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Il Mezzogiorno e la metamorfosi dei territori

di Aldo Bonomi

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(Adobe Stock)

3' di lettura

La metamorfosi a Sud evoca spesso scenari drammatici più che speranze. Ma la discontinuità vista da Sud rimanda anche al mutamento del rapporto tra identità produttive, che si ridefiniscono a partire dalla civiltà materiale di braudeliana memoria, e fenomeni che stanno sulla punta del capitalismo della conoscenza a base urbana. Partendo, ad esempio, dal quartiere di San Giovanni a Teduccio a Napoli, dove aveva sede la mitica Cirio oggi rimpiazzata dall’Apple Academy e dal Campus della Federico II. Un salto fatto di stratificazioni urbane e dislocazioni produttive, che hanno spostato il nucleo industriale verticalizzato della filiera del pomodoro nell’Agro Nocerino-Sarnese, tra Nocera, Angri e Scafati.

I processi territoriali evidenziano come la metamorfosi non vada nella sola direzione dell’entropia, ma pongano al centro sfide tutt’altro che marginali per il destino dell’economia italiana nel mondo. Se ragioniamo di filiere agroalimentari, dove convivono massimo di innovazione tecnologica di processo e tracciabilità digitale (etichetta narrante) e massimo di mediocrità nel persistere di condizioni da servitù della gleba tra i produttori (ieri 400 braccianti hanno manifestato a Foggia), le piattaforme produttive del Sud rappresentano lo snodo critico in cui si gioca l’intreccio tra le tre dimensioni strategiche della ragnatela del valore del made in Italy agroalimentare: sostenibilità economica, sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale. Se consideriamo ciò che accade nell’Agro Nocerino-Sarnese, che con la Capitanata forma una delle principali piattaforme mondiali del pomodoro in cui l’autostrada Na-Ba è arteria di una catena di montaggio a cielo aperto agro a Est-industriale a Ovest, vediamo come gli attori locali, a partire da quelli legati alla filiera (produttori agricoli, trasformatori industriali, Gdo), comprendono sempre più come il valore distintivo incorporato nel prodotto ha molto a che fare con la tenuta economica della filiera (non solo della propria impresa dunque), con l’impatto ambientale delle attività produttive, con le condizioni di lavoro al campo, in fabbrica e nella distribuzione.

La reputazione del brand si gioca sulla capacità della filiera di generare equità nella distribuzione dei profitti, qualità dei beni pubblici come l’ambiente e la salute, condizioni di lavoro dignitose. Perciò fiumi rossi (il Sarno inquinato), terre dei fuochi e caporalato non rimandano “solo” a questioni etiche, ma erodono beni intangibili fondamentali per competere nel mondo, laddove si ritenga che il made in Italy non sia solo un’etichetta ma la promozione di un certo modo di vivere, di lavorare e di consumare.

Questa direzione dello sviluppo, che coniuga green economy e green society, anche grazie all’opera di nuove gilde di matrice cooperativa come Finagricola o Nco (Nuova cooperazione organizzata), apre, per restare nella piattaforma produttiva basata sull’asse Salerno-Foggia, che vale la Via Emilia per volumi e per patrimonio di saperi legati alla trasformazione dell’“oro rosso”, una serie di piste di lavoro convergenti che fanno dell’area vasta che dal Vesuvio scende al Parco del Cilento, un laboratorio della metamorfosi del Mezzogiorno. Un laboratorio abitato da oltre un milione di abitanti nel quale, come evidenziato da recenti studi dell’Università di Salerno e dalla testata Salerno Economy, si ricompone in avanti l’antica frattura di Manlio Rossi Doria tra aree interne dell’osso, quelle dell’agroalimentare dei ritornanti intrecciate ai nuovi comportamenti di consumo, e aree della polpa, quelle del pomodoro e delle nuove specializzazioni agricole, tra aree a vocazione turistica globale come la Golden Coast Amalfitana e la Città dell’Agro Nocerino-Sarnese, sino alle sperimentazioni di intreccio tra agricoltura, turismi e qualità della vita nella Piana del Sele e nel Cilento. Infine la Grande Salerno, con le sue funzioni logistiche (il porto movimenta 280mila container) e terziarie, con il compito di dare impulso alla dinamica “città ricca-campagna florida” e provando a fare della piattaforma Salerno-Foggia un laboratorio per coniugare saperi e competenze (ad esempio tra le Università di Salerno e di Foggia) legate alla modernizzazione dell’agroalimentare con adeguati percorsi di civilizzazione delle forme del produrre e delle forme di convivenza.

A Sud, come a Nord, il compito di tracciare il futuro dei territori non è questione che riguarda solo le aree metropolitane, ma anche trame territoriali che si dipanano da nodi di città intermedie come Salerno e Foggia, cui spetta il compito di allargare il perimetro dei territori della polpa, tenendo assieme agricoltura, industria, ambiente, turismo e qualità della vita, e facendo rete tra le macchie di leopardo dello sviluppo del Sud.

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