ciclismo

Il Lombardia va a Pinot, secondo uno splendido Nibali

di Dario Ceccarelli

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Il vincitore del Giro di Lombardia Thibaut Pinot (Ansa)


3' di lettura

Dal Giro di Lombardia, tradizionale appuntamento che segna la fine della stagione ciclistica, vinto meritatamente dal francese Thibaut Pinot, si esce con una certezza non proprio rassicurante. Che dietro a Vincenzo Nibali, secondo dietro il transalpino e autore di una splendida corsa, ci sia ben poco. Almeno in chiave nazionale.

Ci si consola con il fatto che il siciliano abbia dato spettacolo; che si sia arreso solo nel finale; che dopo l’incidente al Tour abbia avuto un formidabile recupero. Tutto vero e sacrosanto. Resta però il fatto che quando il gioco si fa duro siamo sempre lì ad aggrapparci allo scoglio del San Vincenzo nazionale, che con la sua classe, e il suo eccezionale palmarès, ha un solo difetto: di non farci guardare in faccia la realtà. Che è quella emersa anche dal recente mondiale in Austria, dove pur avendo disputato un ottima prova come collettivo, alla fine ci è mancata la punta di diamante in grado di tirare l’ultima stoccata. Quella decisiva. Quella dei grandi campioni. Quella che alla fine ha tirato Valverde, per intenderci, campione del mondo a 38 anni, età in cui molti suoi colleghi pensano già a fare i direttori sportivi o i commentatori televisivi.
Gianni Moscon è giovane e promettente, certo, tutto però da verificare. Se lui è il nostro futuro, come è investimento è davvero azzardato. Un po' come puntare sui nostri Btp in questi giorni di spread bollente.

Per tenerci su , un po' come succede nel calcio, ci inventiamo dei gemellaggi curiosi. Per esempio ricordando che Thibaut Pinot, come Nibali al Tour, ha avuto dei guai fisici all’ultimo Giro d’Italia, quando finì disidratato all’ospedale di Aosta. Oppure ci piace pensare che Pinot (che riporta dopo 21 anni il Lombardia in Francia) sia il più italiano dei corridori. Un cugino che tifa Milan. Che adora il nostra paese e il “Lombardia” in particolare.

Insomma, quasi non ci è andata neppure male. Non caschiamoci. Era un vezzo dei francesi, quello di adottare gli stranieri, che primeggiavano al Tour de France. Per loro Fausto Coppi era uno di loro. E lo chiamano “Fostò” come un vecchio amico, che tornava sempre a trovarli.

Anche Pinot è un amico ritrovato: nato a Melisey 28 anni in una famiglia con la passione della bicicletta, Thibaut è arrivato terzo alla grande Boucle del 2014, quella vinta da Nibali, che al Lombardia fino all'ultimo gli ha dato filo da torcere. Solo al quarto scatto sul Civiglio, infatti, il francese è riuscito a prendere il largo.
«Ero vuoto», ha detto poi Vincenzo. «Non ero neppure riuscito a bere. Ho fatto appello alle ultime energie, ma alla fine Pinot è andato più forte. Era più preparato. Però, pur non essendo felice del risultato, sono contento di come mi sono battuto», ha concluso il siciliano ormai completamente guarito dai postumi dell'incidente all'Halpe d'Huez, con quella frattura a una vertebra che gli ha condizionato tutta la seconda parte della stagione.

Ora che va in pensione anche il vecchio Franco Pellizotti ( a 40 anni!) il ciclismo italiano deve fare i conti con se stesso. Con un movimento che manda i nostri ragazzi migliori a fare i gregari di lusso nei super team come Bmc o Sky. Lo stesso Fabio Aru, da anni eterna promessa, non riesce più a decollare. Incidenti, sfortuna, preparazione non adeguata. Una lunga serie di black out che hanno oscurato il sardo per tutto il 2018. In attesa che dia segnali di risveglio, ci consoliamo anche noi con Nibali. Prima di tutto, come dice Alberto Contador, perchè Vicenzo corre sempre con il cuore. Ha coraggio, si espone, mette sempre la faccia al vento, anche quando la ragione consiglierebbe di rientrare nei ranghi. Poi non molla mai. Senza fare proclami, Nibali batte il ferro per tutta la stagione. Ha cominciato sul podio più alto della Sanremo per sfiorare l’impresa anche al Lombardia, salendo comunque ancora sul podio. È corridore da grandi classiche, ma ha vinto Giro d'Italia, Tour e Vuelta. È un corridore all'antica, in un ciclismo che va in tutt'altra direzione. Dove tutto è programmato al computer. Perfino le fughe comandate via radio dai direttori sportivi. Tutto calcolato. Solo Nibali va (ancora) dove lo porta il cuore.

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