diritti umani

Il Lme indaga sul cobalto «sporco»

di Sissi Bellomo

(Afp)

2' di lettura

Dalle mani di minatori bambini fino al London Metal Exchange. Il cobalto «sporco», prodotto con lo sfruttamento di manodopera minorile nella Repubblica democratica del Congo, comincia a preoccupare la borsa londinese, che ha avviato un’indagine per accertare la provenienza del metallo consegnato nei suoi magazzini.

Lo rivela il Financial Times, venuto in possesso di una lettera che il Lme ha inviato ai fornitori 12 giorni fa, per invitarli a chiarire entro il 1° dicembre le pratiche con cui gestiscono e prevengono i rischi di violazione dei diritti umani: un tema particolarmente delicato nel caso del cobalto.

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Il metallo, materiale chiave per le batterie di auto elettriche e smartphone, oggi viene estratto per oltre il 60% nel Paese africano, uno tra i più poveri, violenti e corrotti del mondo, dove un quinto della produzione – denuncia Amnesty International – avviene in modo artigianale, con il frequente impiego di bambini, anche di appena sette anni di età.

Nella lettera il Lme sostiene che l’indagine «non è legata a nessun particolare produttore o marchio», ma che è mossa dalla «crescente attenzione dell’industria dei metalli verso le forniture responsabili lungo tutta la filiera».

Due trader hanno tuttavia informato l’Ft, in forma anonima, di aver inoltrato un reclamo alla borsa londinese dopo aver notato che nei suoi magazzini – a partire dall’estate scorsa – avevano cominciato ad essere consegnate partite di cobalto della cinese Yantai Cash Industrial, sospettata di rifornirsi di metallo grezzo da minatori artigianali del Congo.

Il regolamento del Lme definisce gli standard qualitativi dei metalli consegnabili in borsa, ma al momento non prevede nulla riguardo all’origine.

Per altri metalli, di provenienze più diversificate, il problema evidentemente non si era posto. Lo stesso cobalto solo di recente è uscito dall’ombra, grazie all’«effetto Tesla» che ne ha fatto raddoppiare le quotazioni nell’ultimo anno, fino a oltre 60mila dollari per tonnellata.

Ricostruire le pratiche estrattive non è sempre facile, perché gran parte del metallo viene raffinato e commercializzato da società cinesi. Sono a controllo cinese anche sette delle dieci maggiori minerarie che operano in Congo: China Molybdenum è balzata al secondo posto (alle spalle di Glencore) rilevando l’anno scorso il deposito Tenke Fungurume da Freeport McMoRan.

Le difficoltà tuttavia non sono sono una scusante, a giudizio di Amnesty, che la settimana scorsa ha pubblicato un rapporto in cui denuncia che i grandi utilizzatori di batterie non fanno ancora abbastanza sul fronte della tracciabilità delle forniture di cobalto.

Su 28 società esaminate, ben 11 non hanno adottato neppure gli standard minimi di due diligence, denuncia la Ong, che tra gli ultimi della classe elenca colossi come Microsoft, Vodafone e Renault.

Tra i produttori di auto nessuno va oltre metà classifica: Tesla e Bmw, pur superando i concorrenti, hanno intrapreso solo azioni «moderate».

Nessuna società ha fatto «tutto il possibile», secondo Amnesty. Il risultato migliore (azioni «adeguate») è stato raggiunto da Apple e Samsung Sdi.

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