Societa

Il messaggio di Davos: la fiducia asset cruciale dell’era digitale

di Fabio Benasso


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(Reuters)

3' di lettura

«Trust», fiducia. Nell’economia digitale, nel mondo globalizzato e interconnesso attuale, è un fattore critico di competitività e non un elemento marginale. E non a caso è stato uno dei principali temi di discussione anche al recente World economic forum (Wef) di Davos. Perché parliamo di trust? Perché il processo di cambiamento in atto riflette una trasformazione trasversale a tutte le industrie, a tutte le applicazioni della tecnologia e a tutte le classi di utenza. Perché a essere mutato è l’intero contesto, oggi caratterizzato dalla pervasività dei social network, dall’accesso massivo alle informazioni, dalle nuove abitudini di consumo, dalla diffusione di piattaforme ed ecosistemi che regolano le relazioni e gli interscambi fra le aziende.

Siamo all’inizio di un ciclo in cui le modalità di fare business e di comunicare richiedono maggiore collaborazione. La fiducia reciproca fra tutti gli stakeholder coinvolti – aziende, dipendenti, clienti, fornitori, consumatori, analisti, azionisti, investitori – è fondamentale per creare le condizioni necessarie alla sostenibilità socioeconomica del sistema ed è un fattore direttamente collegato al valore di un’azienda, con i suoi ricavi e la sua profittabilità, sia nell’immediato che in termini prospettici.

Il trust è la nuova moneta di scambio per favorire le interazioni fra i vari soggetti e stimolare gli investimenti. È uno snodo vitale verso l’innovazione e la distribuzione di prosperità, perché influenza positivamente la curva di crescita futura. È un asset strategico e come tale va gestito, in quanto sta alla base di un processo di trasformazione e di rinnovamento permanente a cui le imprese sono chiamate per essere più forti e sostenibili. In esso convergono aspetti più legati al core business, come la trasparenza verso gli investitori, e altri di responsabilità sociale e di attenzione ai valori etici, fermo restando che la tecnologia ne rimane il fattore abilitante.

Preservare e valorizzare il trust, instaurando meccanismi di fiducia reciproca fra tutti gli stakeholder, è una responsabilità comune: se questo elemento è danneggiato e inadeguato, il potenziale di sviluppo dell’intero sistema ne risulta limitato, con impatti che ricadono su tutti i soggetti. Pensiamo per esempio all’entità dei danni legati alla trasparenza nell’utilizzo dei dati: secondo una nostra recente ricerca, il cybercrime potrebbe costare su scala globale alle aziende fino a 5.200 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. E per quattro Chief executive officer su cinque il progresso dell’economia digitale sarà seriamente compromesso se non ci sarà un sostanziale miglioramento della sicurezza su internet. Rendere più affidabile il contesto in cui si opera è quindi una sfida da condividere e si declina su tre livelli: quello tecnologico, quello dell’organizzazione e quello della sicurezza delle infrastrutture che guidano l’economia digitale.

Quando parliamo di trust non ci riferiamo più a una pratica aziendale di tipo soft bensì a un parametro misurabile che incide sul risultato economico e sulla crescita in termini di agilità competitiva. Mettere al centro delle strategie la fiducia dei dipendenti e dei consumatori, definendo un piano concreto per mantenerla, è dunque un passaggio obbligato per quelle imprese che vogliono vincere la sfida della trasformazione. Da dove si parte? Misurando il livello di fiducia raggiunta al proprio interno rispetto alle peculiarità del proprio processo di cambiamento. Ogni organizzazione ha un suo “viaggio” da compiere e deve definire uno specifico set di azioni finalizzate al raggiungimento dell’obiettivo di essere “digital”: cambiare pelle, lavorare sulle competenze delle persone, governare i dati, massimizzare i vantaggi delle nuove tecnologie, fare innovazione aperta.

Il basso indice di fiducia attribuito al nostro Paese, se comparato agli altri principali mercati europei, trova opposizione in alcune legacy di valore che, pur scontando condizioni non ideali in fatto di regole e trasparenza, hanno evidenti incidenze positive su elementi quali competenze e imprenditorialità. Quando le imprese agiscono in modo virtuoso, l’effetto che si genera è una riduzione della volatilità e dell’incertezza, proprio perché la fiducia è sinonimo di beneficio economico e sistemico nel processo di trasformazione. Nessuna azienda, oggi, considera in modo strutturato la componente trust come il nuovo baricentro del proprio percorso di crescita. Ma è esattamente questa la priorità su cui concentrarsi: senza la fiducia si riducono le potenzialità di sviluppo e le opportunità da cogliere, l’apertura all’esterno e la possibilità di scalare, la velocità di evoluzione e l’attrattività verso i talenti. L’Italia non può fallire la sfida dell’innovazione, perché la posta in gioco è altissima, ma per raggiungere questo obiettivo è necessario che sia il settore pubblico sia quello privato vedano nella fiducia un elemento portante per assicurare competitività all’intero sistema.
Presidente e ad di Accenture Italia

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