le nuove stime

Il macigno del debito che frena la crescita e allarma il fmi

di Rossella Bocciarelli


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(EPA)

2' di lettura

Le nuove stime del Fmi sull’Italia sono apparentemente meno severe di quelle dell’Ocse. Per il nostro paese la crescita quest’anno, pur ridotta dello 0,5% rispetto alle previsioni di gennaio, nonostante tutto non avrà il segno meno davanti e sarà pari allo 0,1 per cento: è lo stesso numero che compare nel tendenziale del Def, e il Fondo vede la possibilità di un consistente recupero nella seconda metà del 2019 (nel quarto trimestre vi sarà un aumento dello 0,6% rispetto all’ultimo scorcio del 2018) e addirittura un incremento di prodotto dello 0,9% nel 2020.

Ma qui finiscono le notizie positive: se si guardano cifre e valutazioni dell’Outlook più da vicino, traspare tutta la grande preoccupazione per l’Italia come possibile fattore di rischio globale. Timori e ansie delle istituzioni e degli investitori internazionali che sarà assai faticoso disinnescare da parte della delegazione italiana, presente a Washington da mercoledì a domenica 14 aprile. Il ministro del Tesoro Giovanni Tria e il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco si lasciano infatti alle spalle la perenne microconflittualità dei due alleati di governo, ossessionati dalla prossima tornata elettorale, e debbono convincere gli interlocutori esterni che il nostro era e rimarrà un paese responsabile.
Dai numeri del Fmi (che sono elaborati a politiche invariate, e dunque per l’anno prossimo ipotizzano che la clausola Iva venga disattivata, diversamente dal quadro tendenziale del Def) risulta che dietro a questa attività produttiva piatta, oltre alla frenata del commercio mondiale, che ovviamente è una brutta notizia per un paese esportatore come il nostro, c’è una forte caduta degli investimenti interni: la formazione di capitale fisso per quest’anno è stimata a -1%. In secondo luogo, anche i prezzi sembrano destinati a restare assai freddi (+0,8% quest’anno) e a non far crescere di molto il prodotto nominale, variabile cruciale ai fini della dinamica debito/Pil. E arriviamo alle note dolenti della finanza pubblica: per il Fmi l’indebitamento netto italiano si collocherà al 2,7 per cento quest’anno e al 3,4% l’anno prossimo. Quanto allo stock del debito pubblico, che nel 2018 con i suoi 2.322 miliardi si è collocato al 132,2 per cento del Prodotto interno lordo, la sua tendenza è ad una inesorabile salita: 133,4% nel 2019, 134,1% nel 2020 e, in prospettiva, 138,5% nel 2024. È questo che fa scrivere agli esperti di Washington, nell’editoriale del rapporto di primavera che, tra i rischi al ribasso per le stime sulla crescita globale, occorre considerare anche la possibilità di una «perdurante incertezza e tassi elevati in Italia - soprattutto se questi dovessero unirsi a una recessione più profonda del previsto - con possibili ricadute per gli altri paesi dell’euroarea».

Tra gli spettri che rendono il momento congiunturale del mondo particolarmente delicato, secondo il Fondo, non c'è quindi solo il rallentamento della crescita cinese o l'eventualità della hard Brexit. C'è anche la paura che un improvviso deterioramento nel sentiment del mercato possa di colpo irrigidire le condizioni finanziarie per paesi al alto debito pubblico come il nostro, che secondo gli esperti guidati da Christine Lagarde potrebbe anche tornare a vedersela con il rischio di avvitamento fra debito sovrano e debito delle banche.

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