Interventi

Il management civile che sostiene la crescita

Molte imprese dimostrano che competitività e inclusione sociale sono compatibili

di Stefano Micelli

Molte imprese dimostrano che competitività e inclusione sociale sono compatibili


4' di lettura

Quest’anno le Giornate di Bertinoro per l’Economia civile, evento annuale di riferimento per il Terzo settore, hanno affrontato il tema della prosperità inclusiva. Si è ragionato sulla possibilità di coniugare due obiettivi, prosperità e inclusione sociale, sempre più difficili da conciliare. Negli ultimi anni ci siamo rassegnati all’idea che la crescita economica è destinata a durare a livello globale ma che difficilmente potremo evitare quelle diseguaglianze che oggi riconduciamo a un mercato del lavoro polarizzato e agli effetti delle nuove tecnologie. Secondo Stefano Zamagni, padrone di casa a Bertinoro, molta di questa rassegnazione è legata ad alcuni assunti chiave che la teoria economica è riuscita a far diventare pensiero comune dominante.

Nella sua introduzione ha messo sul banco degli imputati la differenza storica fra economia politica e economia civile. L’economia politica, dice Zamagni, è l’economia della polis, l’economia di una comunità che definisce uno spazio proprio esclusivo e che, anche al proprio interno, istituisce differenze significative, prima di tutto di genere. L’economia civile è invece l’economia della civitas, l’invenzione dei romani che fecero dell’inclusione sociale un credo che consentì una mobilità sociale ancora oggi sorprendente. È grazie all’istituzione della civitas, per fare un esempio, che generali dell’esercito nati lontano da Roma sono diventati imperatori.

Questa distinzione fra “politico” (della polis) e “civile” (della civitas) dovrebbe essere applicata anche da chi studia le imprese e affronta i temi del management. Difficile pensare - nel 2019 - che l’analisi delle imprese, lo studio delle strategie e la messa a fuoco dei suoi principali strumenti di gestione possano essere isolati rispetto ai temi dell’inclusione sociale, del senso di soddisfazione dei lavoratori, della partecipazione attiva dei cittadini. La reazione scandalizzata dell’opinione pubblica alla decisione di Amazon di mettere in discussione alcuni diritti primari dei propri dipendenti come la copertura sanitaria per aumentare utili e capitalizzazione è una chiara testimonianza di un cambio di sensibilità negli Stati Uniti e a livello internazionale.

In Italia, il rapporto fra crescita e inclusione è stato meno problematico che in diversi Paesi anglosassoni. Il legame fra crescita delle imprese e rapporto con il proprio territorio è stato un aspetto distintivo dello sviluppo italiano negli anni 70 e 80, legato al successo dei distretti e del modello della specializzazione flessibile. Il fascino esercitato dallo sviluppo italiano di quegli anni presso tanti osservatori internazionali è stato determinato anche e soprattutto dal legame originale fra comunità e sviluppo delle imprese. Le medie imprese che oggi costituiscono l’infrastruttura portante del nostro export hanno ereditato questo patrimonio di relazioni dando qualità manageriale a un sistema di connessioni sociali e culturali che spesso rimane alla base della loro competitività. Queste medie imprese sono ancora oggi imprese “coesive”, nella definizione coniata dalla Fondazione Symbola, perché crescono insieme alla soddisfazione dei propri lavoratori e delle comunità di riferimento. Il tema della coesione, va da sé, non esaurisce il nodo dell’inclusione (la coesione si riferisce a una comunità già costituita, l’inclusione suggerisce uno slancio di carattere più universale). Ciò detto, il ruolo svolto da tante medie imprese italiane offre spunti interessanti rispetto a una riflessione fra impresa e società.

Vale la pena ricordare che la domanda di impresa inclusiva è in crescita. Un recente sondaggio presentato al Cuoa di Vicenza da Italypost ha messo in evidenza come una percentuale rilevante di osservatori qualificati del mondo economico del Nord Est (non proprio un’area marginale del paese) consideri urgente un ruolo attivo delle imprese nella costruzione di società più innovativa e aperta al sociale. Le ragioni di questa richiesta sono abbastanza semplici da cogliere. In molti territori le imprese hanno dimostrato di saper trovare un ruolo proprio nella divisione internazionale del lavoro, di possedere competenze e linguaggi per interagire con un mondo complesso, di disporre di energie e risorse umane per affrontare la complessità del presente. Molti altri soggetti, dalle banche locali alle società municipalizzate, dai centri trasferimento tecnologico alle organizzazioni di rappresentanza fanno fatica a tenere il passo. Stentano a trovare formule coerenti con le richieste di un mondo in rapido cambiamento.

Che fare? Zamagni non fa mistero delle sue critiche all’università italiana. Si è investito troppo poco, in Italia e all’esterno, su una cultura economica e manageriale in grado di assumere un punto di vista originale sul tema della crescita e dell’inclusione. Una svolta di paradigma non passa semplicemente attraverso la collezione di tante best practice che già oggi caratterizzano la vita di molte imprese italiane. È necessario che un’idea di management civile diventi una proposta coerente, alternativa all’idea di management messa a punto un secolo fa.

L’industrializzazione di massa ha generato scuole e centri di formazione che hanno fornito a imprenditori e manager saperi e competenze per promuovere l’efficienza e la competitività delle imprese. È tempo che proprio queste istituzioni si facciano carico di un nuovo paradigma. Se possibile, a partire da una riflessione su quelle medie imprese che hanno segnato la ripresa dell’economia italiana nel corso dell’ultimo decennio e che, in molti casi, hanno dimostrato che competitività e inclusione sociale non sono obiettivi discordanti.

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