sbagliando si impara

Il manager del futuro dovrà eccellere in più discipline, un po’ come Leonardo...

Gli individui privi di ecletticità finiscono col castrare l’apertura mentale con l’interesse a difendere la propria posizione, mai a metterla in gioco

di Giulio Xhaët *


Ecco perché in cinque aree degli Usa c’è tutto il lavoro che vale

4' di lettura

Waqās Ahmed ha origini musulmane, ma è nato e cresciuto a Londra. Si è laureato in economia e relazioni internazionali per poi prendere un master in neuroscienze. È il direttore artistico e curatore della Collezione Khalili, una delle più rinomate al mondo. Corrispondente giornalistico, ha collaborato con l’Unesco, il Commonwealth e il Vaticano. Ha vissuto in diverse nazioni dell’Europa, dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia del sud.

Il suo primo libro, Polymath, è il compendio di cinque anni intrecciati tra assiduo lavoro, studio e viaggi. Come altri ricercatori, Ahmed è convinto che i migliori innovatori e i manager «a prova di futuro» abbiano una mentalità votata alla polimatia. Polymath proviene dal greco polymathes (“che ha imparato molto”) a sua volta derivante dalla fusione di polys (“tanto”) e (manthanein, “imparare”). Il polymath è colui che eccelle in più discipline e le sa unire per produrre cambiamenti in più campi.

Il più famoso e celebrato polymath di tutti tempi è stato Leonardo Da Vinci: un vero e proprio archetipo. Basti pensare che per «assemblare un Leonardo», oggi avremmo bisogno di 13 differenti specialisti! Secondo Ahmed ogni essere umano ha il potenziale per diventare polymath. E più che diventarlo, si dovrebbe tornare a esserlo: «Siamo tutti esseri intrinsecamente poliedrici e dimostriamo chiaramente questa disposizione durante l'infanzia».

Rimanerlo o meno durante l’età adulta è molto più importante di quanto si possa pensare: «Cresciamo con l’idea che dedicarsi in modo esclusivo a un aspetto frammentato della vita sia l’unico modo per perseguire l’identità, una carriera, o persino un sostentamento. Chi ci costringe? Genitori, istituzioni educative, datori di lavoro, governi e la società stessa, che si è evoluta per perpetuare l’iperspecializzazione nelle aree della vita».

Il mito degli specialisti come grandi innovatori si è diffusa anche grazie al fatto che la storia ha messo in luce la disciplina in cui grandi personaggi del passato sono divenuti famosi, non ricordandoci che queste persone eccellevano in più campi. Gli esempi sono innumerevoli. Per citarne giusto un paio: Copernico, il padre dell’astronomia moderna a cui dobbiamo la teoria eliocentrica, era anche un ecclesiastico, un economista, un pittore, un diplomatico, un fisico e un avvocato. Mentre Charles Dodgson (il vero nome di Lewis Carroll), oltre ad aver dato alle stampe Alice nel Paese delle Meraviglie, è stato matematico, fotografo e inventore.

Un tempo l’interdisciplinarietà era la norma, non l’eccezione.
Gli specialisti che decidevano di studiare e praticare un'unica disciplina per tutta la vita erano una minoranza. Le origini filosofiche della specializzazione sono relativamente recenti: i prodromi li ritroviamo negli scritti del francese Cartesio (che comunque, guarda caso, è stato filosofo, matematico e scienziato) il quale, percependo la vastità della conoscenza ingestibile nel suo insieme, introdusse una tendenza verso la specializzazione intellettuale.

Le sue idee vennero raccolte con entusiasmo dagli illuministi. In particolare, l’Encyclopedie di Denis Diderot e Jean Baptiste D’Alembert, uscita tra il 1751 e il 1756, mostrò come fosse possibile suddividere il sapere in settori separati tra loro, definendo perimetri tra le discipline. In parallelo, la prima rivoluzione industriale creò la necessità di professionisti specialisti in grado di produrre e far funzionare le prime macchine per il lavoro, come la macchina a vapore, l’invenzione dell’elettricità e dei prodotti chimici nella seconda rivoluzione industriale.

Nell’800 i tempi erano maturi per istituzionalizzare la specializzazione intellettuale: diverse discipline della conoscenza si trasformarono in dipartimenti accademici universitari. La fine del secolo vide Taylor lanciare l’organizzazione scientifica del lavoro e nascere la catena di montaggio di Ford, che raggiunsero un enorme successo all’inizio del ‘900.

Tornando ad Ahmed, lo stesso curriculum vitae «è stato progettato per individuare braccianti in grado di leggere al massimo i manuali di istruzioni e specializzarsi in un aspetto particolare della linea di produzione».

E così arriviamo a oggi, l’era dei big data digitali e degli algoritmi, che cercano di codificare qualsiasi informazione (comprese discipline, culture e le persone stesse) in scatole comprensibili dall’intelligenza artificiale. Eppure, come dichiara Anders Sandberg, ricercatore al Future of Humanity Institute di Oxford: «Le istituzioni educative devono smettere di formare le persone come ingranaggi di una macchina dell’era industriale, anche perché le macchine saranno molto più economiche. Dovrebbero formare le persone per affrontare lavori più complessi e poco definiti (…) I lavori che possono essere definiti con precisione sono minacciati dalle macchine. I lavori attualmente sicuri sono quelli difficili da definire».

La contaminazione di saperi, discipline e culture è una risorsa tangibile anche per la società odierna, che tende a polarizzare opinioni e spesso porta alla crescita dell’odio, in particolare sui social media: una discussione tra due polymath ha molte più probabilità di risultare fruttuosa rispetto che tra due iper-specialisti. Che si tratti di grandi dibattiti su scienza vs religione, attuali e contingenti come un attacco terroristico, o semplici beghe quotidiane, le persone faticano a venirsi incontro in quanto ogni contendente si basa sulla specializzazione nel proprio campo per accusare l’altro di non capire. Se privi di ecletticità finiamo col castrare l’apertura mentale, con l’unico interesse a difendere la propria posizione, mai a metterla in gioco. Per questo, abbiamo così tanto bisogno di riscoprire le nostre origini interdisciplinari. La contaminazione non è più una possibilità, è un’urgenza.

* Partner Newton Spa

Per approfondire:
Dal medico-ingegnere all'architetto del paesaggio: ecco la mappa delle lauree «interclasse»

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