancheranno gli esempi, ma intanto si può ritornare su Questo è Kafka? e sulla qualità della sua inventiva editoriale, cui contribuisce la casa editrice che lo offre ai lettori italiani.

Reiner Stach ha realizzato, in definitiva, una nuova traduzione di Kafka in termini cognitivi e di immagine: lo rende preciso, irrecusabile, memorabile, per poi dissolverlo rendendolo nuovamente e diversamente inafferrabile. L’editore italiano ha fatto altrettanto in termini linguistici: Questo è Kafka? è stato tradotto benissimo da Silvia Dimarco e Roberto Cazzola, come testimonia la sottigliezza di titoli del tipo Che cosa muove Kafka al pianto oppure Kafka senza pruderie o ancora Kafka scrive una poesia e ne è soddisfatto o (non si smetterebbe più di ricopiare) Tentativo di gettare Kafka nel fiume e Nulla di pregiudizievole sul conto del dottor Kafka.

Aspettando le prossime invenzioni editoriali, importate oppure nostrane, sarebbe urgente ritradurre in italiano tutto Kafka con lo stesso spirito e con la stessa scrupolosa gioia che circola in questo libro, eliminando la patina di grigiore linguistico che intorbida la maggior parte delle versioni disponibili.

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