a tavola con liliana cavani

«Il mio cinema ha avuto successo, ma non ho mai inseguito il mercato»

di Paolo Bricco


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6' di lettura

«Ho due progetti nella testa e nel cuore. Il primo riguarda il tema della fede. E so già che non si farà. Il secondo, invece, è sul tempo e prende ispirazione dai libri di un grande fisico italiano, Carlo Rovelli. E mi auguro che questo, invece, si possa realizzare». La regista Liliana Cavani, grazie a una vita che coincide con una parte significativa del cinema del Novecento italiano ed europeo, potrebbe vivere di bei ricordi e di nostalgie e, invece, pensa e progetta film nuovi, anche se questo può significare felicità e dolore, soddisfazioni e affanni, telefonate e riunioni per poi magari sentirsi dire dei no o dei forse, sì, le faremo sapere, a lei che ha firmato – fra le molte pellicole - la trilogia su San Francesco d’Assisi, Galileo e Il Portiere di Notte.

Siamo alla Trattoria La Gensola, a Trastevere, a pochi metri dall’Isola Tiberina. «Fino al 2005 ho abitato al quartiere Flaminio. Poi, mi sono trasferita a Trastevere. Amo Roma, nonostante oggi sia così imbruttita. Rimane una città meravigliosa. Il suo centro storico è, con quello di El Cairo, il più antico del mondo. La stratificazione delle epoche storiche è prodigiosa. Prendiamo del vino da bere?», dice mentre il proprietario della Gensola ci porta i menù. «Io, con il passare degli anni, mi sono appassionata ai vini del Sud. Una volta bevevo soprattutto vini del Nord, al massimo quelli toscani. Adesso, invece, mi piacciono i rossi siciliani, sardi e pugliesi. Mi sembra di bere il vino degli antichi romani».

Anche in questa sua attitudine di amore per le piccole cose, Liliana Cavani rimane la giovane emiliana di Carpi arrivata a Roma per fare il cinema tanti anni fa: una miscela di severità e di dolcezza, di durezza e di rotondità, nella tassonomia di Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg non sapresti se classificare lei – che è stata così familiare con tanta parte degli italiani dagli anni Sessanta ad oggi - fra i “minerali” o fra i “vegetali”. Intanto, come antipasto, entrambi prendiamo delle panelle di ceci, nelle quali – a proposito di vegetale e minerale – la natura del legume è perfettamente coerente con la cristallizzazione della sua doratura. In tavola, il proprietario della Gensola porta del Syrah. Non le piace. La bottiglia è subito sostituita con una di Aglianico, che invece lei apprezza.

Racconta Liliana: «Per me non è stato facile realizzare film. Forse a motivo dei temi. Anche se molti dei miei lavori non hanno soltanto interessato i critici e gli intellettuali, ma sono arrivati al grande pubblico. Certo, ho sempre privilegiato il profilo culturale e l’anelito dei progetti, rispetto al guadagno. Non lo dico per moralismo. È andata così. Questa è la mia natura. Nel 1970 ho girato I Cannibali nelle strade di Milano, bloccando strade del centro, grazie all’aiuto degli studenti universitari e dei vigili urbani. L’argomento era la tirannia. Mi ispiravo all’Antigone di Sofocle. Lo presentammo al festival di New York. Piacque molto. I dirigenti della Paramount volevano acquistarlo. In ossequio alla mentalità americana, il finale doveva essere positivo e, dunque, mi chiesero di rigirare gli ultimi cinque minuti. Mi offrirono, per farlo, 175mila dollari. Allora erano tanti soldi. Non ci pensai molto. Dissi subito di no: come facevo a cambiare, io, il finale dell’Antigone? Quando rientrai a Roma e lo raccontai, il produttore italiano quasi svenne».

Intanto, arrivano in tavola i piatti principali: lei ha preso una ricciola zenzero e salvia, insieme a delle patate bollite come contorno. Io ho scelto lo stesso pesce, cucinato però alla lampedusana: pomodoro, capperi, cipolla bianca e salvia.

Il dialogo con lei è un mosaico che si compone e che si ricompone continuamente, con le tessere che si spostano e si sollevano, per poi riaccomodarsi nel disegno originale e definire un profilo nuovo. Tutto questo fra la vita privata e la comunità del cinema: «Non mi sono mai accorta di essere una donna, non ho mai fatto alcuno sforzo per apparire diversa da quella che sono, non ho mai incontrato balordi, mi sono sempre trovata bene sia con gli altri registi, penso ai miei compagni di corso al Centro Sperimentale e amici Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci, sia con gli artigiani del cinema di Roma, un ceto di lavoratori molto intelligente e collaborativo: dai macchinisti agli elettricisti, dagli scenografi ai costumisti».

Mentre mangiamo in questo angolo dalle cui finestre puoi osservare la stratificazione storica di Roma con edifici del Seicento che si appaiano a palazzi umbertini e a rimaneggiamenti degli anni Quaranta abbastanza curati, mi rendo conto che Liliana Cavani potrebbe essere il mausoleo di se stessa. E, invece, è ancora una anfora romana che contiene idee di nuovi unguenti e progetti di nuovi profumi. Prima di tutto, la passione per il cinema suo – quello realizzato («quest’anno, alla Berlinale, il premio alla carriera è andato a Charlotte Rampling, che ha scelto di proiettare Il Portiere di Notte) e quello desiderato («per l’idea del film sul tempo, sto lavorando con un produttore milanese, Fabrizio Donvito, che ha realizzato l’ultimo di Gabriele Salvatores, Tutto il mio folle amore) – infine per quello degli altri: «Oggi è cambiato tutto. E penso con ammirazione a Martin Scorsese, che ha girato per Netflix The Irishman, un film importante sulla mafia, sulla politica e sul sindacato americano, con tre attori straordinari come Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci. Ho conosciuto Scorsese tanti anni fa a casa di Laura Betti. Era con la moglie Isabella Rossellini: era timido fino al sudore. Ho grande ammirazione per la sua capacità di coniugare la poesia e il realismo, la finzione e la storia. Mi è sempre piaciuto meno Francis Ford Coppola, che ha dato una rappresentazione poco realistica e più estetizzante dei mafiosi nel Padrino. Gliel’ho anche detto, una volta, bevendo un caffè al bar di Cinecittà».

Questa sua tensione verso il futuro si alimenta di radici personali. L’infanzia in una famiglia matriarcale: «A Carpi il portone di casa confinava con il portone del cinema. Da bimba mia madre Elena mi portava al cinema e, spesso, mi lasciava a vedere i film dalle tre del pomeriggio alle sei di sera. Si raccomandava sempre: “non diciamolo alla nonna e alla zia”, perché per loro sarebbe stato più naturale che io giocassi e corressi nei campi». Le difficoltà economiche della famiglia che impongono la scelta della scuola di avviamento professionale, un tema brillante consegnato sbuffando in venti minuti all’esame da perito computista, la professoressa della commissione che si interessa di quella ragazza di 16 anni segnalandola ad una amica della borghesia cattolica di Carpi: «Si chiamava Romana Zelocchi e, anche grazie al suo aiuto concreto, potei studiare un anno latino e greco da privatista con quella professoressa e con un prete». Poi, l’ammissione al liceo classico Muratori di Modena, il senso naturale della democrazia sociale che c’è in Emilia, perché provate voi, in quella Italia, ad arrivare dalle scuole professionali saltando il ginnasio negli elitarissimi licei classici di Torino, Milano e Roma. Quindi, l’anno da commessa alla filiale della Olivetti di Carpi, la laurea in lettere classiche all’università di Bologna, l’arrivo a Roma al Centro Sperimentale di Cinematografia, il lavoro nella Rai fanfaniana di Ettore Bernabei – e, in fondo, anche di Giorgio La Pira – con inchieste come «La donna nella Resistenza» e «La casa in Italia» in cui, grattando con l’unghia sotto l’oro del Boom Economico, si mostravano le arretratezze del Sud e le contraddizioni del Nord attraverso le abitazioni degli italiani più poveri. Per tutta la durata di una vita che appunto toglie il fiato per complessità e ricchezza, l’amicizia con uno dei geni della maglieria di Carpi, Alfredo Saltini, l’inventore del fenomeno Best Company: «Liliana, ma lascia stare il cinema, vieni qui a fare la mia socia, dai che facciamo i soldi», dice ridendo, mentre ricorda con affetto e gratitudine le parole dell’amico scomparso, che insieme al Comune e alla Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi ha peraltro creato la fondazione a lei intitolata.

Il cameriere ci chiede se vogliamo il dolce. «Sono buoni, qui», dice lei. A questo punto scegliamo di dividere una cassata siciliana. Nella vita di Liliana Cavani, c’è il filo mai reciso del problema della spiritualità. Ancora l’anno scorso, la Fondazione Ente dello Spettacolo del Vaticano le ha conferito – prima donna a riceverlo in vent’anni - il Premio Bresson. La sua centralità nel mondo della cultura dei credenti – oltre che dei non credenti – nasce in anni lontani: «La mia famiglia era laicissima. Io non so se ho fede, ma fin da ragazza ho conosciuto persone di fede che hanno reso più intensa la mia sensibilità e che mi hanno aiutato a sviluppare la capacità di indagine del senso delle cose». A otto chilometri da Carpi, durante la guerra, c’era il lager di Fossoli. Centodieci ebrei vennero messi in salvo dalla comunità cattolica, in particolare da Odoardo Focherini, poi morto in un lager, fatto beato dalla Chiesa e iscritto all’albo dei giusti tra le nazioni da Israele. Su quelle montagne era partigiano Giuseppe Dossetti. Nella sovrapposizione dei tempi e nella razionalità dei rimandi, arrivati al caffè, il cerchio si completa quando Liliana sottolinea il collegamento fra due uomini di nome Francesco: «Se uno pensa alla considerazione per la bellezza del creato contenuta nella Laudato si’ e alla capacità di rottura dei meccanismi più vieti del potere, non può non cogliere i punti in comune fra Bergoglio e San Francesco d’Assisi», conclude Liliana Cavani, regista e molto altro ancora.

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