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Il made in Calabria piace all’estero: l’export cresce del 36 per cento

di Donata Marrazzo

 I prodotti dell’agroalimentare calabrese sono sempre più richiesti all’estero: le esportazioni sono ormai il 60% del totale regionale

3' di lettura

agroalimentare calabrese conquista i mercati esteri: l'export del settore rappresenta il 60% delle esportazioni regionali. E nei primi mesi di quest'anno ha registrato un incremento del 36% rispetto ai dati del periodo pre-Covid. Ora, però, è da vedere se il comparto reggerà l'urto dei rincari energetici e dell'aumento delle materie prime: molte imprese sono in sofferenza. Anche quelle più consolidate, come Callipo, industria del tonno che rappresenta un'eccellenza, costretta a fermare la produzione un giorno alla settimana a causa degli aumenti energetici. In agricoltura, filiere corte e produzioni biologiche (il 36% della superficie agricola) resistono meglio alla crisi.

A Spilinga, i produttori di nduja, insaccato iconico dell'enogastronomia calabrese - piccante, versatile, morbido -, riuniti da 17 anni in consorzio, a stento fanno fronte alla crescente richiesta dei mercati, compresi quelli d'oltreoceano. Il risultato è un fatturato di circa 20 milioni di euro (che dal 2012 cresce al ritmo del 25% all'anno), per una produzione di 20mila quintali, di cui quasi ¼ destinato all'estero. Il prodotto spopola in Canada, Stati Uniti, Giappone, soprattutto nell'alta ristorazione, e anche in Inghilterra. Tanto che nello Yorkshire esiste una versione locale del salume calabrese, prodotta da una storica macelleria e venduto proprio con il nome di “nduja”. Una delle tante forme di “italian sound”.

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Fra gli ingredienti della nduja, il peperoncino calabrese, vessillo della Calabria in tutto il mondo, gioca un ruolo fondamentale: il consorzio dei produttori, in attesa del riconoscimento Igp, riunisce 47 aziende, con 80 ettari coltivati. Ma in tutta la regione la produzione riguarda almeno 500 ettari: ogni 10mila metri quadrati rendono 150 quintali di diverse varietà.

Il più pregiato degli agrumi, il bergamotto, che cresce solo nei territori argillosi della provincia di Reggio Calabria, tra Scilla, sul Tirreno, e Monasterace, sullo Ionio, non è più solo destinato all'industria profumiera. Da qualche anno viene commercializzato come frutto fresco e anche come succo per le sue proprietà nutraceutiche, capaci di regolare colesterolo, trigliceridi e glicemia. Sono 1700 gli ettari coltivati (la produzione è di circa 250 quintali ad ettaro): il 75% dei produttori, riunito in Unionberg, realizza un volume d'affari di 5 milioni di euro.

Il pregiato olio essenziale estratto dai frutti sfiora i 1500 quintali, a seconda delle annate, con un prezzo che raggiunge i 180 euro al kg: «Da almeno 10 anni – spiega la farmacista Giovanna Pizzi, produttrice di bergamotto ed esperta di food - il cambiamento climatico incide sulla quantità del raccolto. La produzione, di cui si prevedevano importanti incrementi, si è stabilizzata di anno in anno su circa 250 quintali a ettaro».

Per il vino è un momento d'oro: da qualche anno è decisamente in crescita la quantità e soprattutto la qualità. Solo il Cirò, a denominazione di origine controllata, viene prodotto da 60 aziende e vale oltre 20 milioni di euro. In tutta la regione la produzione arriva a 550mila ettolitri (Dop 63mila, Igp 144mila) di cui il 40% destinato prevalentemente a Germania e Stati Uniti. I numeri del vino tengono alta la percentuale dell'export: Canada, Giappone, Nord Europa e Regno Unito sono mercati in via di definizione.

Anche per l'olio, il 2021 è stata un'ottima annata: 600mila i quintali prodotti di cui 18mila dichiarati Igp, per un giro d'affari di 270 milioni di euro. Export al 20% verso Germania, Austria, Svizzera, Canada e Stati Uniti. «Un importante contributo al settore – aggiunge Giovanna Pizzi - arriva dalla creazione di nuovi frantoi tecnologicamente avanzati, sono oltre 700, e dallo sviluppo di moderne tecniche di raccolta e molitura».

La patata della Sila con il riconoscimento dell'Igp si è imposta con successo sul mercato italiano: le particolari qualità organolettiche del tubero calabrese, prodotto su 800 ettari dell'altopiano del Parco nazionale della Sila, fanno la differenza. Ma anche l'attività di oltre 100 produttori consorziati che hanno organizzato con efficienza la distribuzione dei 300mila quintali prodotti, registrando un giro d'affari che supera i 10 milioni di euro.

Cresce il consorzio dei Fichi di Cosenza Dop che amplia gli impianti di 400 ettari. La produzione di 500 quintali all’anno vale 800mila euro, ma con grandi potenzialità di sviluppo. La denominazione, che riguarda il frutto secco, ha inciso positivamente sul mercato, dove i fichi di Cosenza Dop raggiungono i 15 euro al chilo.

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