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Il Milan con Giroud va in Champions. La Juve invece va alla resa dei conti

In caso bianconera tanta confusione che ribadisce, anche nel risultato, la confusione che regna nella società

di Dario Ceccarelli

(ANSA)

5' di lettura

Il Milan va in Champions. La Juventus no. Ecco il responso di una non memorabile sfida allo Stadium tra rossoneri e bianconeri. Al Milan, più determinato, basta un colpo di testa al 40' di Olivier Giroud per ritagliarsi una vittoria che le permette di aggregarsi, con il suo quarto vagoncino, al treno dell'Europa. E di pensare con più serenità al mercato grazie ai 50 milioni che arriveranno nelle tasche del Diavolo dalla partecipazione alla Grande Coppa.

Alla Juventus, settima dietro Roma e Atalanta, non basta neppure lo spauracchio di una crisi sempre più profonda (terza sconfitta consecutiva dopo la nuova penalizzazione) per trovare, se non uno straccio di gioco, almeno l'orgoglio di appartenenza che fu. Invece né gioco, né amor di bandiera: solo tanta confusione che ribadisce, anche nel risultato, la confusione che regna nella società . «È stato un anno difficilissimo, ma in campo i ragazzi hanno dato il massimo tanto che, senza penalità, saremmo in Europa», ha spiegato Allegri ribadendo che lui, dopo aver lanciato diversi giovani, «si impegnerà per tornare a competere». Parole di circostanza. Il problema è che il futuro è tutto da scrivere. Sarà ancora Allegri l’allenatore? E se arriva Giuntoli, il diesse del Napoli, è possibile che questa strana coppia, con idee quasi opposte, possa coesistere? Un discreto caos regna nella casa bianconera e dopo questo ulteriore passo falso (il decimo in campionato) le cose si complicano ancora di più. Il più fischiato, dai tifosi bianconeri, è stato Angel Di Maria, ancora una volta assente e inconcludente. Segno il suo, come per altri colonnelli bianconeri, di un distacco sempre più netto da Allegri, sicuramente responsabile di una gestione ondivaga e mai propositiva nel gioco. Ma separarsi da Allegri, che pesa ancora sul bilancio per una quarantina di milioni, non sarà una scelta facile. Il toto nomi è già partito col solito Conte in pole position. L'impressione è che, oltre ai soldi per l'esclusione dall'Europa, manchino soprattutto le idee. Idee fresche, per un rilancio strutturato di una squadra in balia della corrente come un veliero disalberato.

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La Lazio batte la Cremonese (3-2) ed è di nuovo seconda

Con una doppietta di Milinkovic Savic e una rete dopo appena 4 minuti di Hysaj, la squadra di Sarri supera con qualche difficoltà i grigiorossi di Ballardini. Una vittoria che le permette comunque di riagguantare il secondo posto in classifica (71 punti) davanti all'Inter ferma a quota 69. Un grande festa, dunque: sia per la qualificazione Champions davanti ai suoi tifosi, sia perché i biancocelesti, arrivando comunque prima del Milan, avranno la certezza matematica di partecipare alla prossima Super Coppa italiana. Che dire? Per Sarri, che allena la Lazio dalla scorsa stagione, già così è un ottimo risultato, risultato che però non basta all'incontentabile presidente Lotito che vuole, assolutamente vuole, il secondo posto dietro al Napoli. Per centrarlo sarà necessario battere nell'ultima partita, in una sfida dai destini incrociati, proprio l'Inter, ormai con la testa alla finale col City.

L'Inter proiettata verso Istanbul

Davvero un gran finale per la squadra di Inzaghi che, ormai, trasforma in oro tutto quello che tocca. Anche con l'Atalanta, che una volta faceva venire il mal di denti alle grandi, le va tutto liscio. Davanti ai propri tifosi, con il vento in poppa per la Coppa Italia appena conquistata, l'Inter in tre minuti chiude praticamente il match. Prima con Lukaku in contropiede, e poi con Barella (tiro al volo), gli Inzaghi boys mettono al tappeto l'Atalanta, un po' come era successo nel primo euroderby col Milan. In questa atmosfera di allegra follia tutto va bene. I bergamaschi si sono rifatti sotto, accorciando con Pasalic. Ma poi è intervenuto Lautaro a scacciare ogni paura. Il 3-2 finale è fuorviante. Soprattutto per l'Inter che conquista, con questa vittoria, la certezza di giocare l'anno prossimo in Champions, lasciandola libera di dedicarsi solo alla finale col City il 10 giugno a Istanbul. Con un vantaggio: che comunque vada, resterà in Europa, condizione necessaria per rimpinguare le casse della società. Ma non è questo il tempo di parlar di soldi, sempre dimenticati quando si vince e subito ricordati quando si perde. Il problema dell'Inter, se tale vogliamo chiamarlo, è quello di mantenere l’attuale stato di grazia. In un'annata di alti e bassi come questa (due mesi fa Inzaghi stava sulla graticola), non è un dettaglio da sottovalutare. Il City è uno squadrone guidato dal migliore allenatore su piazza. Che forse ha solo un difetto: di scivolare su qualche gradino nella sua scalata verso il Paradiso. Ecco, per battere il City e ingabbiare l'amico Guardiola, bisognerebbe farlo scivolare su uno di questi gradini su cui Pep, una tantum, inciampa. Solo che ci vuole un'Inter concentratissima, cinica e infallibile sotto rete con i suoi bomber. Meglio Lautaro e Lukaku, la famosa devastante “Lu-La”, o è meglio partire con Dzeko titolare e il cannoniere belga in panchina? Si vedrà. Finora Inzaghi, davanti a queste sfide secche, si è sempre comportato bene. Forse è il caso di non dargli consigli non richiesti.

Il divorzio tra Spalletti e De Laurentiis. Secondo atto

Mentre il Napoli pareggia (2-2) con il Bologna, dando quindi addio al record di punti nonostante la doppietta di Osimhen, il centro della scena viene occupato dal divorzio ormai prossimo tra Spalletti e De Laurentiis. «Siamo stati bravissimi, quello che fa comunque la differenza, e risolleva dalla depressione, è il sentimento della città. Basta incontrare la gente di Napoli e tutto diventa più facile», ha detto Spalletti evitando di replicare a De Laurentiis («Stare a Napoli un privilegio non un obbligo…») da tempo a caccia di un nuovo allenatore. In particolare dell'ex c.t. della Spagna, Luis Enrique, le cui pretese sono però salatissime. Da Fazio, il presidente De Laurentiis ha precisato che Spalletti gli ha chiesto «un anno sabbatico». «Io lo ringrazierò sempre», ha concluso De Laurentiis, «ma quando un allenatore ti esprime questo desiderio non puoi fare altro che venirgli incontro...». Chi ha ragione non si sa. Di sicuro hanno torto tutti e due.

La Roma in caduta libera (pensando al Siviglia)

Anche la squadra di Mourinho si concentra sulla finale di Europa League a Budapest contro il Siviglia. A differenza dell'Inter, però, perdendo anche contro la Fiorentina (2-1) che rimonta in extremis dopo aver sofferto non poco i giallorossi. Il problema della Roma, pur passata subito in vantaggio con El Shaarawy, è che ormai non gioca più con le riserve, ma con le riserve delle riserve. Nelle ultime sette gare infatti ha messo assieme appena 4 punti. Una squadra allargata con una sola missione: rivincere in Europa. Tutto il resto va in secondo piano. L'unico rischio è di rimanere con un pugno di mosche nel caso andasse male con il Siviglia. Sono rischi che lo Special One conosce benissimo. Alla peggio, o anche alla meglio, tanto va via. Anche la Fiorentina, il 7 giugno a Praga contro il West Ham, si gioca la finale di Conference League. Comunque vada, per i viola è già un successo.

Cori razzisti a La Spezia

Ultimo ma ultimo, il nuovo episodio di razzismo contro l'allenatore del Torino, Ivan Juric, cui il pubblico di La Spezia ha dedicato il simpatico coro (“Zingaro…”) per la sua origine croata. Dei fenomeni questi tifosi, soprattutto originali. Anche se l'arbitro Guida ha giustamente sospeso l’incontro per un paio di minuti, resta una certezza: che i nostri stadi, in fatto di razzismo e inciviltà, siano da anni all'ultimo stadio. Non era necessario il caso Vinicius, esploso in Spagna creando un caso diplomatico col Brasile, per saperlo. In Italia nelle curve succede dal secolo scorso. Ogni tanto gridiamo allo scandalo e poi via come se nulla fosse. Chiunque sia vagamente diverso va colpito: ebrei, neri, omosessuali, terroni e via elencando, in una liturgia frusta e stomachevole. Si parla tanto dei nuovi stadi per invogliare le famiglie con bambini. Forse, prima degli stadi, bisogna cambiare anche buona parte del pubblico.


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