dibattiti

Il ministro Fioramonti e la storia a scuola

di Mauro Piras


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(Fotogramma)

5' di lettura

Il ministro dell'istruzione Fioramonti ha rilasciato venerdì scorso (25 ottobre) un'intervista sull'insegnamento della storia in cui non si sa se sono più imbarazzanti le domande dell'intervistatrice o le risposte del ministro.

Già irrita tutta l'impostazione del discorso, che annuncia con clamore di trombe “il ritorno della traccia storica cancellata dal precedente governo”. Perché, come vedremo, la traccia di storia non è mai stata cancellata dall'Esame di Stato del secondo ciclo.
Il lettore si predispone comunque con carità interpretativa a leggere, e trova domande e risposte piuttosto surreali.

Il ministro promette che l'argomento storico diventerà obbligatorio tra le tracce della “tipologia B”. Non sa forse che il D.Lgs. 62/2017, che ha riformato l'esame, e i documenti che lo accompagnano, prevedono già che le diverse aree tematiche (artistica, letteraria, filosofica, scientifica, storica, sociale, economica e tecnologica) siano coperte tutte, grazie alla presenza di ben sette tracce. E infatti nell'Esame di Stato del giugno scorso gli argomenti storici erano ben presenti: la prima guerra mondiale, la mafia, la guerra fredda, l'eredità storica dei conflitti ideologici novecenteschi, la Resistenza e l'immediato dopoguerra in Italia.
Fioramonti promette poi di rimettere mano alle Indicazioni nazionali per i Licei per favorire lo studio del Novecento all'ultimo anno. Come esprimere la sorpresa, la stupefazione, il senso di ilarità e sgomento di fronte a questa promessa? Dalle riforme Berlinguer e Moratti (anni 2000 e 2003, lo ricordo) si è intervenuto su queste cose, e i “programmi” delle superiori all'ultimo anno sono già sul Novecento. E si vede in tutti i manuali. Ma la cosa più inverosimile è la domanda da cui parte questa promessa del ministro: “[all'ultimo anno] dovendo cominciare dal XIX secolo – tra Restaurazione e processo di formazione dello Stato nazionale – difficilmente si arriva alla seconda guerra mondiale”, dice Simonetta Fiori, l'intervistatrice. E Fioramonti, senza battere ciglio: “Il mio obiettivo è ottenere una periodizzazione diversa che consenta agli insegnanti dell'ultimo anno di dedicare le lezioni di storia all'intero Novecento”. Prego? Questa domanda e questa risposta mostrano anzitutto una grande ignoranza, da parte di entrambi, degli ordinamenti scolastici italiani: all'ultimo anno si iniziava con la Restaurazione quando abbiamo fatto il liceo noi, ultraquarantenni e cinquantenni; ora, come già detto sopra, si inizia dal Novecento. Ma soprattutto svelano impudicamente il vero fondamento di quasi tutte le lamentele sulla scuola riportate dai media: chi scrive pensa alla scuola che ha fatto, pensa che sia ancora quella che ha fatto, e ne parla genericamente a partire dai propri ricordi personali.
Ma torniamo alle cose serie: il problema dal lato degli ordinamenti, che Fioramonti vorrebbe affrontare, non esiste. Le Indicazioni nazionali dei licei prevedono già, per l'ultimo anno, solo il Novecento; inoltre, ci sono anche le Linee guida per gli istituti tecnici e professionali (sempre dimenticate, perché per i giornalisti-politici italiani la scuola è solo liceo) formulate in modo più tematico e meno cronologico. Ma soprattutto, entrambe, sia Indicazioni che Linee guida, sono fondate sull'autonomia didattica del docente, che può impostare il proprio percorso come gli sembra meglio, non è costretto a seguire rigidamente la scansione cronologica. Quindi promettere interventi su questo piano degli ordinamenti è del tutto inutile e rischia di essere dannoso.

Il ministro, sempre spalleggiato dall'intervistatrice, si lancia poi in altre osservazioni curiose. Le tracce di storia sono sempre state oscure, dice la domanda (perché? non lo erano né le tracce tradizionali, né quelle dell'esame riformato di quest'anno). Il ministro, risponde “certo, le renderemo più chiare” (mah...) e poi aggiunge che vuole che nelle tracce entrino i testi dei grandi storici italiani: “Gli studenti dell'ultimo anno spesso non sanno chi sono Benedetto Croce e Gaetano Salvemini.” Ecco. Che dire, a questo punto? “Non farti cadere le braccia”, dice la canzone, e ha ragione. Intanto, già dà l'orticaria che i grandi storici da conoscere debbano essere “italiani”: Italy first anche nella ricerca scientifica e nell'insegnamento? Per favore no. Ma soprattutto, passi per Salvemini, ma Croce, con tutto il rispetto per la sua produzione storica? Non farò l'elenco dei grandi storici, di ogni nazionalità, che mi vengono in mente, perché sarebbe un giochino penoso. Anche qui però si vede da dove partono certi discorsi sulla scuola e sulla storia: una cultura liceale più o meno appiccicaticcia, che si limita a ripetere luoghi comuni pseudo-umanistici e i soliti grandi nomi del passato, se possibile filosofi e letterati.

Ecco poi un altro cavallo di battaglia di Fioramonti: “La storia non può essere solo una sequela di date e di battaglie da mandare a memoria, ma il racconto di una evoluzione umana in ambiti che ancora ci riguardano come il progresso sociale, la conquista dei diritti civili, la partecipazione democratica”. Francamente imbarazzante. Sembra che non ci sia stato oltre un secolo di crescita tumultuosa della storia economica, sociale, istituzionale, culturale e che niente di tutto questo sia passato nei manuali e nella didattica. Invece tutto questo c'è, e forse, per i primi gradi di scuola, anche troppo, perché porta a eccessivi livelli di astrazione. In ogni caso, le Indicazioni nazionali del primo ciclo non parlano affatto di una sequela di date e di battaglie; e neanche le Indicazioni dei licei e le Linee guida degli istituti. Certo, può capitare ancora spesso che la storia sia insegnata male, ma non per queste ragioni: infatti quello che manca alla maggior parte degli studenti è proprio, nella maggior parte dei casi, la conoscenza dei fatti fondamentali e la capacità di orientarsi tra le date (che servono).

    Insomma, un'intervista in cui il ministro vuole solo lisciare il pelo di una opinione pubblica semicolta, snobistica e sempre pronta a moralizzare, che non si sforza di guardare il dettaglio dei problemi; ma soprattutto una intervista in cui il ministro mostra di essere molto incompetente sugli ordinamenti. Tutto questo, a partire dall'ozioso dibattito sulla morte della traccia di storia alla maturità, serve solo a nascondere i veri problemi dell'insegnamento della storia nella scuola italiana, che ricordo qui solo per titoli e apoditticamente, per mancanza di spazio:
    1) la storia è sulla carta uno dei quattro assi fondamentali della formazione scolastica (linguistico, matematico, scientifico, storico), è invece di fatto insegnata per sole due ore alla settimana in ogni ordine e grado di scuola tranne nel triennio del liceo classico, come sempre privilegiato; quindi poche ore, insegnamento frammentario, e disperso in mille cose inutili nel primo ciclo;
    2) la scansione dei cicli nell'insegnamento della storia è del tutto inefficace: il ciclo unitario dagli otto ai quattordici anni parte dalla preistoria e finisce alla fine delle medie con il Novecento; così succede che in una fase di cambiamento evolutivo (dagli undici anni) che li porta a maggiori capacità astrattive i ragazzi non tornino su importanti argomenti storici (Grecia e Roma antiche) che hanno fatto superficialmente solo all'inizio; inoltre, la preistoria è troppo ingombrante; tutta la parte iniziale è troppo astratta, non resta niente, i primi anni dovrebbero invece essere dedicati allo studio di fatti concreti e realmente storici (non pre-istorici), per dare la base dell'orientamento cronologico;
    3) la storia viene sempre insegnata in posizione ancillare rispetto ad altre discipline, italiano o filosofia (e prevalentemente da laureati in queste discipline), che sono per loro natura molto diverse dalla conoscenza storica di tipo economico, sociale, politico ecc.; questo porta a insegnare storia in modo inadeguato, e spesso sacrificando ore all'altra disciplina;
    4) il problema delle Indicazioni nazionali del secondo ciclo è che hanno ancora un impianto troppo “lineare”, che ovviamente si ritrova in tutti i manuali; il percorso lineare unitario è una delle cause più profonde sia di un enciclopedismo eccessivo, che porta a superficialità, sia dei ritardi per cui, alla fine, si studia poco e male il secondo Novecento.
    Ecco, sono questi i nodi reali da cui dovrebbero partire giornalisti, politici, intellettuali e accademici (soprattutto storici) per ridare dignità all'insegnamento della storia nella scuola italiana, umiliato da tante cose ma non certo dalla non-scomparsa della traccia di storia alla maturità.

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