AMERICA / 2

Il mio Paese è un ragazzo ribelle

Quattro scrittori, un cantautore, un'artista visiva e un politologo, scelti da “IL” tra i più straordinari talenti della nostra epoca, ci raccontano la loro visione (personale e insieme collettiva) degli Stati Uniti. E ci aiutano a capire, alla vigilia di un appuntamento elettorale forse decisivo, che cosa sia oggi, e che cosa potrebbe essere domani, quel loro grande Paese. Questo è il secondo pezzo di una serie

di David James Poissant

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Nel suo progetto “The Last Dreamers”, di cui pubblichiamo alcune immagini in questa serie di pezzi, Cyril Abad esplora il sogno americano «o quello che ne resta». Lo fa con l'occhio europeo di un fotografo che vive e lavora a Parigi, cercando di intrappolare sempre nei suoi scatti un bug, qualcosa di imprevedibile, di buffo, di poetico che possa divertire e far pensare chi li guarda. Abad ha sviluppato “The Last Dreamers” per tre anni dal 2017 al 2019, ma già nel 2018 una parte di questo reportage è stata mostrata ai Rencontres d’Arles

Quattro scrittori, un cantautore, un'artista visiva e un politologo, scelti da “IL” tra i più straordinari talenti della nostra epoca, ci raccontano la loro visione (personale e insieme collettiva) degli Stati Uniti. E ci aiutano a capire, alla vigilia di un appuntamento elettorale forse decisivo, che cosa sia oggi, e che cosa potrebbe essere domani, quel loro grande Paese. Questo è il secondo pezzo di una serie


6' di lettura

Avevo dieci anni quando nei cinema americani è uscito Ritorno al futuro – Parte II. Era classificato PG, Parental Guidance, cioè Bambini Accompagnati, e quindi potevo vederlo; ma era un Bambini Accompagnati del 1989. Secondo gli standard di oggi, il film sarebbe vietato ai ragazzi di 13 anni. Era tutto diverso allora e non avevo pensato molto alla violenza, al linguaggio o ai sottintesi sessuali a quel tempo.

No, mentre scorrevano i titoli di coda e si accendevano le luci, riuscivo solo a pensare all'hoverboard, detto anche volopattino. Se le previsioni del film erano corrette, nel 2015 sarei stato in grado di volare. O perlomeno di planare con classe, di spostarmi su uno skateboard senza ruote che si librava nell'aria. Era un'ottima notizia per un bambino che voleva diventare uno skater professionista ma non sapeva fare un ollie né superare una piccola rampa senza sbucciarsi un ginocchio.

Un hoverboard prometteva di nascondere la mia goffaggine, e se fossi riuscito a tenermi in equilibrio, la tavola avrebbe fatto il resto. Certo, avrei avuto più di trent'anni, ma Michael J. Fox aveva quasi trent'anni ai tempi di quel film, e sembrava ancora uno studente delle superiori, e forse sarebbe stato così anche per me.

Ora, nel 2020, cinque anni dopo il futuro immaginato nel film, ho quarantun anni, non sembro affatto uno studente delle superiori, c'è un pazzo alla Casa Bianca, e non ho ancora un hoverboard. Chi sarebbe stato in grado di predire questo futuro? Kurt Vonnegut, forse, o Philip K. Dick. Forse David Foster Wallace ci era arrivato vicino con Infinite Jest, il ritratto tardo-capitalista di un'America devastata da inquinamento, pubblicità fuori controllo, “Tempo Sponsorizzato”, spettatori che divorano film fino alla morte, e Johnny Gentle, un intrattenitore in disgrazia germofobico che diventa l'improbabile presidente americano in un periodo in cui «gli Stati Uniti si erano chiusi in loro stessi e pensavano esclusivamente alla loro fatica filosofica e ai loro rifiuti maleodoranti con uno spasmo di rabbia terrorizzata che in retrospettiva sembra possibile solo in un periodo di supremazia geopolitica» (così Edoardo Nesi traduceva in italiano questa frase, nell'edizione Einaudi del 2006 del romanzo di D.F.W., ndr).

Parole che sembrano familiari? Da come sta andando il 2020, potremmo anche aspettarci l'invasione dei criceti selvatici descritta nel romanzo. Non avrei potuto prevedere la pandemia del 2020, né l'attuale Amministrazione presidenziale, non dopo gli otto anni apparentemente salutari di Barack Obama. E voglio credere che le cose miglioreranno, che il prossimo anno vedremo il ritorno di una leadership competente, responsabile.

Nel diffondere il suo messaggio di speranza, Obama ha citato spesso Martin Luther King, Jr. il quale, parafrasando l'abolizionista ottocentesco Theodore Parker, pastore protestante, disse: «L'arco dell'universo
morale è lungo, ma tende verso la giustizia». Ma se è vero, e la giustizia è appena al di là dell'orizzonte, quell'arco non è una parabola. Immagino che la scalata dell'arco verso il futuro somigli di più all'elettrocardiogramma di un paziente con una patologia seria, con picchi e crolli che seguono il battito morale del Paese. In fin dei conti, gli ultimi quattro anni sono stati un unico, terribile crollo per l'America.

In più, chi dice che la promessa di una curva verso la giustizia non sia solo una pia illusione? Vari critici hanno messo in dubbio la veridicità di questa splendente retorica, dimostrando che era del tutto infondata. Come ha scritto il saggista Mychal Denzel Smith in un suo intervento intitolato The Truth About “The Arc of the Moral Universe”,la citazione di King, fuoricontesto, «rischia di essere affiancata al pensiero magico», anche se «non è così che King la intendeva, come è dimostrato dal lavoro a cui ha dedicato tutta la vita».

Smith sostiene, e sono d'accordo con lui, che «la parafrasi porta involontariamente con sé l'effetto di sottintendere che la giustizia sia inevitabile, e a prescindere da cosa facciamo ora, l'arco dell'universo morale alla fine si prenderà cura di noi». Sarebbe una conclusione spiacevole da raggiungere, perché deresponsabilizza gli americani, ci rende indifferenti. Vogliamo i nostri volopattini e li vogliamo ora. Vogliamo giustizia e moralità per tutti, ma dobbiamo mettere in pausa Netflix per lottare fino ad averle.

Perlomeno, possiamo forse ringraziare l'Amministrazione Trump per averci scrollato dalla nostra indifferenza, e dimostrato che “la giustizia”, a prescindere da come la definiamo, non è mai stata inevitabile. Una conseguenza inaspettata degli ultimi quattro anni, e qualcuno potrebbe persino definirla un beneficio, è questa: molti, moltissimi cittadini e legislatori razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi e fomentatori di odio non si nascondono più alla luce del sole. Rassicurati dal tono che l'Amministrazione stessa ha incoraggiato, stanno sputando l'odio che si sono tenuti dentro per tutto questo tempo, un odio che le persone di colore denunciavano da anni, e che gran parte dell'America continuava beatamente a ignorare. Molti di noi erano sicuri che l'elezione di un presidente nero bastasse a segnalare che l'America avanzava verso una confortevole utopia post razziale. Non era mai stato così, e quando il pendolo è tornato indietro, l'ha fatto di colpo, portando con sé un ex personaggio televisivo che aveva fatto fallire sei società pesantemente indebitate, e depositandolo chissà come nello Studio Ovale. E se ci è voluto questo per farci riconoscere chi tra noi è nemico della giustizia, be', non posso certo dire che ne sia valsa la pena, ma almeno abbiamo un'idea più chiara di chi e cosa dobbiamo combattere.

L'America non è un modello di moralità e ultimamente ci siamo resi conto che non lo è mai stata. Il nostro presidente mi imbarazza. Sono mortificato dalla politicizzazione delle mascherine nel bel mezzo di una pandemia, sconvolto dal rifiuto di molti di celebrare il sapere, di riconoscere la scienza. Mi vergogno per i cittadini che hanno votato Donald Trump e per quelli che lo voteranno ancora. Ma non mi vergogno dell'America, non del tutto. Generalizzare è una fiction dannosa, e a volte ancora più dannoso è accarezzare l'idea delle equivalenze morali, come è successo nel 2017 al raduno Unite the Right a Charlottesville, Virginia, quando Trump disse che c'era «bella gente da entrambe le parti», e una parte era formata da suprematisti bianchi e neonazisti.

Ma affermare che non tutto è perduto non è una generalizzazione e nemmeno una falsa equivalenza: sono ancora molti gli americani capaci di fare la cosa giusta. Tra noi c'è gente che combatte per la giustizia. Il nostro ostacolo, come dice Smith, è che «gli americani non hanno un'idea intrinseca di che cosa costituisca la giustizia e non l'hanno nemmeno adeguatamente introiettata tramite leggi o cultura».

Prima di poter incurvare quell'arco, dobbiamo essere d'accordo su quale forma assuma la giustizia. Chi debba deciderlo, e come, è materia di dibattito, ma la presidenza americana potrebbe essere un buon punto di partenza. Le elezioni di novembre ci porteranno all'agognato ritorno di una leadership competente e responsabile nelle persone di Joe Biden e Kamala Harris? Non ne sono sicuro.

E non sono nemmeno certo che un Biden presidente possa essere il leader che cerchiamo, in grado di stimolare il cambiamento o promuovere la moralità nelle dosi di cui abbiamo bisogno se vogliamo tentare di ottenere giustizia per tutti.

Ma sono speranzoso. E la speranza non è infantile. Il volopattino sì. E come dice la Bibbia, per crescere bisogna abbandonare le cose infantili. L'America sta crescendo. Abbiamo raggiunto un'adolescenza ribelle, e siamo in guerra con noi stessi. Pensavano di essere vicini alla mezza età, ma di fatto siamo solo ragazzini, alcuni viziati, altri prepotenti, e altri ancora, per quanto goffi, pronti a fare la cosa giusta.

David James Poissant è nato nello Stato di New York e poi ha vissuto in Georgia, in Arizona e in Ohio. Ora vive in Florida e ha da poco pubblicato il suo primo romanzo. È tra le voci più interessanti della nuova narrativa statunitense. Vive a Orlando e insegna alla University of Central Florida. Ha scritto una raccolta di racconti, Il paradiso degli animali, che è uscita anche in Italia nel 2015 per NN Editore. Ha pubblicato articoli sul New York Times, l'Atlantic, il Chicago Tribune. Per descrivere la sua scrittura si sono fatti i nomi di Carver, Cheever e Cunningham. Il suo primo romanzo, pubblicato nello scorso luglio negli Stati Uniti, è uscito da pochi giorni anche in italiano. Si intitola La casa sul lago (NN editore, 352 pagine, 18 euro, traduzione di Gioia Guerzoni).

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