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Il mercato musicale si consolida e vale quasi 16 miliardi

di Andrea Biondi


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3' di lettura

Un trend (in crescita), un vincitore (lo streaming) e un colpevole (il value gap che per i discografici ha contorni precisi: Youtube). Il Global Music Report 2017 diffuso da Ifpi, la federazione internazionale dell’industria discografica, fotografa un anno che per l’industria musicale è da ricordare. È il secondo di crescita, con business salito del 5,9% a 15,7 miliardi di dollari, ed è il miglior risultato da quando l’Ifpi tiene il monitoraggio del mercato (1997). Attenzione però, perché questo secondo anno di crescita arriva dopo 15 anni consecutivi di calo. Frances Moore, chief executive di Ifpi, non a caso ha commentato: «La crescita di questa industria, segue anni di investimenti ed innovazione per le case discografiche, impegnate nello sforzo di creare un mercato musicale digitale dinamico e robusto».

Il settore è cresciuto più che nel 2015 (+3,2%), spinto dallo streaming (4,6 miliardi di dollari i ricavi del segmento), locomotiva in costante accelerazione: +36,2% nel 2014; +47,3% nel 2015 e +60,4% lo scorso anno. In questo modo i ricavi da digitale hanno raggiunto il 50% del totale a livello mondiale, in una media che vede Usa (70%), Australia (64%) e Canada (63%) fra i battistrada. L’Italia (34%) è ancora nella parte bassa della forchetta, attestandosi come nono Paese in una classifica mondiale per business complessivo dell’industria musicale. «Il 2016 – spiega Enzo Mazza, presidente Fimi, associazione che rappresenta le major musicali attive sul mercato italiano – è stato un anno interlocutorio, con una sostanziale stabilità, seppure con il segno più davanti (+0,4%, ndr.), streaming in continua corsa, cd e download che calano e vinile che sale». La crescita dello streaming, conferma Mazza, vede un’Italia che «segue il trend globale dello streaming anche se il cronico ritardo del Paese nella penetrazione delle tecnologie si sente». Per questo motivo «gli investimenti dei player mondiali, tipo Spotify, in Italia sono sotto la media europea», aggiunge Mazza puntando poi l’indice anche contro scelte come quella fatta da Tim: «Timusic pesa alemno il 20% sul mercato digitale. Non capiamo l’incomprensibile decisione di aver separato l’offerta musicale dall’offerta bundle nel contratto mobile».

Tornando al quadro mondiale, i ricavi digitali sono cresciuti del 17,7%, con un mercato del fisico in flessione del 7,6% e ricavi da download (2,36 miliardi) in caduta del 20,5 per cento. Lo streaming, come detto, l’ha fatta invece da padrone, raggiungendo 112 milioni di abbonati in tutto il mondo a servizi come Spotify, Apple Music, Tidal o a servizi più localizzati come Tencent in Cina. Proprio quest’ultimo Paese è in fondo diventato un caso da studiare: dal boom delle copie piratate alla crescita di servizi di streaming musicale a pagamento (in Cina, per intendersi, lo streaming vale l’81% del mercato, seguita dalla Svezia con il 68,7%. Per l’Italia la percentuale è al 26,8%).

In questo quadro per l’Ifpi il futuro del mercato dipende fortemente dalla risoluzione del “Value Gap”: il distacco tra il valore generato per i colossi web e il ritorno per i creatori di contenuti. Youtube finisce così sul banco degli imputati con Ifpi che parla di 1 dollaro per utente versato da Youtube nel 2015 alle case discografiche contro i 20 dollari per utente di Spotify. «La comunità musicale – ha dichiarato Moore – sta unendo i propri sforzi per sostenere una modifica legislativa atta a correggere il value gap e noi ci appelliamo ai legislatori affinché ciò avvenga».

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