Interventi

Il Mes all'italiana, una questione di equilibrio politico

Da meccanismo di stabilità finanziaria dell'euro a strumento di stabilità politica in Italia

di Ezio Perillo

(ANSA)

9' di lettura

Spiegare ai cittadini comuni, come pure ai parlamentari da loro eletti, cosa diavolo significhino esattamente talune astruse formule giuridiche dell'Europa è spesso impresa molto difficile. La difficoltà tuttavia non nasce dalla perfidia lessicale dei tecnocrati di Bruxelles che si divertirebbero a rendere i concetti contenuti negli atti legislativi dell'Unione, anche quelli semplici, il più possibile incomprensibili. Detta opacità redazionale nasce invece, quasi sempre, dai difficili compromessi politici da raggiungere, dove ogni singola parola può invero pesare come un macigno. Il MES è attualmente uno dei migliori esempi al riguardo.
Basti pensare, come aneddoto, che nella prima fase di scrittura del testo istitutivo di detto meccanismo, i redattori proposero il classico titolo di “Accordo internazionale”, ché tale era infatti la sua natura giuridica. Alla vigilia della firma, su proposta di taluni importanti governi firmatari, questo titolo fu invece sostituito con quello di “Trattato”, nel malcelato intento di far credere all'opinione pubblica che si trattasse ancora di uno dei diversi “Trattati” dell'Unione europea. Tuttavia, pur con questo altisonante titolo, il MES resta comunque un puro accordo internazionale, cioè totalmente estraneo all'ordinamento istituzionale dell'Unione europea.

Sergio Fabbrini ha di recente cercato, sulle pagine di questo giornale, di spiegare i tratti essenziali del MES, attraverso un breve inquadramento storico-economico di detto organismo: che si tratta cioè di uno strumento di diritto internazionale, il cui processo decisionale (la concessione, in buona sostanza, di prestiti per far fronte a un grave debito sovrano) si trova esclusivamente nelle mani dei governi degli Stati che ne fanno parte. Per cogliere comunque poi, opportunamente, il profilo innovatore della riforma, quello cioè di un sostegno finanziario alle banche in difficoltà. Oggi in Italia, esistono, di fatto, quattro sfumature di MES, tutte rigorosamente di grigio, vista la opacità redazionale dell'originario trattato istitutivo. Abbiamo il MES ordinario (in Italia più noto come “Fondo Salva-Stati”), il MES della riforma, il MES dello “stigma”, ritenuto dai più esperti “inadeguato” agli attuali bisogni finanziari dell'Italia, e poi il MES sanitario.

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Il MES ordinario è quello che fu creato nel 2012, per soccorrere quegli Stati della zona euro che avevano accumulato un elevato debito sovrano ma che avevano scarse capacità economiche per farvi fronte, rischiando pertanto un default finanziario e mettendo così a repentaglio la stabilità della moneta unica. Di questo MES (il cui capitale complessivo ammonta a ben 704 miliardi di euro), l'Italia è stato, come si sa, uno dei paesi fondatori e, dopo Germania e Francia, è lo Stato che ha sottoscritto la quota di capitale più elevata, pari cioè a 125 miliardi di euro (contro i 190 della Germania e i 142 della Francia), e di cui ha poi versato effettivamente nelle casse del MES poco più di 14 miliardi in contanti. Si tratta ovviamente di soldi del contribuente nazionale.Di questo tesoretto di 704 miliardi di euro a sostegno del debito sovrano, l'Italia non ha fino ad ora mai fatto uso.

E bene ha fatto. Utilizzare i fondi del MES Salva-Stati significava infatti ammettere (e così significa ancora oggi) che l'economia italiana di quel momento non era in grado di onorare, nei termini concordati con i diversi enti creditori, le scadenze debitorie nazionali. E ciò, con tutte le immaginabili, connesse ricadute sul piano internazionale, del rating, dello spread e, più in generale, della credibilità finanziaria nazionale. Detto altrimenti: lo stigma.Il MES della riforma, il secondo dei nostri quattro, si distacca in parte da quello originario Salva-Stati, al quale andrebbe comunque ad aggiungersi, in quanto non è figlio dell'instabilità della moneta unica dovuta al debito sovrano di questo o quello Stato della zona euro, ma è figlio dell'attuale, gravissima recessione economica dell'insieme dell'Unione europea. Una recessione che non è ovviamente dovuta alla pandemia del Covid-19, questo flagello costituendone semmai un fattore di aggravamento, vista soprattutto la sua lunga durata. In buona sintesi, alla sua funzione originaria di Fondo a sostegno del debito sovrano, il MES della riforma aggiunge, a questo obiettivo iniziale, anche quello di meccanismo finanziario a sostegno del debito bancario, il cosiddetto backstop. Insomma, da Fondo Salva-Stati, il MES diventerebbe anche un Fondo Salva-Banche, solo di quelle, beninteso, in sofferenza a causa dei c.d. crediti deteriorati di cui dispongono e nelle quali ci sono (o c'erano, prima di essersi volatilizzati) anche i risparmi di molte persone e imprese.

Votare la riforma di questo MES Salva-Banche è dunque cosa buona, anche se a mio avviso resta innegabile che la comunitarizzazione di questo fondo intergovernativo (nel senso cioè di affidarlo interamente alla responsabilità delle competenti istituzioni dell'Unione, come già proposto dal Parlamento europeo e ancora più di recente, nel 2017, dalla stessa Commissione) sarebbe stata una modifica altamente auspicabile. Ma, come detto all'inizio, i compromessi vengono spesso fatti un passo alla volta. Ed è questo il caso del MES della riforma. Il voto del 9 dicembre alle Camere non sarà peraltro quello definitivo. Invero, se detto testo sarà approvato dagli Stati firmatari a margine del Consiglio Europeo di fine settimana, esso dovrà essere successivamente sottoposto, ancora una volta, al parlamento italiano per la necessaria ratifica, ratifica cui saranno ovviamente chiamati anche gli altri Stati interessati.Viene poi il terzo dei nostri MES, quello dello “stigma”. Va precisato, anzitutto, che lo stigma di cui si tratta è solo quello relativo al Fondo Salva Stati, posto che il MES bancario o il MES sanitario, di cui dirò tra breve, non possono incidere alcun marchio debitorio indelebile sulla pelle della reputazione internazionale dello Stato che ne chiedesse l'utilizzazione.

Infatti, un tale segno negativo può generarsi solo quando lo Stato in debito sovrano chiede prestiti al MES Salva Stati, ammettendo così, manifestamente, di non avere in quel momento un'economia in grado di farvi fronte. Ora, a seguito della sospensione, nel marzo 2020. del Patto europeo di stabilità, sospensione che non obbliga più gli Stati della zona euro a limitare il loro debito nazionale per evitare appunto l'indebolimento della moneta unica, detto stigma non ha più ragion d'essere, dato che nessun Stato della zona euro, potendo autonomamente adottare politiche finanziarie più espansive, ha attualmente interesse a rivolgersi al MES, che è infatti da tempo, per così dire, a riposo. Lo “stigma”, quale spiegazione decisiva per non votare il MES della riforma, quello cioè del dispositivo di sostegno bancario (backstop), è quindi un argomento infondato.Il MES sanitario è infine quello che, senza introdurre alcuna modifica all'attuale testo del Trattato MES (e ciò anche grazie ad un benevolo parere del Servizio giuridico del Consiglio in tal senso), permette di ottenere dei prestiti che siano però esclusivamente destinati a far fronte ai costi diretti o indiretti provocati dalla pandemia del Covid-19.

Ebbene, per questa semplice ragione, il chiedere a questo MES dei prestiti anti-pandemia non crea stigma, dato che quei soldi (per quanto non siano degli aiuti a fondo perduto e vadano pertanto prima o poi restituiti) non mettono in nessun modo in discussione le capacità economiche dello Stato richiedente. In tale prospettiva, non avrebbe quindi molto senso che l'Italia, dovendo utilizzare al meglio le sue attuali risorse finanziarie, lasciasse totalmente inutilizzati i 14 miliardi di euro già versati nelle casse del MES ordinario. Ma, si obietta ancora da diverse parti, anche ammettendo che lo sportello creditizio del MES sanitario sia più conveniente di ogni altra fonte di finanziamento presente sul mercato creditizio e sia anche accessibile senza altra condizionalità di sorta, come mai fino ad oggi nessun Stato colpito dalla pandemia vi ha fatto ricorso? Ora, una possibile spiegazione al riguardo potrebbe trovarsi nel fatto che gli Stati della zona euro preferiscono probabilmente incassare anzitutto i fondi del Recovery Plan, ben più consistenti e indispensabili all'intera economia nazionale, e solo dopo, se del caso, chiedere i prestiti del MES sanitario.

L'Italia, quindi, con il suo importante ruolo internazionale e con il sostegno politico di Francia e Germania, meno colpite di noi dal Covid-19, potrebbe fungere da apripista di questa nuova e, prontamente disponibile, funzione creditizia del MES sanitario.Ciò detto, dopo aver brevemente accennato alle quattro sfumature cromatiche di questo camaleontico MES, si deve osservare che in Italia, e solo in questo paese, gira da alcuni mesi negli ambienti politici e parlamentari una quinta versione del MES, di cui peraltro si parla molto di più delle altre prime quattro forse perché troppo tecniche e poco comprensibili, che è quella del “MES all'italiana”. Una versione cioè in cui il MES, qualunque sia la sua sfumatura di grigio, servirebbe essenzialmente come pretesto per verificare finalmente, nelle aule parlamentari, la tenuta e/o la compattezza dell'attuale compagine di governo. Una verifica da farsi a fronte di diverse circostanze politiche, da quella di un possibile rimpasto, ad esempio, a quella del dietro-front di taluni gruppi politici sul voto di sostegno al MES della riforma, a quella di un Movimento cinque stelle che si dice sia in via di trasformazione filo-europea, a quella del rischio del voto incontrollato di famigerati franchi-tiratori, a quella infine della cabina di regia del Recovery Plan, anche se l'istituzione eventuale di detta istanza non ha niente a che vedere con il voto positivo sul MES della riforma.

Ebbene, qualunque possa essere il vero obiettivo che si nasconde dietro queste diverse strategie politiche, il punto fondamentale è che l'Italia di oggi, in piena recessione economica e in piena pandemia, non può permettersi il lusso, anche avvalendosi di un legittimo diritto di veto nei confronti del MES della riforma, di isolarsi politicamente dall'Unione europea (come invece stanno rischiando seriamente di fare Polonia e Ungheria), in una fase peraltro contestuale di delicata definizione dei tempi e dei modi di attuazione del Recovery Plan. Insomma, un'Italia lontana dalle decisioni economiche dell'Unione è un'Italia che rischia di essere messa fuori della stanza dei bottoni, dove siedono stabilmente Francia e Germania, e di afflosciarsi economicamente su sè stessa.Al Consiglio europeo di questo fine settimana, forse l'ultimo sotto l'attuale presidenza tedesca dell'Unione, c'è da aspettarsi quindi che la Cancelliera Merkel sarà poco incline a larghe concessioni e ancor meno ad insuccessi politici. Invero, l'Europa unionista non può fermarsi a causa dell'opposizione, fino ad oggi quanto mai intransigente, che Polonia e Ungheria frappongono all'approvazione del Recovery Fund.

La clausola del pieno rispetto dello Stato di diritto, inserita nel Recovery Plan come condizione essenziale per poter ottenere i fondi corrispondenti, è infatti una clausola assolutamente non negoziabile. Nell'attuale Unione europea post-Lisbona, il rispetto di tale valore fondamentale, come pure di quelli della dignità umana, della libertà, della democrazia e dell'uguaglianza di cui all'articolo 2 TUE, è, in forza di quanto espressamente previsto dall'articolo 49 TUE, la condizione imperativa per poter diventare e restare poi membro di tale organizzazione. Comunque sia, il Consiglio europeo adotta le sue decisioni per consenso e non all'unanimità (art.15 TUE). Se questi due Stati dovessero quindi mantenere la loro posizione contraria, non è escluso che la Cancelliera decida allora d'invitare tutti gli altri Stati a tirare dritto e di votare questo decisivo piano economico per consenso, lasciando poi a Polonia e Ungheria la scelta, se lo ritengono opportuno, di impugnare tale decisione davanti alla Corte, beninteso quella di Giustizia dell'Unione europea di Lussemburgo e non davanti alle loro rispettive Corti costituzionali. Sarebbe certamente uno strappo alle tradizionali regole delle decisioni diplomatiche intergovernative.

Ma uno strappo inevitabile, se si vuole continuare ad andare avanti sulla strada (già intrapresa, in particolare, nel 2012, con il Patto di stabilità) della necessaria crescita di responsabilità delle istituzioni dell'Unione nella gestione di uno stretto coordinamento, a livello europeo, delle politiche economiche nazionali. Sarebbe certo solo il primo passo di una procedura decisionale complessa, posto che nel corso di detta procedura sul Recovery Fund un voto all'unanimità potrebbe intervenire per approvare il Quadro finanziario pluriannuale, strettamente legato al Recovery. Un passo comunque importante, decisivo per mettere ciascun Capo di Stato o di governo non solo davanti alle proprie responsabilità politiche, quelle europee e quelle nazionali, ma anche davanti alle televisioni di tutti i cittadini europei.Uno scenario diverso dovrebbe invece configurarsi nel caso di un eventuale veto parlamentare italiano al MES della riforma, la cui approvazione richiede infatti l'unanimità intergovernativa. Certo, il MES del Salva-Banche non è collegato all'approvazione del Recovery Plan, ma è comunque un aspetto importante di questo innovativo Next Generation EU.

In questa prospettiva, il MES all'italiana deve essere quindi visto come uno strumento di stabilità politica dell'Italia in seno ad un'Unione impegnata nella lotta contro la recessione economica, e non come il grimaldello per aprire il paese verso un'instabilità governativa.Se Vittorio de Sica tornasse oggi tra noi, non girerebbe forse più “matrimonio all'italiana” bensì, con lo stesso realismo ed ironia, “Il MES all'italiana”: per far vedere che nell'Italia economica di questo orribile 2020, i valori della condivisione europea sono indispensabili per assicurare la crescita del paese, posto che la sola effettiva sovranità economica di cui dispone oggi ciascuno degli Stati della zona euro è quella appunto affidata, in comune, alle istituzioni dell'Unione europea.

*Ex giudice della Corte Europea di Giustizia

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