giustizia civile

Il lockdown toglie spazio alla mediazione. Ma intanto l’arretrato civile cresce

La riduzione dell’attività giudiziaria della scorsa primavera si riflette sui numeri delle nuove procedure in calo. Per i tecnici l’istituto va rafforzato, estendendo la condizione di procedibilità a tutto il contenzioso su diritti disponibili

di Valentina Maglione

(sebra - stock.adobe.com)

3' di lettura

Il Covid fa soffrire la mediazione. Lo si legge nei dati dei primi sei mesi del 2020, che fotografano l’impatto sulle procedure del lockdown della scorsa primavera. Sono infatti diminuite sia le mediazioni avviate, sia - ed è il dato più significativo - la partecipazione al primo incontro della parte invitata in mediazione, premessa necessaria per arrivare all’accordo.

Numeri in calo, che si innestano su una situazione che già aveva margini di miglioramento. La mediazione ha infatti un raggio di applicazione limitato, benché sia riconosciuta come una buona strada per raggiungere una soluzione dei conflitti fuori dalle (ingolfate) aule dei tribunali e abbia guadagnato nel tempo anche l’appoggio di molti avvocati e del Consiglio nazionale forense. Peraltro, non sembra essere stata utilizzata come alternativa al processo durante il lockdown, quando l’attività giudiziaria si è ridotta per la sospensione delle udienze e dei termini. Tanto che l’arretrato civile al 30 giugno scorso è tornato a salire per la prima volta dal 2011. Al contempo, sono diminuite le nuove mediazioni: 32.702 quelle iscritte fino al 31 marzo e appena 22.715 quelle dal 1° aprile al 30 giugno. Un calo legato alla riduzione delle nuove liti, dato la stragrande maggioranza delle procedure è avviata nelle materie in cui la mediazione è “condizione di procedibilità” in giudizio.

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Crollo della partecipazione

L’emergenza ha anche allontanato dal tavolo di mediazione le parti invitate: la percentuale di partecipazione al primo incontro, che nel 2019 era al 49,2%, è crollata al 44,9% nei primi sei mesi 2020. Segno del fatto che l’iter “telematico” non è decollato: sia, in una prima fase, per problemi tecnici, sia per la sfiducia delle parti. Sono così calate mediazioni effettive (che proseguono dopo il primo incontro) e accordi.

Ma, anche prima del lockdown, l’istituto aveva il freno tirato. Due le spie: la limitata partecipazione al primo incontro, spesso senza conseguenze perché i giudici applicano poco le sanzioni, anche pecuniarie, previste dal Dlgs 28/2010; il fatto che sono una minoranza le mediazioni volontarie (l’11% di quelle concluse nel 2019) e quelle fatte per ordine del giudice (l’1%).

Nonostante i limiti, «lo strumento più efficace per portare le parti a decidere di iniziare un percorso di mediazione è il primo incontro, nelle materie in cui la mediazione è condizione di procedibilità», osserva Leonardo D’Urso, cofondatore di Adr center e autore di uno studio sull’effetto deflattivo della mediazione. «Per incentivare la mediazione volontaria - prosegue - occorre estendere il primo incontro a tutto il contenzioso su diritti disponibili e spingere i giudici alla mediazione delegata, anche con progetti come “Giustizia semplice” presso il Tribunale di Firenze».

Tavolo tecnico non prorogato

Nella stessa direzione vanno le proposte del tavolo tecnico sulle procedure stragiudiziali, istituito a fine 2019 dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e coordinato da Paola Lucarelli, docente di diritto commerciale e ideatrice del progetto “Giustizia semplice”. Gli esperti del tavolo hanno puntato l’attenzione anche sull’opportunità di rafforzare gli incentivi economici alla mediazione (in parte previsti ma non attuati) e la qualità degli organismi, oltre che di intervenire sulla formazione. Temi rimasti sulla carta: il tavolo si è chiuso alla scadenza del 30 giugno scorso, dato che il ministero non ha concesso la proroga, che sembrava scontata.

Né scommette sulla mediazione il Ddl sulla riforma del processo civile e delle procedure stragiudiziali, su cui sta per riprendere l’esame della commissione Giustizia del Senato (atto 1662). Anzi: il testo esclude la condizione di procedibilità in alcune materie, come i danni sanitari e i contratti bancari.

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