mercati globali

Il mercato guarda al Qe del 2018

di Maximilian Cellino

Mario Draghi (Afp)

3' di lettura

Col senno di poi, il Consiglio Bce e la successiva conferenza stampa di Mario Draghi potrebbero esser derubricate come un “non-evento” dai mercati. Certo, le oscillazioni a certe risposte fornite dal presidente dell’istituto centrale ai giornalisti desiderosi di capire se il balzo recente dell’inflazione potesse condizionare la politica monetaria non sono mancate, soprattutto sull’euro. Nel complesso però le posizioni sono tornate molto vicine a quelle della mattinata, quando la Bce doveva ancora entrare in scena, complice anche la crescente attesa che si è creata sull’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, in programma oggi.

Ragionando tuttavia con un’ottica di più lungo termine, e soppesando le risposte fornite da Draghi e la sua «difesa» delle decisioni ultra-espansive adottate finora dall’Eurotower, si ha l’impressione che il mercato sia uscito dalla conferenza stampa di oggi non solo con la convinzione che il piano di riacquisti potrà continuare come previsto fino al termine del 2017 (al ritmo di 80 miliardi di euro al mese fino a marzo, poi 60 miliardi), ma anche che il quantitative easing possa protrarsi ulteriormente il prossimo anno, se pur con importi progressivamente ridotti.

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Ad analisti e investitori non è infatti sfuggito il reiterato invito alla «pazienza» rivolto da Draghi a quanti chiederebbero già un passo indietro della politica Bce, né il richiamo alle quattro condizioni che si devono verificare prima di procedere a una sua normalizzazione: un’inflazione che aumenti nel medio termine, in modo durevole, sostenibile senza il supporto dello stimolo monetario e diffusa in tutta l’Eurozona. «Si tratta di eventi che appaiono molto distanti nel tempo, soprattutto perché il recupero dei prezzi deve molto alla politica monetaria espansiva», sottolinea Jennifer McKeown, capo economista europeo di Capital Economics, che proprio per questo motivo si attende «che i riacquisti di asset proseguano anche nel 2018».

La sua è tutt’altro che una visione isolata: secondo Frederik Ducrozet di Pictet Wm «la Bce resisterà alle pressioni nella prima parte dell’anno per annunciare poi a settembre un’estensione del suo programma anche se a un ritmo ridotto», mentre Philippe Gudin e Antonio Garcia Pascual di Barclays Research si spingono addirittura a pronosticare che gli acquisti «proseguiranno a un ritmo di 35-40 miliardi mensili nella prima metà del 2018 e di 15-20 miliardi nella seconda parte dell’anno». Di rialzi dei tassi, come richiede a gran voce la stampa tedesca, neanche a parlarne «almeno fino alla seconda metà del 2019», aggiunge Ducrozet.

Se sul medio periodo tutti appaiono abbastanza convinti, nell’immediato occorrerà mettere in conto una certa volatilità, anche perché con il molto probabile superamento della soglia del 2% da parte dell’inflazione tedesca nei prossimi mesi (e in un anno di elezioni) aumenteranno anche le pressioni a cui saranno sottoposti i membri del Board Eurotower. Ed è forse proprio per questo motivo (oltre che per le notizie giunte da Oltreoceano e l’attesa per Trump) che ieri i mercati hanno poi in parte smorzato la reazione iniziale, che aveva portato l’euro di nuovo sotto la soglia di 1,06 dollari e dato sostegno momentaneo alle azioni.

Riguardo ai movimenti sul mercato valutario, c’è chi come Capital Economics vede il cambio euro/dollaro addirittura sotto la parità, giù fino a 0,95, entro fine anno proprio per il contrasto fra l’atteggiamento espansivo della Bce e quello invece restrittivo della Federal Reserve (che secondo la società di analisi indipendente britannica potrebbe addirittura aumentare ben 4 volte i tassi nel corso del 2017). C’è però da soppesare anche un possibile «effetto Trump» di ritorno, visto che non più di qualche giorno fa il Presidente Usa ha definito in uno dei suoi ormai abituali tweet il dollaro «troppo forte». A una domanda precisa sulla questione, Draghi ieri si è limitato a ribadire il suo sostegno all’impegno preso all’interno del G7 di lasciar fluttuare liberamente i cambi, suggerendo così in modo indiretto che non si impegnerà in una guerra delle valute.

In Borsa, come si diceva in precedenza, la spinta si è affievolita sul finale complice anche una debole Wall Street. Così, se Francoforte(-0,02%) e Madrid (-0,08%) sono rimaste al palo, Parigi ha ceduto lo 0,25%, mentre Piazza Affari è stata l’unica capace di salire (+0,69% il Ftse Mib) grazie alle banche (Ubi e Bper soprattutto) e al rimbalzo di Fca (+4,8%). Sull’obbligazionario, infine, è stata una nuova giornata di vendite, con il tasso del BTp decennale di nuovo a un solo centesimo dal 2 per cento. La pressione è stata però diffusa, come dimostra lo spread col Bund fermo a 161 punti, e ha avuto poco a che vedere con il tema Bce: per gli analisti si tratta piuttosto di un movimento globale originato dal balzo dei rendimenti Usa, tornati al 2,48% sulla scadenza dieci anni.

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