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Ferruccio Resta, il manager che ha fatto diventare mondiale il Politecnico

Accordi internazionali, alleanze, capacità di intercettare fondi europei nei bandi dedicati a ricerca e innovazione sono le linee guida nella strategia del rettore del Politecnico di Milano, arrivato a metà mandato

di Luca Orlando


Universita':Qs; top Politecnico Milano, UniBo e Sapienza

3' di lettura

«Che ne dici, si può fare?». La riunione romana andava per le lunghe. Non proprio ore buttate ma insomma. Così, per ingannare il tempo, insieme al vicino di banco, il rettore dell’Humanitas Marco Montorsi, su un foglietto di carta progetta un nuovo corso congiunto, a metà strada tra medicina e ingegneria. Che a distanza di un anno da quel “summit” informale” è già realtà, con un boom di iscritti e progetti di nuova crescita. Un esempio, tra i tanti. Perché se a scorrere il curriculum infarcito di pubblicazioni scientifiche (sono più di 240), la prima impressione pare quella di un accademico a tempo pieno, Ferruccio Resta è in realtà lontano anni luce dalla figura del ricercatore “classico”.

La strategia
Più congeniale, per il rettore del Politecnico di Milano, è l’approccio manageriale. Un lavoro per obiettivi, concreti e misurabili, il cui denominatore comune è sempre e comunque il percorso in team.
Le partnership sono forse la cifra distintiva più netta del lavoro di Resta, ora arrivato al giro di boa di metà mandato.

Accordi tra università che rompono anche antiche diffidenze, come quello realizzato con la Bocconi per mettere a fattor comune i rispettivi eco-sistemi di start-up o per attivare un corso congiunto in cybersecurity. Oppure alleanze internazionali, che vedono il Politecnico aprire per la prima volta una propria sede oltreconfine in Cina, parte di un'intesa più ampia che ha portato a Milano la Tsinghua University, primo passo in vista dell’avvio di corsi comuni e dello sbarco nella sede distaccata della Bovisa di centinaia di docenti, studenti e manager di Pechino.

Alleanze e accordi del resto inevitabili («se le risorse pubbliche scarseggiano – spiega – in qualche modo ti devi pure arrangiare») se l'obiettivo è quello di tenere alta l'asticella della qualità della ricerca, risultato raggiunto portando a bordo decine di imprese, partner chiave non solo per finanziare i progetti ma anche e soprattutto per garantire un orientamento di mercato ai percorsi sviluppati in laboratori.

Altro campo d’azione rilevante è l’Europa, con l’ateneo in grado di accelerare nella capacità di intercettare fondi e bandi. Il primato nazionale è evidente nei numeri, con quasi 135 milioni raccolti nel solo programma Horizon 2020, dove il Politecnico di Milano ha “convinto” Bruxelles con oltre 300 progetti diversi. A cui si aggiungono risorse crescenti legate ai contratti siglati con le imprese, garantendo nel complesso un centinaio di milioni all'anno in termini di capacità di autofinanziamento per la ricerca.

Risultati che si affiancano all’attività formativa “standard”, che procede spingendo sistematicamente l’ateneo verso l’alto nelle classifiche internazionali, qualità del resto confermata dai tassi di occupazione degli studenti che escono da qui, al lavoro entro pochi mesi nel 94% dei casi, spesso presi d’assalto con numerose offerte ben prima di conseguire il titolo. Risultati che in parallelo spingono una massa crescente di giovani da tutto il mondo a venire qui, sfruttando anche la massa di corsi in lingua inglese che nelle magistrali del Politecnico è ormai più lo standard che l’eccezione.

Lo sviluppo
Bergamasco, classe 1968, ingegnere meccanico, Resta ha progressivamente ampliato lo spettro delle già vaste interazioni dell'ateneo, portandolo non solo nel mondo ma rendendolo anche un protagonista chiave dello sviluppo culturale e urbanistico del territorio. I progetti di espansione nel nuovo campus della Bovisa, così come lo sviluppo del nuovo campus targato Renzo Piano nella sede storica di Città Studi testimoniano la volontà di procedere nella direzione della crescita, creando in particolare una massa critica di attività che quasi per “gravità” possa avviare un percorso di attrazione virtuoso.

È accaduto ad esempio con Edison, che ha deciso di spostare dal Piemonte a Milano decine di ricercatori per realizzare il proprio hub di ricerca nella domotica. Proprio a fianco di Polihub, sede delle oltre 120 start-up incubate nella struttura innovativa del Politecnico.
«L’ecosistema? Eccolo», spiegava Resta qualche giorno fa indicando i nuovi laboratori di Edison tinteggiati di fresco.
Niente teoria, insomma. Soprattutto pratica.

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    Argomenti: Imprese, meccanica, innovazione, export, macchinari, Industria 4.0, robot

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