IL GOVERNO AL LAVORO

Il Mef prova ad accelerare sul Dl ristori. Rottamazioni, rate rinviate di due mesi

Forse in settimana un Dl che usa in tutto o in parte 32 miliardi di maggior deficit.

di Marco Mobili e Gianni Trovati

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3' di lettura

Cartelle e ristori: il lavoro del nuovo ministro dell’Economia Daniele Franco riparte da dove si è interrotto quello di Roberto Gualtieri. E punta a tagliare i tempi dell’intervallo forzato dalla crisi di governo per portare in consiglio dei ministri alla fine della prossima settimana il primo decreto economico del governo Draghi.

A imporre le tappe forzate sono prima di tutto gli oltre 50 milioni fra cartelle e avvisi fiscali congelati fino al 28 febbraio dall’ultimo provvedimento del Conte-2. L’intervento chiamato a evitare una ripartenza troppo brusca della macchina della riscossione non è riuscito a imbarcarsi sul Milleproroghe oggetto di un tormentato esame lampo alla Camera, e chiede quindi di mettere mano al nuovo decreto. Su cui crescono anche le pressioni delle categorie colpite dalle chiusure per un riavvio dei ristori, fermi ormai da due mesi mentre le limitazioni alle attività economiche sono proseguite, e rischiano anzi di infittirsi con l’emergere sempre più chiaro del problema delle varianti Covid.

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In fatto di fisco, al Mef si era lavorato nelle scorse settimane a un’altra proroga (due mesi) della sospensione e a un pacchetto di regole per allungare i tempi delle notifiche e quindi anche i termini di prescrizione delle pretese erariali. Proprio quest’ultima parte sta prendendo sempre più piede in vista del nuovo provvedimento, nell’ipotesi di non rimettere mano a un congelamento generalizzato che in ogni caso prima o poi andrebbe abbandonato. Un nuovo rinvio, di almeno due mesi per allineare le scadenze al 30 aprile in cui è prevista (per ora) la fine dello stato di emergenza, dovrebbe però investire le cinque rate delle rottamazioni e le due del saldo e stralcio fermate dai decreti del 2020, e ora attese alla cassa il 1° marzo. Si tratta di 950 milioni che, senza un nuovo intervento, andrebbero pagati in soluzione unica dagli 1,2 milioni di contribuenti interessati per non decadere dalle definizioni agevolate. Un rinvio di due mesi dovrebbe poi abbracciare i pignoramenti sui conti correnti.

Sulle cartelle invece l’idea, anticipata nelle scorse settimane su queste colonne, è allora di permettere all’agenzia delle Entrate-Riscossione di dilazionare in due anni la notifica delle richieste fiscali che per quasi un anno sono rimaste nel limbo della sospensione avviata a marzo 2020 con il decreto 18. Con questa finestra temporale allargata, l’amministrazione finanziaria potrebbe evitare il diluvio di cartelle su un’economia ancora schiacciata dalla crisi, e avrebbe uno spazio di flessibilità per gestire in modo graduale la ripresa. Superando la rigidità dello stop uguale per tutti che chiede alla finanza pubblica di sopportare anche i mancati pagamenti da parte di chi non ha avuto perdite di reddito per la crisi.

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A questi tempi lunghi vanno però adeguate anche le regole sulla prescrizione, che si allungherebbero di due anni per mettere al sicuro i crediti erariali rallentati dalle norme anti-crisi; sulla scia di quanto già accaduto l’anno scorso, tra molte polemiche perché all’epoca l’allungamento della prescrizione arrivò insieme al primo mini-rinvio delle notifiche.

Nella preparazione del nuovo decreto continua anche il lavoro tecnico sul «magazzino di Equitalia», cioè sull’ampia quota dei mille miliardi di crediti erariali maturati negli ultimi 20 anni che sono ormai impossibili da riscuotere perché collegati a imprese ormai scomparse, fallite o trasformate o a contribuenti passati a miglior vita. La richiesta di pulire il magazzino è stata avanzata a più riprese dal direttore delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, perché quelle somme non sono più incassabili ma impongono comunque una gestione amministrativa che ingolfa gli uffici.

Il nuovo decreto potrebbe rappresentare l’occasione per un primo colpo di ramazza, che però ha un costo in termini di finanza pubblica perché passa dalla cancellazione delle entrate dal bilancio.

La questione si incrocia dunque con quella dei ristori, a cui le griglie preparate prima della crisi riservavano oltre 10 miliardi in un calcolo che comprendeva anche possibili cancellazioni delle tasse sospese l’anno scorso. Nel caso dei nuovi aiuti il tentativo di accelerazione verso il consiglio dei ministri in questa settimana, spinto anche dalle nuove misure che hanno colpito comparti importanti come quello del turismo invernale, deve superare una serie di ostacoli non banali. Perché l’istruttoria tecnica sul nuovo meccanismo era appena iniziata, guardando al modello francese per il turismo e a quello tedesco per fiere e congressi, basati su aiuti parametrati ai costi fissi sostenuti dalle imprese. Nella traduzione italiana, il calcolo sui costi fissi andrebbe pulito delle voci già coperte con altri aiuti, dalla Cig Covid al bonus affitti, ma anche in questo caso il vestito rischia di essere troppo stretto per molti e troppo largo per alcuni. In ogni caso, su tutto l’impianto tecnico vanno prima assunte le decisioni politiche che occuperanno nei prossimi giorni il rodaggio sul campo del nuovo governo.

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