Deloitte Art & Finance Report 2019

Il mercato dell’arte come piacerebbe alla finanza

Il gigantesco sesto Rapporto in collaborazione con ArtTactic offre spunti di riflessione sul futuro di questo settore di contrattazioni dal punto di vista di chi ne persegue la finanziarizzazione

di Giovanni Gasparini


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4' di lettura

La 12ª edizione della “Art & Finance Conference” promossa da Deloitte il 14 ottobre nel Principato di Monaco è stata centrata sulla presentazione del 6° Rapporto su arte e finanza promosso dalla mega società di consulenza legale e finanziaria in collaborazione con la società di studi sul mercato dell'arte ArtTactic, nota per impegnare le tecniche tipiche dell'analisi finanziaria e la consulenza a questo settore.

Riassumere oltre 250 pagine in poche righe è un'impresa, resa ancor più complicata dalla frammentarietà del Rapporto di Deloitte diviso in sei diverse sezioni largamente scollegate, e costellate da ben 48 interventi esterni aggiuntivi, talora chiaramente pensati per promuovere un prodotto, a volte contributi informativi e oggettivi.
Ogni commento non può pertanto che essere incompleto e selettivo, tuttavia tenteremo di analizzare il filo conduttore del Rapporto, la sua metodologia, e la sua rilevanza.

La metodologia
Per la sesta volta, l'indagine è effettuata richiedendo a tre diversi gruppi di ‘utenti' dell'arte, rispettivamente i gestori di ricchezza, i collezionisti, e gli operatori nel mercato, cosa ne pensano di una serie di problemi.
Come peraltro riconosciuto dagli stessi autori, il cambiamento significativo del campione attraverso gli anni rende estremamente problematici i confronti intertemporali.

Anche i numeri relativi al mercato vanno presi con la pinze: ad esempio, il valore totale degli asset in arte posseduti dai miliardari è stimato 1.712 miliardi di dollari, pari al 6% del totale dello stock di ricchezza, sulla base di un rapporto pubblicato da un agenzia immobiliare di lusso nel 2017, Knight Frank; lasciamo al lettore il giudizio circa l'affidabilità di un tale ragionamento...

Il filo conduttore
Il collante del rapporto in tutte le sue parti è la convinzione che il mercato dell'arte sia sottosviluppato in relazione alle sue potenzialità, e che la causa fondamentale di questo sia da ricercare nella poca trasparenza e mancanza di regolamentazione dello stesso.

Secondo gli autori il mercato dell'arte dovrebbe crescere di pari passo con la concentrazione di ricchezza a favore dei super-ricchi del pianeta; non è chiarito poi per quale ragione ciò debba accadere (e perché in termini lineari?). I gestori di patrimoni finanziari vedono nell'asimmetria informativa e nell'assenza di regolamentazioni specifiche simili a quelle del mercato finanziario due ostacoli importanti che non permettono loro di avvicinarsi al settore.

Anche il carattere non uniforme delle opere d'arte male si adatta alle necessità di standardizzazione tipiche dei prodotti finanziari, creando agli operatori significativi ostacoli e difficoltà a valutare gli assetti, minando alla radice l'espansione del mercato di prestiti con arte come collaterale (Art Lending). Come ovviare a questo problema? Il rapporto individua due strade: lo sviluppo di tecnologie per l'arte e l'estensione delle regole cui devono sottostare gli operatori finanziari anche al mercato dell'arte.

Il ruolo dell'IT
Il rapporto esprime con forza il proprio supporto per lo sviluppo di servizi tecnologici destinati a superare queste difficoltà, nella convinzione che l'iniezione di dosi massicce di IT nel tradizionale mercato dell'arte finiscano per scardinarlo, permettendo finalmente di abbassare o annullare le barriere all'ingresso che favoriscono i business esistenti, in alcuni casi da secoli.

La convinzione è che la tecnologia porterà ad un mercato più regolamentato e trasparente; peccato che sinora vi siano ampie prove dell'opposto, per esempio nel mercato online, decisamente meno trasparente e verificabile di quello delle aste tradizionali, come ci ricordano i casi di Auctionata e Paddle8 .

Il pensiero acritico a favore della tecnologia domina il rapporto, anche se si possono leggere affermazioni condivisibili come “la maggior parte delle startups ArtTech…creano soluzioni che non sono necessarie per il mercato dell'arte”: una verità non facile da digerire per gli investitori che hanno bruciato 600 milioni di dollari nel periodo 2000-2018 alla ricerca della elusiva “killer app”; avrebbero forse fatto meglio a farsi aiutare da qualche buon art advisor e comperare dell'arte decente…

Nuove Regole
Nonostante le sue limitazioni e il suo indirizzo ideologico, il rapporto offre un'interessante visione di indirizzo per gli operatori finanziari interessati al settore dell'arte. I risultati delle indagini con gli operatori mettono in chiaro che il tempo per i fondi d'investimento in arte è finito e vi è poco appetito per forme d'investimento diretto, mentre cresce la richiesta di servizi per la gestione delle successioni ereditarie e per l'uso dell'arte a fini filantropici e sociali.
Ma fra operatori finanziari e utenti ed intermediari del mercato dell'arte vi è una importante divergenza per quanto riguarda gli aspetti di regolamentazione: la stragrande maggioranza di questi ultimi crede in un mercato auto-regolato, mentre i primi sono sempre più convinti della necessità di avere un regolatore esterno.

Grande fiducia ed attesa è riposta nelle due direttive anti-riciclaggio imposte dall'Unione Europea ed estese a partire dal 2020 e 2022 anche all'arte: si ritiene infatti che gli obblighi di trasparenza imposti possano finalmente permettere agli operatori finanziari di ridurre lo svantaggio informativo attuale nei confronti dei business dell'arte tradizionali.
Bisognerà attendere il prossimo rapporto fra un paio d'anni per vederne gli esiti.

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