novitÀ

Ágota Kristóf inedita: il male come perno della vita

Come il capolavoro dell’autrice, la «Trilogia della città di K», questi crudeli racconti narrano l’uomo a confronto con il potere e la malvagità

di Lara Ricci


default onloading pic
Profuga. Ágota Kristóf lascià l’Ungheria nel ’56 come profuga. La sua esperienza, l’attraversamento della frontiera di notte dopo aver pagato un trafficante d’uomini, è raccontata in «Analfabeta»

4' di lettura

Nella trappola di un popolo primitivo che abita un mondo immaginario, una notte cade un mostro viscido e puzzolente. Le lance non lo scalfiscono, gli uomini si sentono improvvisamente vulnerabili. Non essendo riusciti a ucciderlo, lentamente ma inesorabilmente iniziano ad amarlo. Respirano il profumo dei fiori che crescono sul suo putrido dorso e ne dimenticano il tanfo. Scordano la paura, l’angoscia, la tristezza, mentre il mostro cresce a dismisura nutrendosi di carne umana. Solo il giovane Nob che non li ha annusati resiste alla corruzione. Resiste con la forza dell’odio: nulla è scontato e i piani si ribaltano a ripetizione nei sei nitidissimi quadri che compongono Il Mostro, una delle quattro pièces teatrali di Ágota Kristóf edite da Seuil nel 2007, quattro anni prima della morte dell’autrice e ora tradotte da Casagrande, l’editore ticinese che ha anche il merito di aver pubblicato in italiano il récit autobiografico L’analfabeta (2005), i racconti Dove sei Mathias (2006) e, lo scorso anno, Chiodi, forse il più prezioso. Una raccolta di poesie scritte quasi tutte in ungherese, alcune riscritte cercando nella memoria quelle perdute nel 1956 quando, ventunenne, dopo la seconda invasione sovietica Kristóf aveva abbandonato il suo Paese col marito e la figlia di quattro mesi. Emozionante testimonianza della voce ungherese dell’autrice, lingua materna eppure ormai lingua «ricostruita o sradicata»: una lingua “di mezzo” - come nota Fabio Pusterla nella postfazione a Chiodi - perché da tempo abbandonata in favore del francese, imparato nei corsi serali dopo che si era stabilita a Neuchâtel, in Svizzera, e aveva iniziato a lavorare in una fabbrica di orologi (la fabbrica che mangia la giovinezza, dove «I giorni si somigliavano come le ore/ che passavano sul nastro e attraverso le nostre mani»). Una lingua che lei definisce «nemica» perché, dopo trent’anni, ancora sentiva di non conoscerla, ma soprattutto perché stava uccidendo la sua lingua materna.

Nemica, e forse per questo più adatta a rappresentare il Male, l’«orrore» di conradiana memoria che lei, fra sé e sé, definisce semplicemente «la cosa». Sono infatti scritte in francese le quattro favole politiche e filosofiche che compongono Il Mostro e altre storie. E hanno tutte quella prosa «di perfetta, innaturale secchezza, una prosa che ha l’andatura di una marionetta omicida» - come l’ha definita Giorgio Manganelli - del suo capolavoro, La trilogia della città di K (Einaudi, 1998), ugualmente scritto in francese. Come la Trilogia, tutte parlano dell’uomo confrontato al potere e al male (quel male che sa porsi come «perno» della ruota della vita, osserva Marco Lodoli nell’introduzione). Fanno da sfondo gli scenari apocalittici cui l’autrice ha abituato i lettori. Il «crepuscolo che ha perso l’equilibrio» dove «un uccello libero spicca un volo sghembo» e «a terra c’è solo il seminato/ silenzio indicibile/ e insopportabile/ attesa» della poesia Non c’è motivo di cambiare marciapiede che apre Chiodi. Il crepuscolo che ha seguito l’infanzia, rotta dall’adesione dell’Ungheria all’Asse nazifascista, dalla guerra, dall’occupazione sovietica che nella sua famiglia ebbero come conseguenza l’arresto del padre, coi figli inviati nei collegi di Stato e la madre in miseria a inscatolare veleno per topi. E, poco dopo, la dolorosa fuga che seguì la seconda invasione russa. Dei suoi anni di internato scrive in Analfabeta: «in quel periodo piango tutte le sere, per mesi interi o per anni, e piango tanto che in seguito non riuscirò a piangere quasi mai più, come se avessi già pianto abbastanza per il resto della mia vita» (eppure, trasfigurandola, di quella sofferenza non smetterà più di scrivere).

L’equilibrio è perduto nella prima come nella seconda pièce La strada, che in realtà è solo l’incubo grottesco di un costruttore di strade. Qui la Terra, in un’atmosfera beckettiana, è completamente ricoperta da cemento. Ci sono solo strade e la nebbia nasconde il cielo che gli uomini non hanno mai visto, come l’erba, gli alberi, le case e che credono essere leggende. Nati sulle strade, ci vivono camminando senza sosta («è la vita, bisogna camminare»). Le auto non ci sono più, sono carcasse chiamate rifugi. E vecchi cartelli stradali danno indicazioni che non riflettono più la realtà delle cose. Qualcuno si chiede: dove portano le strade? Hanno una fine? Perché le direzioni? Perché il cammino? Esistono delle uscite? Sono vere o false?(«Anche là dove ci sono cartelli con la scritta “Uscita”, è solo un bluff. Sono false uscite. Non portano da nessuna parte. Portano semplicemente ad altre strade»).

Inizialmente più comica, con i suoi dialoghi da commedia degli errori, l’ironia di L’epidemia, la terza storia, diventa presto amara e mette i brividi come le altre. È il racconto di un paese dove il bosco si è riempito di impiccati. Tutti suicidi (ma tra questi tutti notano solo le belle ragazze). Se ne attribuisce la causa a un morbo sconosciuto. E mentre un maldestro “salvatore” s’innamora di quella che ritiene di aver salvato e vuole costringerla alla sua felicità, le morti sono manipolate da qualcuno che ha già escogitato un sistema per sfruttare la situazione.

Espiazione infine - l’ultima di queste quattro storie dall’incipit folgorante per potenza evocativa e metaforica che tuttavia perdono un po’ di intensità nel finale - parla di un musicista mendicante cieco dal passato misterioso che, sgomento, qualche volta ci vede. Qui, come nella Trilogia, la crudeltà estenuata delle situazioni descritte è improvvisamente spezzata da una parola, una frase, di bruciante dolcezza che, facendoci intravedere il mondo come potrebbe essere, suscita la commozione cui la violenza del racconto credevamo ci avesse cauterizzato. Un po’ come fa il vento nella poesia Il filo d’erba: «Era ormai secco e spezzato io/ lo conoscevo era nato tra le pietre/ abbandonate/ perché voleva vivere da solo e vedere/ la corsa delle nubi dalle creste d’oro// a mezzogiorno il sole lo guardò con malvagi/ occhi infuocati l’indomani/ lo tormentava la fame si piegò morì// allora il vento tiepido e tenue/ gli fece una carezza».

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...